I cazzi degli altri

Teenage girls in conflict

Pubblichi foto erotiche, ammiccanti. Ci sta, è un tuo spazio, ci mancherebbe. Ed è stupido chi viene a farti la morale: tu pubblichi quel che ti pare. Qualcuno ti dice che è roba di “Cattivo gusto”, come se ci fosse un parametro oggettivo, una misura. Il tuo “buon gusto” può essere totalmente diverso dal mio, e comunque siamo nel 2019 e dovrebbe essere lontana l’epoca delle censure espressive (“L’origine du monde” di Courbet insegna). “Mi vieni a fare la morale per due foto che pubblico? Ma che problemi hai?”.

Ti scrive in privato uno, che nella foto profilo sorride accanto a due bambini.
Non si sa chi siano i bambini ma PRESUMI siano i figli (potrebbero essere nipoti, due perfetti sconosciuti immortalati in occasione di qualcosa, non si sa).
Avendo presunto fossero i figli, PRESUMI sia sposato (potrebbe essere vedovo, single, fidanzato, separato, divorziato, gay, tutto).

Il tizio ti scrive che le tue cose glielo fanno venire duro e lui si smanetta al pensiero.

Tu pubblichi la schermata, con nome e cognome dello smanettatore, foto profilo in chiaro con tanto di bambini sbaciucchianti accanto.

Perché?

Perché il tizio ha fatto qualcosa che non doveva, una roba di “Cattivo gusto”, come se ci fosse un parametro oggettivo, una misura. Il tuo “buon gusto” può essere totalmente diverso dal mio, e comunque siamo nel 2019 e dovrebbe essere lontana l’epoca delle censure espressive (“L’origine du monde” di Courbet insegna). [loop]

Ehi, ma prima valeva per te, adesso non vale per lui?

E via una serie di commenti a insultare, sbeffeggiare, condannare il pippaiolo.

Tutti con la sentenza in mano.

Tutti che davano per buone le presunzioni di cui sopra.

Pochissimi a opporre un: “Scusate, ma perché state mettendo alla gogna quel tizio?”.

Invece un fiorire di: “È stata una cosa di cattivo gusto”, “Ha figli, non dovrebbe scrivere certe cose”, “Si dovrebbe vergognare”, “Vorrei vedere se viene a saperlo la moglie”.

Moglie che magari non c’è. Ma pure se fosse? È una conversazione privata. Il reato l’hai commesso tu che pubblichi robe private, non lui. La porcata “di cattivo gusto” (aridaje) l’hai fatta tu, non lui. Lo schifo reale lo hanno creato i commentatori coi loro sfottò, non lui.

Commentatori tutti impeccabili, dalla sessualità inesistente e dalla morale inappuntabile, esseri efebici o del tutto eterei, vicini alla purezza del Signore.

I cazzi degli altri.
Voi vi fate i cazzi degli altri, e sapete perché?
Perché siete marci, siete marci dentro, e avete un bisogno immane di sentirvi migliori e di mostrare agli altri di esserlo. Avete bisogno di capri espiatori da condannare, poveracci da affossare, condanne da eseguire.
Perché fate schifo e non avete i coglioni per ammetterlo, per accettarlo.
E fate schifo per il solo fatto di essere persone, esseri umani, con tutto il carico di debolezze degli esseri umani.
E vi serve sublimare, distaccarvi da questa merda, sentirvi buoni come vi sentite quando date l’euro al poveraccio, e antirazzisti se il poveraccio è di colore (jackpot!).

Voi state sempre a rincorrere una figura di voi che non esiste.
Per questo siete perennemente stressati, sfibrati, stanchi.

Io sono un pezzo di merda, ho un casino di limiti, fatico tantissimo ad accettare certe cose. Ma ho da un pezzo accettato me, il mio essere un essere umano, con tutto il carico di merda correlato.
Quando ci riuscirete pure voi vedrete che dei cazzi degli altri che non vi coinvolgono, non vi tangono, non vi creano problemi personalmente, smetterete di interessarvi.

Fatemi sapere.

