Gli Stones a X-Factor, oggi

Pensavo, cosa accadrebbe se oggi gli Stones andassero a X-Factor. Da sconosciuti, intendo, giovani, esordienti. Tempi diversi rispetto al video, ovvio, dinamiche totalmente rivoluzionate quanto a musica, discografia, tutto. Però.

Fedez: “Riuscite a tenere bene il palco, siete interessanti, sapete come tirar fuori quello che avete dentro, e questo è molto bello. Siete freschi, ma anche vintage, e questo è molto bello. Mi date un deja-vu che mi ricorda qualcosa, boh, chiederò a mamma, e la mamma è molto bella. Siete i papabili vincitori di X-Factor, ma serve umiltà in questo mondo, raga, umiltà. Ma dovete esprimere sicurezza, spaccare tutto, raga, essere Dio sul palco. Ma umiltà, raga. Dio umile è molto bello. Lavorerei di più sul look perché raga, cioè, il mondo va avanti, dai. Se volete ho in casa una ottima consulente dell’immagine che per ventimila euro vi manda due link da Instagram, e per me sarà molto bello”.

Manuel Agnelli: “Iniziamo a dire le cose come stanno, perché
sono cattivo e vi distruggo. Siete molto lontani dalla mia personale visione della musica, cioè gli Afterhours, però siete bravi. Meno di me, che ero negli Afterhours, ma bravi. Non comprerei mai un vostro disco perché io comprerei solo dischi miei e degli Afterhours , ma io sono così, non siete sbagliati voi, è che sono giusto io. C’è materiale umano per lavorare: il mio”.

Asia Argento: “Ragazzi, dal punto di vista musicale non siete mai state donne, dunque non giudicate senza sapere. Detto questo mi avete emozionato, ma in modo pulito, senza polemiche. Mi sono sentita trasportata in un altro spazio, in un altro luogo, senza giudizi. Che è poi quel che ho detto pure a quello prima di voi, che ha cantato con quella banana in testa e il banjo nel culo, ma che ne so, pure lui mi ha trasportato in un altro spazio, in un altro luogo, pulito, senza nessuno che si mettesse là a giudicare senza sapere; comunque qua parliamo di voi: guardate, sto piangendo, dunque mi sono piaciuta, bravissima!”

Mara Maionchi: “Sto cercando di capire come cazzo vi potrei collocare nell’attuale panorama discografico. Sono nervosa, non ho cacato e vaffanculo”.

You’ll never walk Clone

La diversità aggiunge valore alle nostre vite: ti immagini se fossimo tutti uguali?“.

Ok, è una frase bellissima. Ma la domanda sarebbe: “Ma tutti uguali a chi?”.
Cioè, se fossimo tutti uguali a me stesso sarebbe un mondo noiosissimo, certo, ma perfettamente funzionante. Niente ressa, mai, da nessuna parte, per evitare il fastidio della gente. Ciò comporterebbe un Salento vuoto ad agosto, nessuno in autostrada a pasquetta, nessuna coda l’ultimo giorno di qualunque cosa in qualunque sportello pubblico. Col paradosso della consapevolezza di tutto questo e dunque di nuovo tanti “me stesso” in Salento ad Agosto, in autostrada a pasquetta, etc. Con la consapevolezza di quest’altra cosa e di nuovo nessuno. Etc. I paradossi irrisolvibili.

Per esempio: strade sempre pulite e senza una buca: ma chi le sistemerebbe? Io no di certo. E i commercialisti? Chi farebbe mai il commercialista in un mondo di soli “me stesso”? Io manco per il cazzo: ho un equilibrio mentale da preservare: da bambino sognavo cose, non numeri, e preferirei vivere un giorno da essere umano che cento giorni da commercialista. Ma il commercialista serve. Dunque? Dunque boh, paradosso, e il giochino finirebbe qua. Magari investirei nella ricerca, nella robotica, per creare robot-commercialisti, privi di ogni sentimento, di umano pensiero e capacità se non quella di fare i conti. Come i commercialisti veri.

Scherzo eh: i commercialisti non sono così male.

Scherzo ancora: lo sono.

