Il missionario e la radiolina

Un missionario si recò in una remota regione che non aveva ancora conosciuto la civiltà. Incontrò un gruppo di nativi che raramente aveva visto un uomo bianco. Il missionario si fermò là e notò come il gruppo fosse coeso, una grande famiglia con compiti assegnati a ciascuno e nessuna invidia, nessuna rivalità.

Tutto funzionava.

Tutte le sere il missionario accendeva la sua radiolina portatile e l’intero villaggio si riuniva attorno a questo oggetto che emanava strani suoni, musica, e nessuno capiva come fosse possibile.
Il missionario lasciò il villaggio dopo qualche giorno, con un gran carico di cibo donatogli dal villaggio, un carretto trainato da due buoi, frutta fresca, oggetti intagliati che avrebbe potuto rivendere poi al mercato. Salutò tutti e lasciò a un ragazzo del villaggio la sua vecchia radiolina a batterie, ormai scarica del tutto. Non l’avesse mai fatto: quel ragazzo iniziò a vantarsi con tutti di possedere l’oggetto tanto ambito, e non importa che non funzionasse più, era sufficiente il possesso della radiolina per attestare uno status di privilegiato. Gli altri componenti del villaggio allora iniziarono un lungo e costoso viaggio verso i villaggi vicini, e iniziarono a informarsi su come ottenere anche loro radioline simili. In qualche modo le ottennero, a carissimo prezzo (molti si indebitarono pur di averne una).

Tutti ora avevano la propria radiolina.

In pochissimo tempo questa perse il suo fascino e venne accantonata, perché l’avevano tutti, non era più status symbol, mancava la caratteristica dell’esclusiva.

La cosa da rimarcare era lo stato d’animo del ragazzo che aveva ricevuto la radiolina dal missionario: la sua felicità nel possedere quell’oggetto svanì nel momento in cui altri ne avevano trovate di simili.

Morale: non importa che tu possegga o meno qualcosa, la cosa più importante è che gli altri non ce l’abbiano, che stiano peggio di te o quantomeno non meglio. Non importa star male: altri devono stare peggio, e questo ti darà sollievo.

Niente, è una storia che lessi da qualche parte, simbolica. Non ne vedo alcuna applicabilità ai giorni nostri.

Cambiamo argomento dai, parliamo al solito di politica?
Vedo che gli italiani gradiscono: consenso altissimo all’operato di questo governo.
Puntare sui vitalizi odiosi e non su una riforma seria della politica è stata operazione vincente: facciamo stare un po’ peggio gli altri, pure se spesso si tratta di gente che non avrà grossi contraccolpi da questi tagli, ma intanto li puniamo un po’, ci basta per star meglio noi.
Centri commerciali chiusi la domenica? Fantastico! Le persone che ci lavorano potranno dedicarsi alla famiglia, come dice Di Maio, come non essere d’accordo? Certo, il lunedì poi si torna in ambienti spesso privi di tutela, con orari ben superiori a quelli da contratto, a volte vessati e ricattati in modo più o meno silenzioso e costretti ad abbozzare perché c’è una famiglia da mandare avanti. Una riforma del lavoro in tal senso sarebbe auspicabile, ma Dio provvederà, intanto stiamo a casa, altri no, ci basta per star meglio noi.
Farsi riprendere mentre si passeggia sul dismesso Air Force dell’odiato Renzie altrettanto, finalmente uno smacco morale alla casta, non importa strutturare un noioso e complicato piano di revisione delle spese pubbliche superflue, su: facciamo stare peggio una persona, mettendola alla pubblica gogna, ci basta per star meglio noi.
Gli immigrati? Beh, porti chiusi, costo zero. Rivedere il trattato di Dublino è un casino, ci stiamo provando, forse, boh, ma ci sono scartoffie, servirebbero competenze e voce in capitolo, non selfie con la parannanza davanti un barbecue. Intanto lasciamo marcire poveracci in mare: non risolve il problema, però ci basta per star meglio noi.