Il cambiamento

Mauro è milanese, ha 12 anni e frequenta la scuola media del suo quartiere.
Antonio è napoletano, 12 anni, e frequenta la stessa classe di Mauro.
Luigi è il cugino di Antonio, anch’egli napoletano, 12 anni e sempre la stessa classe.
Mauro è il bulletto della scuola: prende sempre in giro i più deboli e in particolare sfotte Antonio e Luigi per il loro accento. Li chiama “Terùn”, come sente dire dal padre.
Antonio ha un carattere forte, non gli interessa: e poi è bravo, studia, si impegna.
Luigi invece soffre molto questi sfottò, si sente emarginato, in difficoltà, ma trova in Antonio un supporto, una difesa.

Passano gli anni e arriva il tempo delle superiori.
Mauro non fa più il bulletto perché fisicamente non ha più la struttura per permetterselo: è un po’ sovrappeso, una struttura fisica che non incute certo timore, ma ha mantenuto quell’atteggiamento indisponente e gradasso di sempre.
Antonio è diventato un bel ragazzo, ricercatissimo dalle ragazze della sua scuola: un successo amplificato dal suo essere leader di una band che sta avendo un discreto ritorno.
Luigi è sempre rimasto un po’ ai margini, mai una scintilla, anche a scuola risultati modesti.
I tre si ritrovano casualmente a una festa.
Mauro vede Antonio e prova ad attaccar bottone, per farsi presentare qualche bella ragazza: Antonio ne è sempre circondato.
Antonio ricorda i tempi nei quali Mauro prendeva in giro lui e il cugino, e tutte quelle brutte parole, quelle offese, quelle umiliazioni portate avanti per tanto tempo, e allontana Mauro.
Mauro vede allora, in disparte, Luigi, e si avvicina a lui.
Luigi dapprima si preoccupa, ma poi vede che Mauro sembra cambiato, sorride, non insulta, non minaccia, non sfotte.
Mauro entra nelle grazie di Luigi, tanto che i due diventano amici.
In realtà Mauro sta approfittando, ancora una volta, della debolezza di Luigi: lo sta usando per un suo fine, entrare nel giro di conoscenze di Antonio e avvicinarsi a quelle belle ragazze.
Antonio si accorge di questo ennesimo gioco subdolo di Mauro e avvisa suo cugino Luigi: “Guarda che ti sta usando, ti prende in giro. In realtà Mauro odia me, te e tutti quelli come noi, gli facciamo schifo, non è affatto cambiato, anzi”.
Luigi a questo punto prende a male parole il cugino Antonio, lo accusa di invidia, gli dice che adesso finalmente ha trovato qualcuno che lo apprezza, che Mauro è cambiato.
Antonio cerca di spiegare come Mauro stia plagiando Luigi, ma Luigi, che non è mai stato un fulmine di guerra nel capire le cose, a questo punto taglia i ponti con Antonio e inizia a frequentare Mauro.
Mauro si fa presentare tutte le belle ragazze che Luigi conosce grazie all’essere cugino di Antonio.
Antonio e Luigi si perdono di vista.
Dopo qualche anno Antonio rivede Luigi e gli chiede come vada.
Luigi gli chiede scusa per quanto accaduto anni prima e gli confessa che Mauro, dopo essere stato introdotto a quel mondo che voleva conoscere, lo ha mandato a fanculo proprio come ai vecchi tempi.
Luigi si vergogna di essere stato preso in giro così facilmente. E’ stato tratto in inganno da un cambiamento di comportamento che chiunque, con un po’ di raziocinio, avrebbe subito inquadrato.
Ma Mauro si sa, è questo. Lui dice alle persone semplici quello che le persone semplici vogliono sentirsi dire.
Mauro non cambia.
Antonio lo sapeva.
Luigi no, non se n’è accorto.
Oggi siamo nella fase di Luigi che manda a fanculo Antonio.
Come vedremo nei commenti.

Addavenì barbone!