Ma ci sarebbero altre cose, prive di paradosso, che renderebbero questo un mondo migliore, se popolato da soli “me stesso”: niente macchine in doppia fila. Niente ultras infoiati allo stadio. Niente sovrappopolazione mondiale. Niente fisime nel lavare la macchina nuova coi rulli che “potrebbero graffiarla diomio lavaggio solo a mano con shampino specifico e spugna morbida per la mia piccolina“. Niente puttanate così, mai. Niente gente in ritardo, niente monnezza buttata a casaccio. Niente film di De Sica, Boldi, Salvi perché nessuno andrebbe a vederli. Così come niente Barbara D’Urso, De Filippi, Amici, Nemici, tronisti, troionisti, reality, programmi di cucina, programmi di altro che alla fine sono di cucina. In un mondo di soli “me stesso” nessuno avrebbe più bisogno di dei, dunque niente esaltati, niente fondamentalisti, nessuna guerra di religione, nessuna Chiesa, tutti i beni di tutte le religioni immediatamente redistribuiti tra la popolazione e niente più spese in nome di qualcuno che non solo non esiste ma se esistesse non avrebbe certo bisogno di soldi, né permetterebbe a esseri umani di conciarsi in quel modo e parlare a suo nome. Niente terrapiattismo, sciachimismo, antivaccinismo, teorie sciamaniche, arruffoni, santoni, cialtroni, cantoni, rioni.

Una cazzo di palla di mondo? Probabile.

Ma la cosa più importante, che mi farebbe davvero desiderare un mondo di soli “me stesso” e che renderebbe il nostro un mondo migliore è: mai, mai, mai, per nessun motivo, da nessuna parte, musica latino-americana.

Basterebbe questo.

Cose (1)

In antroposofia (Lo – Ren) è possibile ritrovare teorie del nostro passato perfettamente applicabili alla moderna idea di zen (Batti – Ato). Solo per citarne una, l’idea che il karma (Kam&Leon) sia interconnesso con le fluttuazioni delle parti animiche (Deli-Mor-Tacci), che altro non è oggi che il moderno collidere particellare subatomico (Brou – Netta) riscontrabile negli attuali acceleratori (M. Ercedes).
Ecco allora che le teorie sulla Terra Piatta (K. Moss), se pure scatenano gli scientisti, acquistano interesse se inserite in un contesto morale (W. M. Archi) e curativo (E. Briglia – D. Ori).
In sintesi, non bollare mai come astruse teorie che oggi appaiono incomprensibili o impossibili (Vince Inter C. League).

La preghiera omeopatica

Il Papa torna a pregare per la pace.
Se l’efficacia dei farmaci fosse simile a quella delle preghiere del Papa ci ritroveremmo gente inferocita in piazza, gridare allo scandalo e al complotto: “VERGOGNA! BIG VATICAN LUCRA SULLA NOSTRA PELLE E POI LE PREGHIERE MANCO CI GUARISCONO! I ROSARI CAUSANO AUTISMO! HANNO ALLONTANATO UN PRETE SOLO PERCHE’ HA OSATO DIRE CHE DIETRO LE PREGHIERE C’E’ UN ENORME GIRO DI SOLDI! QUANDO C’ERA LUI I CONCORDATI ARRIVAVANO IN ORARIO! NON SONO ATEO, MA…“.

Invece è tutto ok: tutti i Papi, dal primo all’ultimo, hanno sempre pregato per la pace, e niente, pace manco per cazzo.
E loro dovrebbero ricevere un occhio di riguardo lassù: se pregassi io che sono un balordo capirei pure che nessuno mi accontentasse. Ma il Papa…

Cosa ci insegna tutto questo?

Che la preghiera è omeopatica: sono solo parole pompose, confezionate bene per venderle come efficaci, ma sono efficaci solo nella misura in cui ci vuoi credere, ci distolgono da pratiche che invece sarebbero davvero valide facendoci perdere tempo e denaro.

E allora perché continuiamo a pregare chiedendo questo e quello?

Per lo stesso motivo per cui usiamo l’omeopatia: speriamo che qualcosa accada, che ci sia qualcosa che non conosciamo che agirà sulla nostra vita agevolandocela senza sforzo, fidandoci di chi ci assicura che funzionerà.