Non so perché mi siano venuti in mente questi esempi, boh. Parlavo di quella tribù, gente che sta tutto sommato bene, però si lascia traviare, spaventare, irretire dal missionario, che può assumere le forme di un imbonitore, uno sciamano, un bravo venditore, una persona carismatica, un uomo forte, un personaggio popolare, uno che che ci promette cose, cose grandiose, terreni fertili e grandi raccolti, raccoglie consenso, ci lascia alla fine una cazzo di radiolina e se ne va con le tasche piene, a litigare tra noi pezzenti, più divisi di prima, noi persone troppo semplici per capire o ammettere di averlo preso nel culo.

No, proprio non capisco come mi siano venuti in mente quegli esempi.

Gli Stones a X-Factor, oggi

Pensavo, cosa accadrebbe se oggi gli Stones andassero a X-Factor. Da sconosciuti, intendo, giovani, esordienti. Tempi diversi rispetto al video, ovvio, dinamiche totalmente rivoluzionate quanto a musica, discografia, tutto. Però.

Fedez: “Riuscite a tenere bene il palco, siete interessanti, sapete come tirar fuori quello che avete dentro, e questo è molto bello. Siete freschi, ma anche vintage, e questo è molto bello. Mi date un deja-vu che mi ricorda qualcosa, boh, chiederò a mamma, e la mamma è molto bella. Siete i papabili vincitori di X-Factor, ma serve umiltà in questo mondo, raga, umiltà. Ma dovete esprimere sicurezza, spaccare tutto, raga, essere Dio sul palco. Ma umiltà, raga. Dio umile è molto bello. Lavorerei di più sul look perché raga, cioè, il mondo va avanti, dai. Se volete ho in casa una ottima consulente dell’immagine che per ventimila euro vi manda due link da Instagram, e per me sarà molto bello”.

Manuel Agnelli: “Iniziamo a dire le cose come stanno, perché
sono cattivo e vi distruggo. Siete molto lontani dalla mia personale visione della musica, cioè gli Afterhours, però siete bravi. Meno di me, che ero negli Afterhours, ma bravi. Non comprerei mai un vostro disco perché io comprerei solo dischi miei e degli Afterhours , ma io sono così, non siete sbagliati voi, è che sono giusto io. C’è materiale umano per lavorare: il mio”.

Asia Argento: “Ragazzi, dal punto di vista musicale non siete mai state donne, dunque non giudicate senza sapere. Detto questo mi avete emozionato, ma in modo pulito, senza polemiche. Mi sono sentita trasportata in un altro spazio, in un altro luogo, senza giudizi. Che è poi quel che ho detto pure a quello prima di voi, che ha cantato con quella banana in testa e il banjo nel culo, ma che ne so, pure lui mi ha trasportato in un altro spazio, in un altro luogo, pulito, senza nessuno che si mettesse là a giudicare senza sapere; comunque qua parliamo di voi: guardate, sto piangendo, dunque mi sono piaciuta, bravissima!”

Mara Maionchi: “Sto cercando di capire come cazzo vi potrei collocare nell’attuale panorama discografico. Sono nervosa, non ho cacato e vaffanculo”.

E ALLORA LO OSPITO A CASA MIA

Ho ospitato un extracomunitario. Mi fa: “Sai che noi Svizzeri abbiamo le banche più belle del mondo?“. Ci resto un po’ male nel verificare che manco un rigo e già ho messo un luogo comune, ma non faccio in tempo a dire nulla che lui mi porge una tavoletta di cioccolato. “Questa non è né equa né solidale, infatti è buona“. Assaggio e in effetti quel cioccolato non ha la patina marroncina chiara tipica dei prodotti equi, solidali e immangiabili che compri pensando di fare del bene e invece stai finanziando la lobby dei produttori di patina marroncina chiara.