A furia di semplificare per venire incontro a tutti, tagliare per evitare di annoiare, progettare le cose in modo da minimizzare i rischi per chi fosse incauto, prevedere tutto perché qualcuno potrebbe sbagliare, avete azzerato l’efficacia della selezione naturale e oggi ci ritroviamo ovunque gente che usa uno smartphone, cioè la tecnologia e i progressi della scienza per mettere in dubbio la tecnologia e i progressi della scienza.
Se sulla varechina ci scrivete “PERICOLO”, “Non ingerire”, ci mettete un teschio, ci aggiungete additivi per creare un odore chiaramente respingente, fate il tappo antibimbo e nonostante tutto uno ci si attacca come fosse una Ichnusa, magari le cose è bene andassero così e che il tizio volasse al suo Creatore.
Ma voi niente, lo curate, perché siete brava gente e avete fatto il giuramento di Ippocrate. Poi quello si rimette, entra su Facebook e parla male delle multinazionali della varechina. E magari pure della medicina che non gli ha salvato completamente il fegato.
Se crei cose a misura di un idiota, gli idioti troveranno nuovi modi per sbagliare.

#iostocondarwin

Le parole che non ti ho detto

Ero solo, per la prima volta a Los Angeles. Il motel era a Glendale, così da permettermi di visitare Hollywood, la strada con le stelle e quelle menate là con una certa facilità. Vicino l’osservatorio Griffith, dal quale si poteva godere di una veduta spettacolare sull’intero smog della città.

Decisi di passare la serata in un locale nella vicina Pasadena, perché avevo letto su Tinder Tripadvisor che là era facile incontrare stelle del cinema oppure perfette sconosciute molto carine, e io alle perfette sconosciute molto carine non sapevo resistere.
Entrai e venni avvolto da una nuvola di vapore aroma liquirizia – c’erano degli spruzzatori all’ingresso tipo decontaminazione nucleare, solo che invece delle radiazioni ti toglievano ogni virilità.
Feci come nei film, mi avvicinai al banco e chiesi una birra. E come nei film mi si avvicinò una perfetta sconosciuta molto carina, come quelle descritte un paio di righe sopra. Però non mi parlò, non attaccò bottone come speravo, “Sarà l’aroma liquirizia”, pensai. Così mi feci coraggio e le chiesi se potevo offrirle qualcosa. Niente, fu molto più semplice del previsto perché sorrise e disse di sì (probabilmente era una liquirizia depotenziata o lei aveva il naso chiuso).
Come succede in questi casi una parola dopo l’altra e ci congratulammo con noi stessi per aver capito come si costruiscono le frasi.
E una frase dopo l’altra e ci ritrovammo da lei, che abitava là vicino.

  • Vivi sola?
  • Sì, ma c’è una cosa che non ti ho detto.
  • Sei fidanzata?
  • Sì.
  • E allora? Cosa facciamo?
  • Quello che vogliamo. Ma senza baci in bocca.

Mi pareva un buon compromesso. Del resto se al fidanzato bastava questo mi sembrava giusto accontentarlo.

Mi portò nella camera da letto e mi chiese di aspettarla: doveva andare in bagno.
In un momento così altamente erotico un uomo può pensare cose incredibilmente fuori luogo. A me venne in mente: “Io non farei mai la cacca in un momento simile”.
Da lì a farsi domande sui mille misteri delle donne è un attimo: “Perché le donne vanno in bagno sempre in due?”, “Come fa una donna a usare un cellulare se è allergica ai libretti di istruzioni?”, “E’ possibile che una donna sappia guidare ma non riesca mai a parcheggiare rispettando le linee per terra?”, “Qual è stato in questo post il più becero luogo comune sulle donne?”.
Dopo cinque minuti uscì, con addosso gli stessi abiti di prima, e ci rimasi male perché mi ero fatto tutto un trip su lei e un négligé di quelli dei tempi d’oro di Barbara Bouchet, prima che invecchiasse e diventasse Barbara Bush.

  • Come mai non ti sei spogliata?
  • Vedi, c’è un’altra cosa che non ti ho detto.
  • Dimmi pure.
  • Io non sono la donna che credi.
  • Ma cosa pensi che io creda?
  • Non lo so, ma non voglio darti una impressione sbagliata.
  • Ma stai tranquilla, se hai qualcosa da dire sono qua, ti ascolto.
  • Sì, ma…
  • Non preoccuparti, non dobbiamo fare nulla. Se vuoi parliamo tutta la notte.
  • Sei dolcissimo. E mi piaci davvero. No, niente, non devo dirti nulla, aspetta.