Che poi è lo stesso che da tutto questo ci guadagna.

Ma pure un giorno da pecora è ok

Un leone si esercita in un tiro da tre durante un’amichevole

Perché non possiamo pensarla tutti allo stesso modo?

Voglio dire: è davvero una buona cosa essere tutti diversi? Pensate agli animali, i leoni per esempio: non è che un leone prende e decide di diventare, che so, vegano, o testimone di Geova, o grillino. Un leone fa il leone, mangia gnu, scopa, dorme, scopa, dorme, scopa, dorme, scopa, dorme, mangia gnu.

Perché l’uomo deve per forza differenziarsi dalle bestie dal punto di vista negativo?

Tutta questa diversità di idee, cosa porta di buono?

Pensate all’Italia, agli scontri politici, alle tensioni sociali, alle divergenze familiari. Ci si scanna per uno spazzolino fuori posto. Avete mai visto uno gnu commettere uno gnuicidio per uno spazzolino fuori posto? Ma già solo impugnarne uno sarebbe un casino, con quegli zoccoli.

Insomma, lo gnu fa lo gnu: cerca erba, è secca, vabbè ci accontentiamo, mangia erba secca, è finita, cerchiamo altra erba, non c’è, muoviamoci di migliaia di km, ma cerca più vicino! No, dobbiamo fare migliaia di km, manca molto? Moltissimo, uff, ho sete, ho fame, CRISTO UN LEO….

E insomma, lo gnu fa lo gnu, non si mette a scendere in piazza per la pensione, non contesta la legge elettorale, non soffre la malasanità.

L’evoluzione ci ha resi veramente migliori? Beh, forse dello gnu sì, ma un leone non vive meglio?

Pensateci.

Per quello si dice “Meglio un giorno da leoni…”.

È che io continuerei con “Che cento giorni da essere umano”, perché le pecore, al giorno d’oggi, non stanno meglio di noi?

Una pecora mangia erba, mangia erba, mangia erba, dio quanta erba, nient’altro che erba, devo cacare, fatto, altra erba, altra erba, altra erba, nessun pericolo, lupi zero, del resto ci sono i cani che ci difendono, altra erba, altra erba, ma non si scopa mai, altra erba, altra erba, ah, si avvicina il pastore, allora si scopa.

Perché non aver paura degli zombie

 

Tutti (ex) giovani, 'sti zombie
Tutti (ex) giovani, ‘sti zombie

[Questo post è nato da riflessioni col sempre prezioso Paolo Murgia (Mu Ho)].

Premetto: non sono mai stato appassionato di film di zombie, nemmeno da piccolo, quando erano molto di moda grazie soprattutto a George A. Romero e agli esponenti del Pentapartito.
È che, semplicemente, non mi facevano paura.
Voglio dire, uno zombie dovrebbe creare proprio questo, no? Ma io mi sono sempre rapportato alla paura come un qualcosa di non controllabile, contro un nemico, visibile o invisibile, comunque superiore a me, alle mie forze, con poteri, capacità, possibilità di farmi del male nei modi più fantasiosi, disparati e cruenti.
Ebbene, vedere quegli esseri ciondolanti, lenti, prevedibili e annientabili sostanzialmente anche con un calcione, beh: mi ha sempre fatto pensare all’inadeguatezza di quei cosi rispetto ai mille mostri cazzuti che abitavano le fantasie di me bambino.
La mia “sospensione di incredulità” vacillava, già a otto anni: mi ponevo mille domande, circa la coerenza di quel che quegli esseri stavano cercando di rappresentare.

– Ma perché riescono a camminare tutti? Molti di questi sono morti vecchi e già da vivi non camminavano più. E quelli con la sedia a rotelle?
– …
– Ma perché quelli con le budella di fuori vogliono mangiare lo stesso? Tanto se mangiano riesce tutto…
– …
– Ma se non mangiano che succede? Muoiono ancora? Da soli? Allora basta aspettare un po’: che li combattono a fare?
– …
– Ma perché…
– Hai rotto il cazzo: al cinema non ti ci porto più.

