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No one here gets out alive
Vivi la vita attimo per attimo
perché ogni attimo potrebbe essere l’ultimo.
Vivi ogni attimo e questo non sarà mai l’ultimo.
Vivi ogni giorno della tua vita come se fosse l’ultimo
perché il giorno che lo sarà non avrai voglia di crederlo.
(Jim Morrison)
Beh, come non essere d’accordo?
Tutti sappiamo per certo che il nostro tempo è limitato, che ben che vada finiremo comunque sotto un metro e mezzo di terra. Dunque il consiglio del buon Morrison dovrebbe essere il nostro pane quotidiano.
Anzi, manco servirebbe ricordarlo.
Ok.
Che stai facendo in questo momento?
Hai un mouse in mano.
O un telefonino, un portatile, un aggeggio qualunque: non certo Madalina Ghenea.
Se questo fosse il tuo ultimo giorno cosa faresti? Dubito staresti a cazzeggiare su Internet.
Magari usciresti.
Magari andresti da chi ti sta più sui coglioni a prenderlo a calci in culo.
Magari ti suicideresti.
O busseresti alla porta della tua vicina di casa, quella ragazzina tanto carina e sorridente, e senza dirle niente glielo metteresti in mano, accompagnandolo da qualche frase convincente tipo: “Presto!”.
La verità è che Morrison era un coglione.
Nè più nè meno che te, me.
Anzi, forse lui di più dato che è già morto, perdendo il suo tempo a cercare frasi ad effetto che poi sarebbero state citate in lungo e in largo, per triturare la minchia delle generazioni a venire, le stesse che quelle frasi avrebbero trovato fantastiche tanto quanto fuffosi gattini in bacheca su un Facebook ancora inesistente.
Nessuno vive ogni istante come se fosse l’ultimo: l’uomo non è programmato per questo.
Può farlo per brevi istanti – magari in grado di cambiare davvero la vita, certo – per poi tornare alla sua rassicurante quotidianità.
Perché dubito che tu andresti al lavoro se questo fosse il tuo ultimo giorno.
A meno che tu non faccia il pornostar.
Ma nemmeno in quel caso, dai.
Non so.
In ogni caso non perderesti tempo a verificare il certificato HIV.
Piantala di fare il ribelle, l’alternativo: hai un IPhone, a Natale pranzi coi tuoi, guardi il meteo, ti masturbi sugli Scottex Gran Rotolo. Ma secondo te, se questo fosse il tuo ultimo giorno, presteresti tanta attenzione a come non disperdere nell’ambiente il tuo miserabile seme? E comunque si tratta del momento antiambientalista più grave della tua giornata: tutta quella carta per un innocuo schizzetto, pensaci.
Vivere ogni istante come fosse l’ultimo porterebbe troppa autoresponsabilizzazione e caricherebbe ogni fottuto momento in modo insostenibile per un misero essere umano.
Dunque vivi ogni istante come cazzo ti pare.
Anche Morrison sapeva di sparare solo boiate: ti sei mai chiesto perché non c’è in giro una sua cazzo di foto sorridente?
Cuore-Amore tutu-tatata
- Ma che merda ascolti? Dai, Mengoni?
- Eh lo so, però c’è qualcosa che…
- … sa di merda? Certo! Ma tu sei impazzito. Fammi vedere la tua playlist…
- …no dai…
- Cristo! Shakira… E poi? Oddio: la Tatangelo?!
- …scusa…
- Un coglione, sei un coglione. LMFAO, Zero7, John Foxx and the maths, Tenhi, Kraftwerk. Questi devi ascoltare!
- E’ che non mi piacc… – Cosa?
- Niente.
Anche tramite la musica si cerca di valorizzare se stessi. E questo vale per qualunque forma artistica.
Se vai al MOMA e ti trovi a dire “questa roba è una porcata” passi per ignorante. Così come se ascolti Mengoni ti prendono per il culo.