E tornò in bagno di nuovo. Stavolta le aspettative sul négligé alla Barbara Bouchet (originale) c’erano tutte e più che motivate.
Ero là a pensare al Kamasutra e a come avessero voglia gli indiani di stare a seguire le istruzioni riportate su un libro mentre facevano sesso, voglio dire, ti immagini?

  • Allora, tu mettiti così…
  • Così?
  • No, guarda qua a pagina 35, la gamba sinistra attorno al mio alluce…
  • Aspetta…
  • No, non così… il gomito non va là…
  • Così?
  • Mi accechi il terzo occhio…
  • Ma Budda Eva! Mi sono incastrata!

Ma anche stavolta uscì dal bagno vestita esattamente come era entrata. E ci rimasi un po’ male.
Si avvicinò a me come se dovesse dirmi qualcosa di importante, e io la incoraggiai a parlare, con un sorriso. Non ci fu bisogno di dirle nulla.
Si sedette accanto a me, le presi la mano. Fece un grosso respiro e:

  • Scusami, ma c’è un’altra cosa ancora che non ti ho detto.
  • Hai il cazzo.
  • Sì.

Quella fu l’ultima volta che la vidi.
Los Angeles, dico.

Auguri che non siete altro

Che l’uomo sia un essere progettato per prendersi per il culo si capisce già dalla sua continua smania di trovarsi impegni inutili, di sistemare cose marginali, di dedicarsi ad attività assolutamente imbecilli come il collezionismo, la minuta catalogazione delle cose e la messa in ordine maniacale, dalla casa all’auto, dai cassetti della biancheria alla propria scrivania, in un anelito di iperbolica perfezione, ma di fatto realizzando solo il prontuario compulsivo del Furio verdoniano.

Tutto per occupare la mente, illudersi di poter controllare il flusso del tempo e dell’inesorabile divenire attorno a sé, e sfuggendo così, con questa leggerezza prossima alla pura stupidità, al pensiero della propria certa – e magari vicina – morte.

E ciò che più mi fa e mi ha sempre fatto specie, è sentirmi opporre la solita obiezione: “Eh, ma se uno ragiona così si deprime e basta: non si può mica pensare sempre alla morte”, come se uno scegliesse di essere realista, potesse decidere se ragionare o mettere da parte la realtà, mantenendo comunque onestà intellettuale.

Come se un ateo potesse razionalmente, pascalianamente, scegliere di credere in Dio.

La premessa era sì, che l’uomo è progettato per prendersi per il culo.
Ma questo non vale per tutti. Non vale per me.
Se vedeste il casino che ho in casa mi dareste ragione.
Ma v’immaginate, un ictus mentre state accoppiando i calzini, o mentre state sistemando per colore le mollette della biancheria?
Questa l’ultima immagine lucida della vostra vita?
Bestie che siete.
Meno delle bestie, che di certo non perdono tempo ad allineare statuine, abbinare cravatte, lucidare cruscotti.

Avete mai visto uno gnu lucidare un cruscotto?

Magari con una pelle di daino, che è pure a portata di mano. Invece niente.

Visto che non dico cazzate?

Auguri di buone feste.

“Popolo di santi, poeti, navigatori, nipoti e cognati” (Flaiano)

https://www.redditodicittadinanza2018.it/

500.000 persone abboccano a questo sito “IMPS” con la M. Ok. Facciamo il solito discorso indulgente sul fatto che siano magari persone anziane (ma hanno accesso digitale, qualcosa devono capire, oppure si sono fatte aiutare da qualcuno che dunque deve riuscire a distinguere una roba farlocca così), oppure gente che non ha studiato (ma anche qui le competenze digitali minime le hanno, vivono in questa società, votano – Cristo Santo, votano).