Più in là, quelle stesse domande si affinarono. E se ne aggiunsero altre:

– Ok, ragioniamo: questi vogliono mangiarsi il cervello dei viventi, o parti di loro, penso. Facciamo che abbia pure senso. Ma sembra che la maggior parte di loro non ci riesca mai: pochissimi riescono a nutrirsi. Eppure continuano a vagare, trascinarsi per giorni e giorni: il computo calorico in deficit prima o poi si farà sentire. Voglio dire, se questi non mangiano non possono sostenersi: è biologia, meccanica, termodinamica. La parte “magica” riguarda il loro essere tornati in vita, al massimo. Ma poi questi subiscono il peso della gravità come noi (altrimenti volerebbero) e se lo devono contrastare serve una forza, e la forza richiede energia calorica. Puoi essere un morto vivente, ma le leggi della fisica sono quelle. In sintesi, se non mangi non cammini, non ci sono santi.
– …
– Ma poi, quelli con l’osteoporosi? Perché se si mettono in piedi non gli si frantumano le tibie? Capisco quelli morti giovani, ma il grosso dovrebbe essere fisicamente impossibilitato proprio a sostenersi. Per non parlare di quelli decapitati: come fanno a stare in piedi in equilibrio se gli manca proprio tutto l’apparato vestibolare, l’epitelio…
– Hai rotto il cazzo: al cinema non ti ci porto più.
– Veramente siamo a casa.
– Comunque hai rotto il cazzo.

Crescendo, quella assenza di paura si trasferì ovviamente a tutte le cinematografiche creature dell’orrido, e smisero di spaventarmi anche i film sui demoni, quelli sulle torture e i cinepanettoni dei Vanzina. Semplicemente non li trovavo interessanti.
Da qualche tempo, grazie a The Walking Dead, gli zombie sono ritornati prepotentemente alla ribalta, e confesso di essermi più volte fermato a cercare di capire cosa potesse oggi appassionare un telespettatore medio, abituato alle saghe di “Saw – l’enigmista” e cinema splatter come se piovesse (sangue). Magari questi zombie potevano essere finalmente spaventosi, credibili, non so.
Ecco, niente: sempre uguali.
Esseri nauseabondi e lentissimi, che di minaccioso hanno solo l’impianto scenico ma che, nei fatti, si rivelano abbattibili pure da ragazzini armati di sputo.

Insomma, gli zombie non possono tecnicamente spaventare. Al massimo infastidire per l’aspetto, un minimo inquietare per i grugniti, i lamenti, ma sono sostanzialmente innocui, se hai la accortezza di evitarli. E li riconosci facilmente, dai.

In pratica, come i leghisti.

Prima i Mirò

 

Il tormentone marò, cotto in tutte le salse, è un tipico reflusso comunicativo, caustico e demolitorio, di quello che originariamente era un problema reale (e lo resta, ma solo per due famiglie: le loro, quelle che lecitamente possono urlare: “Ridateci i nostri marò”, anche se le famiglie in realtà interessate dal problema sarebbero quattro: ci contiamo pure quelle dei pescatori, ma essendo indiani per noi valgono meno e non le consideriamo esattamente come quando provano a venderci le rose brutte), in questo tipo di società perennemente alla ricerca della dissacrazione.

I social hanno la capacità di traslare tutto su un piano diverso da quello nativo: il dramma diventa macchietta, il caso internazionale sfuma in goliardica rappresentazione di eventi che manco il Bagaglino, solo Salvini resta Salvini e fa ridere così.
Il fenomeno, in particolare questa trasposizione della vicenda marò su un piano tutto ilare, assume in questo momento proporzioni notevoli: dappertutto, su Facebook, è un fiorire di battute sulle “preoccupazioni” circa la sorte dei due ufficiali.
Io sarei curiosissimo di chiedere a loro, ai marò, dico, un parere su quanto a proposito sta avvenendo. Lo apprezzano? Si stanno incazzando? Ce ne fotte qualcosa?