Insomma lo svizzero, che si chiama Tonino Saccaromiceto (chiedo: non è parente) pare gradire che l’abbia ospitato.

È che leggo sempre “E ALLORA OSPITALI A CASA TUA“, e così ho provato. Solo che sotto casa, a mendicare nel parcheggio del supermercato, c’era solo questo svizzero. L’ho riconosciuto dal fatto che quando riceveva l’elemosina rilasciava ricevuta, il che è piuttosto raro intorno a quel supermercato. Gli costava più di tasse che altro, ma gli svizzeri si sa, sono così, e questo è il terzo luogo comune (l’editore mi riconosce un bonus).

Tecnicamente è extracomunitario, praticamente occupa un posto letto, fastidio ne ho perché vivo in 40 metri quadri peraltro già occupati da una famiglia che non ne vuole sapere di lasciare l’appartamento (dicono sia loro, ma io ci vivo da tre mesi e un po’ di diritto l’ho studiato e so come funzioni l’usucapione abbreviata), dunque ora sto a posto. Quando mi diranno: “E ALLORA OSPITALI A CASA TUA” risponderò: “Già fatto, minuscolo“. “Minuscolo” è a doppio senso, ma loro non ne capiranno nessuno dei due.

In settimana dovrebbe piovere.

Giganti e cazzate. Giganti

Su History Channel (parliamo di Storia, dunque, parrebbe) in questo momento stanno parlando di un arrivo dallo spazio di entità provenienti dalle Pleiadi, che poi avrebbero insegnato ai sardi (ai sardi, dalle Pleiadi) a costruire strutture astronomiche quattromila anni fa. Queste entità erano giganti, per non farsi mancare niente.

“Enigmi alieni”, “Cospirazione extraterrestre”, intervallati a cose come “Vita di Mussolini” e “Guerra Fredda”. Come fossero sullo stesso piano.
Trovo tutto questo sconcertante ma ancora una volta il simbolo dei nostri tempi.
Gente con scarsa cultura e/o scarsa intelligenza si mette davanti alla tv e assorbe cotante puttanate.

C’è una responsabilità enorme dei media, oggi. C’è sempre stata, ma una volta avevamo una struttura mentale diversa: nessuno metteva in dubbio l’autorevolezza della televisione, ma nemmeno quella di chi “aveva studiato” e ti aiutava ad avere una chiave di lettura più riflessiva, si chiedeva a chi ne sapeva di più. 
“Quello è dottore, chiediamo a lui”, era l’approccio. Modesto, umile, sano. C’era sempre l’anziano professore che potevi trovare al bar, a dispensare conoscenza. E se ti faceva male una gamba si chiedeva al medico. 
Oggi è “Fammi cercare su Google questi giganti in Sardegna”. E li trovi, perdio. Li trovi perché un coglione da qualche parte ha aperto un sito su Blogspot in tre minuti e ha riversato là le sue puttanate, spesso interessate perché ci trova un tornaconto, altre volte per pura voglia di mostrare al mondo di esistere. Puttanate che hanno una visibilità e una valenza affatto proporzionale alla veridicità dei contenuti.

Su internet trovi tutto e il contrario di tutto, si sa, e capire dove sia la verità è impossibile se ti mancano le basi. Basi che non si fanno su internet. Si dovrebbero imparare a scuola, dovrebbero essere spiegate dalla famiglia, e la tv dovrebbe completare il quadro facendo informazione, non disinformazione.

I giganti. Dalle Pleiadi. Arrivano dove? In Sardegna.

Sarà il mirto.

Per il giorno della mia morte

Ho un rapporto strettissimo e simbiotico con la morte, da bambino. Mi pare una roba enorme per non pensarci continuamente e un tempo invidiavo quelli che mi dicevano “ma non ci pensare, tanto che ci vuoi fare?”. Li invidiavo perché avrei tanto voluto pensarla così, in modo fatalista e leggero.