Ditemi voi, è credibile un sistema-paese che porta questi risultati? Cosa ha fallito? La famiglia? La scuola dell’obbligo? O magari un po’ tutto?
Io la butto là: e se fossimo noi, semplicemente un popolo di cialtroni, abituato da sempre ad arrangiarci, con quella subcultura non dello studio ma della furbizia, del compito passato sotto al banco?
E se fosse anche un po’ colpa proprio del vivere in un sistema clientelare, nel quale si trova lavoro per conoscenze e non per meriti?
La sto estremizzando, lo so, col rischio di cadere nel qualunquismo e nel “Signora mia”, ma aiutatemi a capire: cioè, se fosse proprio l’italianità nel senso peggiore del termine, ad aver alimentato, nel 2018, questo possente analfabetismo culturale?

Se io aspetto l’aiutino di qualcuno, sempre, poi magari sono così assuefatto a questo assistenzialismo che non ho manco più gli anticorpi culturali per distinguere vero, verosimile, ridicolo. E un sito così mi appare credibile: c’è il modulino da compilare, all’italiana appunto, e mi danno qualcosa.

È credibile. 

Nasco e già mi ritrovo in un sistema nel quale gli asili non sono per tutti – se hai conoscenze vai nei migliori. A scuola le prime cose che imparo sono le arti dello scopiazzo selvaggio (tutti noi abbiamo i ricordi più dolci e divertenti dell’infanzia e dell’adolescenza legati ai compiti in classe copiati, alle penne Bic riempite con le formule di fisica, alle interrogazioni superate con questo o quello stratagemma). Cresco, cerco lavoro e mi affido non al talento o all’impegno ma alle conoscenze. Lavoro e se posso inculare il sistema lo faccio, dalle mancate fatture agli aggiustamenti di bilancio creativi.

Insomma, essere da sempre immersi in un sistema che non fa selezione, che non screma, che non rallenta chi non merita e che frena chi ha più slancio, alla lunga qualche sfascio lo doveva creare. E ce ne stiamo accorgendo proprio ora che tutto è amplificato dal web, dai social in particolare.
Ora, che c’è possibilità di continuo confronto con altre popolazioni, con altre culture.
Ora, che la globalizzazione è reale e non limitata all’economia.

Voi davvero credete che un sito farlocco del genere, in Finlandia, avrebbe ingannato altrettante persone? E non perché i finlandesi siano più intelligenti: è che c’è una cultura diversa.

Siamo il popolo delle marchette, dei favori, degli intrallazzi e del “C’è un francese, un tedesco e un italiano: alla fine l’italiano è il più furbo”.

Siamo convinti di essere migliori.

E sapete chi lo è più di tutti?

Proprio quei 500.000.

https://www.tgcom24.mediaset.it/politica/reddito-di-cittadinanza-falso-sito-imps-ci-cascano-in-500mila_3180893-201802a.shtml

Pepperoni conspiracy

Bastano pochi giorni negli USA per capire il motivo dell’epidemia di obesità che affligge gli americani. E non si tratta solo dei soliti Big Mc o delle bibite gassate.

Provate a fare la spesa. Provate a comprare una roba semplice qualunque, che so: mandorle. Ecco, farete una gran fatica a trovare mandorle e basta. Nessun problema invece nel reperire:

  • mandorle al cioccolato;
  • mandorle glassate al caramello salato;
  • mandorle al burro di cocco e granella di zucchero con mini marshmallow incastonati;
  • mandorle al manzo affumicato, parmesan cheese e vino;
  • mandorle allo strutto di uranio, ascella di pescatore e olio motore.

Provate a comprare delle patatine in busta: dappertutto campeggia la dicitura: “naturally and artificially flavored”. Cioè, non basta che invece dell’olio di semi di girasole ci sia l’olio di canola (qualunque cosa sia la canola), non basta che ci siano aromatizzanti naturali: servono pure gli artificiali.

Il latte. Provate a trovare un litro di latte normale. A parte l’unità di misura diversa, ci sono fusti da un gallone che già solo a vederli li battezzi come detersivo, non solo per le dimensioni ma per le etichette colorate, che ci regalano mix micidiali di latte e fragola, latte e noci di macadamia, latte e pizza, latte e fondi obbligazionari JP Morgan.

Persino nei market biologici, dove campeggia dappertutto la scritta “organic” e sulle confezioni ci si affanna a sottolineare la naturale composizione del cibo, la lista degli ingredienti e additivi è inquietante.