Agli inizi c’era una semplice descrizione degli eventi e una contrapposizione tra innocentisti e colpevolisti, tra patrioti a tutti i costi che avrebbero voluto riportare in Italia i due nonostante le accuse (direi: a prescindere dalle stesse) e accusatori per quello che appare un evidente crimine commesso. Oggi registriamo uno spostamento su un umorismo che in fin dei conti depotenzia la vicenda, per tutti. Sempre tranne che per i due interessati. E questo, questa introduzione dell’elemento dissacratorio, reiterato, compulsivo quasi, se è per molti già diventato stantio e noioso, ha a mio parere il merito di aver ucciso l’ipocrisia: quella che porta i notiziari e “l’opinione pubblica” a esprimere accorata preoccupazione per due illustri sconosciuti, che in comune con tutti noi hanno semplicemente il passaporto italiano ma che sostanzialmente hanno i loro cazzi esattamente come tutti, con l’unica differenza nella poca frequenza circa l’imbattersi in due pescatori indiani se resti a fare il bagno a Silvi Marina.

Il fiorire di battute sui due marò è, a mio parere, un interessante punto di partenza per una riflessione e magari per esperire un atto di correttezza verso la propria onestà intellettuale. Ci aiuta a tirar fuori quella parte di noi che vorrebbe urlare in faccia ai marò: “Senti, io non ti conosco, ho i miei cazzi, ti posso al massimo dire che mi dispiace umanamente di questi casini, ma lo faccio solo perché proietto me stesso nella tua situazione, quando, in realtà, non sento un reale dolore per quello che ti sta accadendo. E, a dirla tutta, penso anche “meglio a te che a me”. In sostanza sono un essere umano, programmato per la sopravvivenza, anche mentale, e per non subire il peso dei problemi altrui, proprio per mia preservazione. Aggiungo che non ho scelto, per mestiere, imbracciare un fucile, il che mi allontana ulteriormente da te a livello di empatia. In sostanza, di te non mi frega un cazzo, ma sappi che non frega neppure ai fascisti che urlano “ridateci i marò!”. Per loro tu sei un espediente, uno strumento per esprimere un disagio mentale e una rivendicazione sociale, ammesso che la solidarietà di gente con la licenza elementare e Mussolini come sfondo desktop possa esserti in qualche modo di conforto. Finisco dicendo che neppure dei due pescatori morti, uccisi da te o crepati di infarto, sostanzialmente mi fotte, per lo stesso identico motivo. Sono un uomo, le persone muoiono, io stesso morirò. Interessarmi alla tua o alla loro causa avrebbe per me un senso solo se me ne venisse un vantaggio. Tutti quelli che ti diranno diversamente sono dei falsi, con te e con loro stessi. La solidarietà sociale, anch’essa umanissima, mi spinge più facilmente a tirar fuori il portafoglio per spedire qualcosa in Nepal (ma anche qui non perdo il sonno la notte per quelle morti, non posso permettermelo) che a interessarmi alle tue vicende giudiziarie. La mia solidarietà umana si ferma poi alla cerchia delle mie conoscenze e più le persone mi sono vicine, più sento reale sofferenza per le loro tragiche vicende. Ma tu per me sei uno sconosciuto, come lo sono io per te. In quattro parole, caro marò: chi cazzo ti conosce“.

Dei due marò ci interessa oggi il fatto che siano fonte di ispirazione umoristica.

Ed è questa, la desolante e insieme rinfrancante, liberatoria, umanissima verità.

La coscienza del neocatecumenale

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Una normale famiglia degna di stima viene applaudita da normali famiglie degne di stima