Col tempo ho iniziato invece ad accarezzare l’idea della morte, ad esserne affascinato: si tratterà pur sempre della più sconvolgente esperienza della mia esistenza, insieme alla nascita. In mezzo cose marginali: la macchina nuova, la scopata straordinaria, la riunione di condominio, la lite su Facebook, le chiavi perse, il moscerino in un occhio.

Cazzate, tutte.

Oggi scopro che è morta una persona che avevo tra gli amici di Facebook. Avevo avuto con lei sporadici contatti tramite commenti e like, nulla più. Era però un nome che leggevo e girava spesso sulla mia bacheca e mi era familiare.
Non so come spiegare la sensazione di smarrimento che mi ha portato questa cosa: c’è gente che ne sta soffrendo tremendamente la scomparsa mentre per me non era una persona “importante”, dal punto di vista del legame.

Eppure qualcosa mi sconvolge.

È come se questo ambiente amplificasse i legami: gente mai vista diventa vicina. Impariamo a conoscerla, i gusti, le miserie e le grandezze.
Poi un giorno ti dicono che è morta.
E magari quell’account è usato proprio per dare l’annuncio, da una sorella, da un congiunto, da genitori disperati. E questo crea il corto circuito definitivo: quella persona torna a vivere, annunciando che non c’è più. Perché erano parole senza corpo prima, sono parole senza corpo ora. È lei, con la sua foto profilo, con i suoi post precedenti, che ci sta dicendo che non è lei.
E tu là a cercare di capire, a farti domande, a non sapere come farle, se farle, a chi farle, chi risponderà.

Questa cosa ha ulteriormente radicato in me il mio rapporto con la morte. È impossibile non pensarci, ne sono attratto, è quasi diventata curiosità, con la controspinta fortissima dell’attaccamento alla vita, dell’autoconservazione.

Qualcuno tirerà fuori questo post quando morirò, e molti scriveranno qualcosa di buffo, comico, perculatorio, aggiungendo: “Lui avrebbe apprezzato”.
Niente, ve lo dico ora: non me ne fotte una mazza.

Quel che invece voglio sappiate – io lo so, voi lo sapete – è che ogni battuta lascerete qua, a mo’ di ricordo, fiore virtuale, segno di stima o di qualunque cosa, beh, sarà certamente una battuta che io avrei scritto meglio.

Idiocracy de’ noantri

Abbiamo (io per primo) sfottuto i no-vax, i complottisti, gli sciachimisti, i maghi e fattucchieri, le presentatrici bevipiscio, gli Stamina, le wannemarchi e gli allocchi che abboccavano.
Abbiamo tutti sottovalutato questo fenomeno, questo rigurgito di ignoranza, vedendolo come puro folklore o goliardia, al pari dei filmati dei prediciottesimi e dei neomelodici ai matrimoni pacchiani.
Adesso questa gente ha attecchito nella nostra società, ha fatto proseliti e danni reali non più solo a se stessa.
La profezia di Idiocracy e il suo mondo fatto di gente stupida che si riproduce più di quella “normale” non è mai stata tanto realistica.
https://www.repubblica.it/cronaca/2018/09/11/news/no_vax_in_classe_bimbo_con_leucemia_rischia_di_non_poter_andare_ascuola-206147228/

“Quando ancora me ne fotteva qualcosa” (cit.)