Credo che a un certo punto uno entri nell’idea che il cibo debba essere raffinato, lavorato, aromatizzato il più possibile.

C’è dietro una industria alimentare impressionante, una catena produttiva che vive e prospera avvelenando un popolo indolente e privo di cultura alimentare, che vede ovunque prodotti finalizzati a esaltare i sapori e a fottersene delle conseguenze. Ho comprato una ciambella, una di quelle di Homer: mi è sembrato di assaggiare una flebo di Diamox.

I sapori sono finti, e non parlo da italiano esaltato, di quelli pronti a “ma come si mangia in Italia, signora mia”: ogni cibo è pungente, amplificato, parla direttamente con la tua emicrania.

Questo poi si traduce nel successivo problema: i culi.
Culi enormi che crescono sotto i colpi di “sugar added” e “may contain some shit”, culi ingestibili e ridondanti, culi che attraggono lo sguardo già solo per la legge di gravitazione universale, attaccati a gente che per muoversi è ridotta alle macchinine elettriche, così da muoversi agilmente tra scaffali saturi di grassi saturi.

Tutto per esaltare palabilità, sapore, possenza del gusto.

Ma allora non mi spiego il motivo per cui poi tutti girino con in mano un walky cup con dentro una nera brodaglia acquosa.

Sarà straordinario il sapore del cartone.

Scacco matto, terrapiattisti

Che io debba perdere tempo a scrivere, nel 2018, un post sul terrapiattismo è indice dei nostri tempi.
Credo sia arrivato il momento di un ulteriore downgrade e toglierci dai coglioni l’aggettivo “funzionale”, quando ci riferiamo al tipo di analfabetismo corrente.

Comunque, volevo tagliare la testa al toro circa la questione Terra piatta / sferica (semmai ce ne fosse una, ma ok) e suggerire una roba che risolverà ogni questione.

Fate una colletta, tutti voi terrapiattisti, pochi euro a testa. Scegliete una delegazione di voialtri, fidatissimi. Venti di voi, i più oltranzisti, credibili. Credibili per voi stessi. E noleggiate un pulmino. Ci salite e andate dritto, il più possibile via terra. Quando inizia l’oceano imbarcate il pulmino e proseguite via mare. E questo facendo guidare/timonare un terrapiattista fidato, così da non avere dubbi. Sempre dritto. Se avete ragione voi troverete le famose montagne alte 400 km. E magari pure i giganti, i lillipuziani, Paolo Brosio, tutto quello che pensate ci sia. Ci fotografate tutto, riprendete, quello che vi pare, e tornate indietro.
Se abbiamo ragione noi normali vi ritroverete al punto di partenza.
Sennò, sai che smacco ci dareste?
Mi pare facile, e anche abbastanza economico. Niente aerei, che possono ingannare (e pilotare un aereo è complicato). Tutto molto fattibile, no? Niente complotti, niente Sistema che ci frega: sarete voi stessi a vedere come stanno le cose. In un paio di mesi al massimo risolta la questione.
Ecco, perché non lo fate?
Ve lo dico?
Dai, lo sapete già.

Eravate macchiette da perculare senza volto, leggende metropolitane; ora siete persone tra noi, con figli, persone che si lasciano intervistare, che non temono il ridicolo perché rappresentano il ridicolo, gente che consuma il mio ossigeno.

Vai terrapiattista, organizza il pulmino, parti, fammi sapere.

Da grande

Credo di aver capito finalmente da dove arrivi il mio disagio.

Non è questione di generica, umana insoddisfazione, né di non ritrovarmi in schieramenti o determinati ideali.

È che sono scomparsi gli adulti.

E mi sento circondato da ragazzini inconsapevoli di esserlo.

Le figure che dovrebbero rassicurarci, alle quali dovremmo poter affidarci, esattamente come facevamo da piccoli coi nostri genitori, sono sparite.
Ora sono tutti bimbiminkia, caciaroni, selfisti.

Da bambino ricordo la figura autorevole del medico, dell’avvocato, del politico. Mi sembravano uomini fatti e finiti, seri, acculturati. Vedevo Fanfani in tv ed era per me il prototipo dell’anziano saggio, senza grilli per la testa, dedito solo al suo lavoro.