– Caro…
– Dimmi cara…
– Non so come dirtelo…
– Che succede?
– Non ti arrabbiare con me…
– Dimmi
– È che… questo mese… non ho un ritardo.
– Sì, hai un ritardo, è normale, come sempre. Ci mancherebbe.
– No, non hai sentito. NON ho un ritardo.
– COME!
– Eh, sì. Niente, nessun ritardo. Mi sono tornate.
– MA CRISTO!
– Non arrabbiarti con me.
– Ma dai! Non ci sono stato così attento! Come è possibile!
– A volte può succedere!
– No che non può! Un mese perso nel regalare un altro figlio a Nostro Signore! È inaccettabile!
– Sì, però ne abbiamo già dodici…
– COSA HAI DETTO?
– Niente, scusa…
– I figli sono tutto quello che noialtri possiamo dare al mondo! Dodici non sono niente! Manco la panchina di una squadra di calcio di bassa classifica di serie B!
– Non parlare sempre così dell’Inter.
– Dai, sono nervoso!
– Hai ragione…
– Certo che ho ragione! E adesso? Questo mese che devo fare? Come spendo i soldi? Vuoi vedere che mi tocca comprarmi una moto?
– Dio, non farti sentire così, mi dispiace tanto…
– Cazzo, cazzo! Lo sai che succede ora?
– Ogni volta me lo dici, lo so…
– E te lo dico anche stavolta! Adesso succede che il nostro pianeta ha una bocca in meno da sfamare per un mese almeno. E VOGLIO SOTTOLINEARE “ALMENO”, perché il mese prossimo qua o due gemelli o succede un casino.
– Caro, farò il possibile… ma non dipende tutto da me…
– Sai da quanto non abbiamo un figlio?
– Da undici mesi…
– UNDICI MESI! CHE ORA DIVENTANO 12!
– Sì.
– I figli sono una benedizione! Richiedono cure, amore, denaro, cibo, risorse, tempo! Tutti i doni di Nostro Signore! Dio è contento solo se facciamo figli! Perché è importante sostituire quelli che fa morire in Africa e a Secondigliano! Figli! Tanti! Più delle cavallette, devono essere. Anzi: più dei cinesi! Così invece a me tocca lavorare un po’ di più, avere un po’ meno stima da parte delle persone timorate di Dio, mi trovo a pesare meno sulle risorse globali e dunque vado ad allungare i tempi di sopravvivenza su questo pianeta e ad allontanare ancora la venuta dell’Apocalisse. QUANDO CAZZO CI RICONGIUNGIAMO A DIO SE TU NON FAI FIGLI? FIGLI! FIGLI!
– Sì, farò tutto quanto posso.
– Se’, vabbè. Vado.
– Dove vai?
– DOVE VUOI CHE VADA! A COMPRARE UNA MOTO! E LE FACCIO TOGLIERE PURE IL CATALIZZATORE! ANZI: PURE LA RUOTA ANTERIORE! CAZZO ME NE FACCIO! IMPENNARE! SEMPRE! RISORSE! SPESA! INCOSCIENZA CIVILE! FOTTI IL PIANETA! E MENTRE ESCO ACCENDI TUTTI GLI ELETTRODOMESTICI! A CAZZO!
– Sì caro. Però…
– Però che?
– Che moto?
– Boh, una Yamaha.
– E pensi che te la consegnino subito?
– …

E manco l’ha detto Voltaire

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Fino a poco tempo fa me la prendevo se qualcuno diceva qualcosa fortemente in contrasto con le mie idee, per non dire proprio robe contro di me. Me la prendo tuttora, eh, diciamolo, solo che adesso scatto solo quando ci sono davvero estremi per incazzarsi, cioè sempre.

– Ehi, ti vedo in forma!
– Cosa vuoi intendere, che prima ero un cesso?

Ero molto permaloso. Ero. E mi incazzavo anche per casi marginali. O addirittura se qualcuno rappresentava un’idea idiota: mi sentivo in dovere di dire che si trattava di un’idea idiota. Come se me ne venisse in tasca qualcosa, con un “intento educativo” del tutto inutile.

– Berlusconi ha fatto anche cose buone.
– Pure Stalin, Hitler o il peggior figlio di puttana dell’universo, avranno fatto pure cose buone. Magari hanno comprato un fiore all’amante, aiutato in casa per il soufflè, pulito il culo al nonno. Che cazzo significa?
– Niente, era per dire.
– Questa deriva qualunquista porta il gravissimo rischio di far passare comunque qualunque porcata.
– No, assolutamente. Dico solo che…
– Ehi, ti riconosco: tu eri quello che mi dava del cesso!

Niente, dovevo sottolineare la pochezza del discorso altrui, pure se in fondo non mi interessava né dell’argomento, né della persona, né di chi assisteva alla conversazione.
E mi infastidiva tantissimo chi mi doveva necessariamente correggere qualcosa, per il solo gusto di farmi le pulci:

– Qui però hai scritto che le persone sbagliano, quando andava detto che le persone a volte sbagliano.
– Ma cosa vuoi? Il tuo pensiero è quello, il mio quest’altro. Cosa mi correggi? Io penso esattamente come ho detto: è il mio pensiero, in quei precisi termini.
– Ma è sbagliato…
– SBAGLIATO COSA?! COME FAI A DIRE CHE SIA SBAGLIATO?! PER ME LE PERSONE SBAGLIANO UN TOT DI VOLTE, DIVERSO DALLE TUE, MAGARI!
– Stai urlando.
– SMETTILA DI DIRE CHE ERO UN CESSO!