Sapete cosa?
Qua sopra ho incontrato persone notevoli, intelligenti, colte, capaci. Oserei dire anche “buone”, se questo termine oggi non fosse quasi offensivo. Gente che addirittura mi spedisce un contributo per il solo piacere di farlo, di leggermi, senza sapere che quei soldi io poi li uso per fare la spesa al centro commerciale la domenica solo per vessare commesse ciancica-gomma incazzate con la vita, che poi entreranno qua a sfogarsi per diverse ore, invece di provare a formarsi, studiare una lingua, cercare di affrancarsi da una situazione di sudditanza al mercato del lavoro che non sempre è colpa di altri. Se sei così facilmente sostituibile prova a far qualcosa per te, per il tuo futuro. Ci sono corsi di formazione, anche gratuiti, in ogni settore. C’è un mondo di opportunità ovunque, oggi. Il divano e il cazzeggio internettiano sono più appetibili, lo capisco. Poi però non prendertela con me, se il tuo lavoro se lo può prendere pure uno che arriva qua senza manco le scarpe (semicit. Doug Stanhope). Limiti che poi diventano di decifrazione del mondo che ti circonda e ti impediscono persino di capire l’ironia di una battuta come questa. Probabilmente anche per il rimbombo della ciancicatura della gomma.

“La domenica non si deve lavorare! Nessuno deve lavorare! Si deve stare in famiglia, andare fuori, al cinema, in spiaggia, nei ristoranti!”. Tutti gestiti da robot, presumo. Da dove comincio con queste persone? Non comincio. Non comincio più. È una corsa a cercare il nemico (mi hanno dato del comunista e del fascista nell’arco di tre minuti), di togliere agli altri, più che rivendicare diritti noi. Una corsa a frammentarci ulteriormente in tribù, ha intelligentemente notato qualcuno dei pochi sopra descritti.

Dopo tanto avere a che fare con tanta gente, a me queste persone che sono qua e mi seguono, anche solo per confronto – mica necessariamente per accordo – ora sembrano una netta minoranza, ma ci sono.
Mi rendo conto che non solo è impossibile perforare le bolle facebookiane per lasciare che la contaminazione culturale faccia il suo corso e apra le menti. No, non si può, ma soprattutto non si deve. Siamo un paese di feudi e enclavi, lo siamo culturalmente da sempre e questa cosa si sta radicando, provincializzandoci ulteriormente. Siamo la periferia culturale dell’Europa, pensandoci invece ancora al centro del mondo, ma invece di antichi tribuni romani siamo come i gladiatori taroccati con la panza da Ichnusa e il gladio made in China che elemosinano due spiccioli ai cinesi attorno al Colosseo. Siamo quelli dell’applauso all’atterraggio, quelli che mettono la scritta “TURBO” sulla Punto diesel, quelli che non parlano una cazzo di altra lingua e manco bene la propria. E con orgoglio e arroganza. L’arroganza dell’ignoranza oggi estremizzata e diventata vanto. Perché si fa prima così, che farsi il culo a studiare e crescere. Provarci, almeno.

E poi ci sono gli stupidi, tout court. Quelli che semplicemente non capiscono le cose. Ci sono sempre stati, sempre ci saranno. Vi invito a leggere taluni commenti al post sulle chiusure domenicali: io penso che ci sia materiale per invocare un dio potente e distruttore e chiedergli di azzerare tutto, per una nuova civiltà nella quale l’egemonia sarà delle falene. O dei lombrichi. O una bestia qualunque, purché priva di tastiera.

Dunque sapete cosa?
Io mi coccolo i miei quattro gatti, che mi danno soddisfazione e mi fanno sentire meno solo. E viceversa, credo, spero. E inizierò a pubblicare solo cose dirette, prive di qualunque edulcorazione e diplomazia, perché non mi fotte un cazzo di arrivare a tutti, non mi fotte un cazzo di fare qualcosa pur nel mio piccolo per migliorare la devastazione culturale di questo paese.

Scriverò solo come voglio, quel che voglio, per chi vorrà.

Esattamente come sempre. <3

Perché perché, la domenica mi lasci semCHIUSO

– Devo comprare delle cose, andiamo al centro commerciale?
– È domenica, Di Maio li tiene chiusi oggi.
– E perché?
– Dice che così ci dedichiamo di più alla famiglia e si riequilibra il mercato selvaggio. 
– Però ha ragione. Ragazzi, venite al computer con papà: compriamo un po’ di cose su Amazon.