Ero un bambino ingenuo, certo, ma per me era evidente che c’era il mio mondo, e poi c’erano “i grandi”.

Ecco, “i grandi” sono scomparsi.
E questo ovunque, non solo nella politica.

Penso a Dolce e Gabbana e al loro video di scuse ai cinesi: io mi sono sentito in profonda fremdschämen per loro, per tutto, per quella sceneggiata in drappo rosso, necessaria per non perdere un mercato enorme e nata – ovviamente – da uno scambio sui social con tanto di faccine e prese per il culo che un adulto non dovrebbe neppure ipotizzare.

Un adulto come lo intendo io.

Che si sia spostato in là il tempo della maturità è evidente: non vedo nulla di strano se un cinquantenne gioca alla Play, anzi, ma poi al lavoro non parla della Play, non cazzeggia col cellulare, fa il lavoro suo, con responsabilità.
Che siano cambiati i tempi non c’entra nulla con il fatto che non si possa anche oggi mostrare serietà, compostezza, autorevolezza senza autoritarismo.

Insomma, io mi sento a disagio nel mondo di oggi perché non sento più il manto di protezione di adulti responsabili, capaci e misurati attorno a me.
Sono io l’adulto, e questo mi sta anche bene, ma quando vedo che chi decide della mia vita è infantile mi gelo.

Quando vedo usare in politica il linguaggio cazzone che uso io sulla mia pagina satirica inorridisco.
Quando gli adulti attorno a me si comportano esattamente come farebbe un sedicenne penso che tutto sia andato a puttane.

Ecco, a puttane. Vorrei un bello scandalo con un qualcuno di rilievo beccato mentre si concede un peccato vecchio stile, colto sul fatto con due brasiliane in un cesso dell’autogrill, e non trovarmi sulla mia bacheca un selfie con i gattini.

Ma ciò che più vorrei è un mondo adulto a gestire le cose importanti.

Aridatece i grandi.

Il bello della democrazia

“E’ IL BELLO DELLA DEMOCRAZIA”.

E’ quel che sentiamo sempre, specie quando ribattiamo a qualcuno che sta dicendo una cazzata.
“E’ LA MIA OPINIONE, VALE QUANTO LA TUA, SIAMO IN DEMOCRAZIA”.
Sì, ma la tua opinione è stupida: perché non vogliamo tenere conto di questa variabile fondamentale?

  • PER ME QUELLA CANZONE DI BATTIATO PARLA PROPRIO DI QUELLO CHE DICO IO!
  • Invece ti sbagli.
  • SIAMO IN DEMOCRAZIA, LA MIA OPINIONE VALE QUANTO LA TUA! CHI CREDI DI ESSERE?
  • Franco Battiato.

In un caso simile che dobbiamo pensare? Che il tizio veda in pericolo il suo diritto democratico a dire la sua?
A me pare che l’esercizio di tale diritto coincida con una pubblica autocrocifissione che sarebbe da evitare per lui in primis.
Franco Battiato, se vorrà, potrà pure rispondergli. Ma se dopo un po’ gli togliesse diritto di parola sarebbe davvero antidemocratico? Quando, il concetto di democrazia, ha tracimato ed è diventato dovere di accettare, ascoltare, discutere di qualunque cosa e con chiunque, anche contro le evidenze scientifiche, il buon senso, la realtà oggettiva?
Quando concetti come “la realtà oggettiva” sono diventati soggettivi?
E quando lo sono diventati al punto che le certezze scientifiche ora hanno lo stesso peso delle idee bislacche prive di supporto?
Ma soprattutto perché cazzo io Mozart, che parlo di musica, devo stare a rispondere a te, Eraldo Scannellini, piastrellista, che mi contesti a muso duro l’utilizzo di flauti nel mio concerto? Per democrazia?
Guarda, se invocassi altri pur elevatissimi concetti, come la pietà umana, ti darei anche ascolto, ma anche se esercitassi un diritto di critica misurato e se io vedessi in te delle competenze a supporto. Ma se critichi giusto per mostrarti, per far vedere di avere un’opinione, io ti sbatto fuori.