L’altro giorno ho litigato con una su Facebook. Ero seduto a far colazione e mi sono ritrovato un messaggio di posta:

– Ciao. Volevo dirti che ultimamente non mi piace quello che scrivi. Ti preferivo prima. Perché non provi un po’ a tornare quello che eri un tempo?

Al che non ho potuto non rispondere:

– Ciao. Apprezzo sempre le critiche. E mento tantissimo. Io sono a casa mia, scrivo le mie cose nei termini che più mi aggradano. Inoltre “un tempo” non significa nulla: ero un altro sicuramente. “Un tempo” avevo 5 anni e magari elaboravo le cose diversamente dal me attuale e forse in modo più simile al te attuale. Ma anche le esperienze maturate nel corso della vita ti cambiano, e vivaddio. Ma soprattutto, io non ascolto chi, per tutto il post, ha insinuato che prima fossi un cesso.

A voi è mai capitato qualcuno che vi correggesse in modo del tutto fuori luogo? Non lo trovate odioso?

Potete anche non rispondere se la pensate diversamente da me.

È perché non gli piaci abbastanza®

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Finalmente disponibile “È perché non gli piaci abbastanza®”, la soluzione a tutte le vostre pene d’amore.

Con “È perché non gli piaci abbastanza®” potrai immediatamente capire perché:
– non si fa sentire
– non ti chiede mai di uscire
– dopo una scopata non ha voglia di moine
– sta sempre a cazzeggiare col telefono invece di parlare con te
– non ti dà quello che vorresti

Hai un dubbio che ti assilla? Non capisci il motivo per cui sta con te ma non è mai caldo come vorresti se non per fare sesso e magari pure là non è come una volta? Con “È perché non gli piaci abbastanza®” potrai dire basta a struggimenti e telefonate ossessive. Smetterai di chiedere alle amiche di uscire per parlare male degli uomini. Lui stesso troverà giovamento dalla tua nuova consapevolezza: “È perché non gli piaci abbastanza®”.
La rivoluzionaria formula di “È perché non gli piaci abbastanza®” è stata elaborata dai nostri esperti dopo una lunga ricerca sul campo e si adatta praticamente a tutte le situazioni.

Prima di scoprire “È perché non gli piaci abbastanza®” lo chiamavo sempre al telefono per capire cosa facesse, perché preferisse stare con gli amici invece di uscire con me. All’inizio pensavo avesse un’altra, poi ho visto che addirittura preferiva il Burraco a me. Ma da quando ho scoperto l’innovativa formula di “È perché non gli piaci abbastanza®” tutto mi è stato più chiaro [Linda, 27 anni].

Spesso passavo ore a litigare con lui su Whatsapp: io scrivevo, scrivevo e lui rispondeva a monosillabi. Mi ignorava sempre e non capivo il perché. L’ho anche minacciato di lasciarlo e la sua reazione è sempre stata quella di riavvicinarsi un po’, ma poi ricominciare a disinteressarsi di me. Non capivo la ragione, ma poi un’amica mi ha fatto conoscere “È perché non gli piaci abbastanza®”. Da allora tutto è cambiato [Linda, 32 anni] [Non quella di prima, eh].

Da me voleva solo sesso. Fatto quello, spariva. Non si faceva sentire fino a che non gli andava di nuovo. Mi sentivo usata ma speravo che col tempo si innamorasse di me. Invece niente. Poi ho letto di “È perché non gli piaci abbastanza®”. Ho trovato la forza di lasciarlo e la vita adesso mi sorride. [Linda, 35 anni] [Giuro, è una coincidenza].

“È perché non gli piaci abbastanza®”, la soluzione.

Presto disponibile anche nella versione per lui: “È perché non le piaci abbastanza®”.

[Grandi classici rielaborati]