Precisazioni.

È il tipico provvedimento che fa clamore e non costa nulla. Come la chiusura porti. E non porta niente in termini di diritti. Se so che la domenica lavoro ma so anche che vengo pagato per il festivo e lunedì riposo, dov’è il problema? Che non vengo pagato di più? Allora il problema è la disapplicazione del contratto, e viva l’Italia. Fai rispettare i contratti, non inventare cose che poi saranno di nuovo in qualche modo aggirate all’italiana.

Appresso. Se un posto di lavoro prevede la possibilità di lavorare la domenica io lo metto in preventivo. Se la domenica mi serve libera non faccio quel lavoro. Se ho bisogno del lunedì libero faccio il parrucchiere. Se il sangue mi fa senso non faccio il chirurgo, o il macellaio. Se sono antiabortista non faccio il medico che poi invece di praticare aborti fa obiezione di coscienza. Ah no, scusate, qua si usa così. Comunque. Un lavoro non viene assegnato d’ufficio. Non ancora, almeno (magari ho appena dato un input a qualche grillino).

Appresso, le giustificazioni di Di Maio: stare più con la famiglia. Qua c’è tutto il solito populismo mammone e volemose bene, tutto il provincialismo che questo paese ama. Intanto i posti di lavoro vanno a farsi benedire, l’online prospera, ma io posso pranzare dalla mamma. Disoccupato ma coi cannelloni.

Ultima cosa, anche all’estero molti esercizi chiudono la domenica, ma in molti sono aperti 24/24. E hanno contratti chiari, rispettati. Se qua il lavoratore è spremuto è perché è usanza, è connivenza, si è sempre fatto così.

La domenica non è il problema. È l’italiano.

Mi verrebbe da dire “E LA LEGGE FORNEROOOO???”.

Horror, pulp & trash: IlMeteo.it

Quelli che hanno una certa età ricordano le previsioni del tempo di Edmondo Bernacca: un uomo misurato, sorridente, in bianco e nero persino nei modi garbati.
Il sensazionalismo, la necessità di monetizzare il traffico su internet, la presenza massiccia di beoti che stanno là con molto tempo a disposizione e poca capacità critica (il mix micidiale dei nostri tempi), hanno generato questi mostri nell’informazione, persino meteorologica.

Avete la app de Ilmeteo.it sul cellulare? Se no, mettetela. Vi invito a seguire le sue notifiche per una settimana. Dopodiché saprete cosa voglia dire terrorismo psicologico sul nulla. Il nulla puro. Come fare altrimenti a rendere appetibili delle previsioni del tempo? Delle misere, banalissime, cazzo di previsioni del tempo! Come fare, se non parlando di “STRANA LUCE NEL CIELO”, “ALLARME GRANDINE INCREDIBILE!”, “GIGANTESCA MACCHIA”, “PERDIO PIENO DI MOSTRI QUA!“?

È la stessa logica dei boxini morbosi acchiappaclick su Repubblica, Corriere etc.
Non arrivo a parlare dei siti acchiappagonzi, altrimenti si va a parare ancora sulla politica e voi sapete quanto io non voglia affrontare argomenti così delicati nei quali è bene che ciascuno scelga liberamCIALTRONI DEL CAZZO È SEMPRE COLPA VOSTRA DI OGNI COSA, PURE CHE MI DEBBA CACARE SOTTO SE APRO LE PREVISIONI METEO COL DUBBIO GOLFINO SI/NO PER POI RITROVARMI A PENSARE CHE PER PASQUETTA MEGLIO METTERE UN ESOSCHELETRO ATOMICO!