Senza arrivare al burionismo, io rivendico il mio diritto a non perdere il mio tempo con te, a non concederti spazio nei miei ambiti, a silenziare la tua voce quando diventa fastidiosa a casa mia.

Il bello della democrazia è altro, ed è morto da un pezzo. Ora viviamo l’era delle aberrazioni della democrazia e della parola “democrazia” estesa come un pezzo di caucciù che si deforma e della forma originaria non mantiene più nulla.

Da un pezzo trovo che il termine “democrazia” venga vissuto con un significato che non dovrebbe avere, vale a dire il dovere di essere ascoltati.

Io ho il diritto a dire la mia, ma mantengo anche il diritto a non ascoltare la tua. È democrazia.
Sui social questa cosa è impossibile: esprimo un pensiero e so già che dovrò sorbirmi delle farneticazioni, delle uscite dal mio tema, delle fantasticherie e delle critiche per cose che neppure ho mai detto.

Rivendico il mio democratico diritto a ritenerti un coglione, e dunque a non ascoltarti.

Perché oggi il diritto di parola è sentito come dovere di opporsi, di dire necessariamente qualcosa. E non importa se quel qualcosa non lo si è capito o se non lo si conosce. Lo si deve dire, spesso perché esprimersi è l’unico modo di dire al mondo: “EHI, ESISTO!”.

La democrazia come il selfie al concerto da mandare agli amici, convinti che ci invidieranno.

  • EHI, SIAMO IN DEMOCRAZIA, LASCIAMI DIRE CHE NON SONO D’ACCORDO CON LA TUA TEORIA!
  • Veramente non è una mia teoria.
  • E DI CHI E’?
  • Si chiama Legge di gravitazione universale, l’ha formulata Newton.
  • ECCOLO, IL SAPIENTONE!

Questo non è dialogo, è mortificazione dell’intelligenza, questa non è democrazia, è banalizzazione della dialettica.

Poter dire non significa dover dire. Non è obbligatorio mostrare i propri limiti: quella resta una facoltà, che conservi certo, ma a questa io rispondo col mio democraticissimo diritto a non ascoltarti, a toglierti voce, specie quando le tue idiozie inquinano un ambiente mio personale. E il mio social, la mia bacheca, il mio spazio, quello nel quale entro con nome utente (mio) e password, sono di mia pertinenza. Così come il mio blog. O il mio salotto. O la mia auto.
Per te è antidemocratico che io ti vieti di fumare dentro la mia macchina?
E di dire che la Terra è piatta sulla mia bacheca?
Guarda, ti aiuto: non è antidemocratico: è un mio personale atto di assistenza sociale. Evito che tu ti faccia da solo del male.

Qui, nei miei spazi, non vige la tua forma di democrazia, ma quella canonica, quella studiata a scuola. Trattasi di un generico diritto di opinione e parola, che però non è libero e assoluto ma sottostà a regole. Esattamente come ai tempi della polis. E io posso regolamentarla, revocarla, annullarla, perché l’ambiente fa la differenza.
Sovrano a casa mia.
Che poi è di moda, no?

Sempre più spesso assisto a imbarazzanti scambi tra chi mette sul tavolo fatti e teorie acclarate e chi ribatte con idee. Le idee. Che purtroppo hanno ancora un’accezione positiva, ma la perderanno presto.

  • E’ LA MIA IDEA, MI PERMETTI DI ESPRIMERLA?
  • Certo, ma sei tu che non ci fai una bella figura.
  • AH, SENTIAMO PERCHE’.
  • Perché affermi che l’uomo non è mai andato sulla Luna.
  • E TU COME FAI A ESSERE CERTO CHE INVECE CI E’ ANDATO?
  • Guarda, queste sono le evidenze scientif…
  • ECCOLO, IL SAPIENTONE!

Mortificare la realtà scientifica è un atto democratico? No, è puro esercizio dialettico. E il puro esercizio dialettico è una tua facoltà. Come il mio rispondere o non rispondere.

Commentate pure liberamente.

Se scrivete cazzate vi elimino, al solito, ma democraticamente <3