Io vi odio, profondamente. Ma per sapere nel dettaglio cosa penso di voi userò esclusivamente parole che starebbero benissimo su ilmeteo.it:
WEEKEND FURIOSO, GROTTESCO E BIMBUMBAM: MAZZATE, MAZZATE FORTI! ATTESE GIGANTESCHE SFERE ESPLOSIVE CHE POTREBBERO SALIRVI SU PER IL CULO! RETROCESSIONI E PENALIZZAZIONI SU TUTTO IL CAMPIONATO! OLOCAUSTO CON GODZILLA DA EST! MALEDIZIONI SPARSE! TROPPO TARDI PER TUTTO! DIO MUORE!

You’ll never walk Clone

La diversità aggiunge valore alle nostre vite: ti immagini se fossimo tutti uguali?“.

Ok, è una frase bellissima. Ma la domanda sarebbe: “Ma tutti uguali a chi?”.
Cioè, se fossimo tutti uguali a me stesso sarebbe un mondo noiosissimo, certo, ma perfettamente funzionante. Niente ressa, mai, da nessuna parte, per evitare il fastidio della gente. Ciò comporterebbe un Salento vuoto ad agosto, nessuno in autostrada a pasquetta, nessuna coda l’ultimo giorno di qualunque cosa in qualunque sportello pubblico. Col paradosso della consapevolezza di tutto questo e dunque di nuovo tanti “me stesso” in Salento ad Agosto, in autostrada a pasquetta, etc. Con la consapevolezza di quest’altra cosa e di nuovo nessuno. Etc. I paradossi irrisolvibili.

Per esempio: strade sempre pulite e senza una buca: ma chi le sistemerebbe? Io no di certo. E i commercialisti? Chi farebbe mai il commercialista in un mondo di soli “me stesso”? Io manco per il cazzo: ho un equilibrio mentale da preservare: da bambino sognavo cose, non numeri, e preferirei vivere un giorno da essere umano che cento giorni da commercialista. Ma il commercialista serve. Dunque? Dunque boh, paradosso, e il giochino finirebbe qua. Magari investirei nella ricerca, nella robotica, per creare robot-commercialisti, privi di ogni sentimento, di umano pensiero e capacità se non quella di fare i conti. Come i commercialisti veri.

Scherzo eh: i commercialisti non sono così male.

Scherzo ancora: lo sono.

Ma ci sarebbero altre cose, prive di paradosso, che renderebbero questo un mondo migliore, se popolato da soli “me stesso”: niente macchine in doppia fila. Niente ultras infoiati allo stadio. Niente sovrappopolazione mondiale. Niente fisime nel lavare la macchina nuova coi rulli che “potrebbero graffiarla diomio lavaggio solo a mano con shampino specifico e spugna morbida per la mia piccolina“. Niente puttanate così, mai. Niente gente in ritardo, niente monnezza buttata a casaccio. Niente film di De Sica, Boldi, Salvi perché nessuno andrebbe a vederli. Così come niente Barbara D’Urso, De Filippi, Amici, Nemici, tronisti, troionisti, reality, programmi di cucina, programmi di altro che alla fine sono di cucina. In un mondo di soli “me stesso” nessuno avrebbe più bisogno di dei, dunque niente esaltati, niente fondamentalisti, nessuna guerra di religione, nessuna Chiesa, tutti i beni di tutte le religioni immediatamente redistribuiti tra la popolazione e niente più spese in nome di qualcuno che non solo non esiste ma se esistesse non avrebbe certo bisogno di soldi, né permetterebbe a esseri umani di conciarsi in quel modo e parlare a suo nome. Niente terrapiattismo, sciachimismo, antivaccinismo, teorie sciamaniche, arruffoni, santoni, cialtroni, cantoni, rioni.

Una cazzo di palla di mondo? Probabile.

Ma la cosa più importante, che mi farebbe davvero desiderare un mondo di soli “me stesso” e che renderebbe il nostro un mondo migliore è: mai, mai, mai, per nessun motivo, da nessuna parte, musica latino-americana.

Basterebbe questo.