La scema e sgrammaticata adolescente ascolta Mengoni, tu ascolti Mengoni, tu sei scemo e sgrammaticato come lei e ora sai anche costruire dei sillogismi. Quando per la musica, come per l’arte in genere, quel che conta è ciò che ti arriva. Ma so costruire anche altre banalità.
E non importa come ti arrivi e perché. Qui si parla di evocazione, di base emotiva, non di cultura. E le due cose non vanno confuse.
Un suono, un odore, un accordo, possono richiamare un ricordo o una emozione e trasportarti altrove.
Il fatto è che questo “trascinamento” avviene tramite una costruzione artistica. Ma si tratta di un “plus”.
Vi capita mai di entrare in una casa e sentire un odore che vi sbatte violentemente altrove? Magari ad un momento dell’infanzia, non so. Ecco: quella è evocazione, ma svincolata da un contesto artistico o culturale. E nessuno ha da ridire se il puzzo del dado Knorr vi mette un brividino. Mentre cacano il cazzo se questo avviene tramite un gruppo sfigato.
Insomma: Mengoni o Springsteen, Zero Assoluto o un gruppo vero, importa ciò che scatta a livello sensoriale.
Dunque, quella parte evocativa, tutta soggettiva, viene confusa con lo spessore artistico perché è immersa proprio in questo contesto, più ampio e con risvolti sociali e culturali. C’è rappresentazione di qualcosa di esterno ed ulteriore e questo porta identificazione e giudizio sociale.
L’errore è allora il voler sussumere parte evocativa e quadro culturale in un unicum.
Questo accade ancor più con le canzoni che con altre forme espressive, perché la musica è linguaggio che non ha bisogno di decodifica quanto la pittura o la poesia, perché cominciamo a viverla fin da piccoli senza mediazione esterna, perché ci accompagna nelle stagioni della vita.
Cristo che frase del cazzo: “le stagioni della vita”. Pare una canzone della Mannoia. O forse lo è.
Io posso validamente comprendere che quello è un motivetto, che manca una strutturazione di suoni e strumentale, che il tutto è decisamente carente. Ma mi arriva qualcosa. Non sono ignorante: sono semplicemente stato tirato dentro emotivamente, mio malgrado, non so.
Dunque potete piantarla di menarvela con questi gruppi sconosciuti: me ne fotto di voi e di loro. Qualunque cantante può finire nel mio Ipod, qualunque canzone potrebbe incidentalmente diventare il mio tormentone, qualsiasi gruppo per me potrebbe un giorno superare anche i Beatles. Che – detto tra noi – hanno fatto l’acido quanto e come San Battisti e la sua cazzo di moto dieciaccapi fiori rosa fiori di pesco: ma muori!
Ah, sei morto, bene.
Magari la prossima volta accendi quei fari spenti nella notte.
Insomma, tu, per me, puoi ascoltare qualunque cosa.
Ma… scusa, fa’ vedere un po’…
Mino Reitano no, Cristo!
Bumpers
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Penso che una donna che si rifà il seno sia una insicura, una con problemi seri di accettazione di sè e carente di coraggio nel rapportarsi alle persone e confrontarsi con stereotipati modelli di donna procace.
Una donna che agisce sul proprio corpo non solo per correggere difetti tramite inserzione di pezzi di gomma sotto pelle (e la cosa già di per sè la trovo poco “seria”) ma addirittura per “agitare” l’altro sesso, esibendo vistosi richiami sessuali. “Ehi, guardate le mie tette!”. Salvo poi nascondersi dietro ipocriti “lo faccio per stare bene con me stessa”.
Dimmi un po’, se vivessi in un deserto, da sola, sentiresti il bisogno di rifarti le tette? Mi pare evidente il fine di catturare attenzione. Maschile.
Sei solo una troia insicura e senza palle.
…
Penso che una donna che si non rifà il seno sia una insicura, una con problemi seri di accettazione di sè e carente di coraggio circa l’affrontare l’operazione e poi doversi giustificare di fronte a gente che il giorno prima ti vedeva piallata e il giorno dopo si dà gomitate quando spoppetti le tue bocce gommose. Un donna che non agisce, come invece dovrebbe, sul proprio corpo per correggere difetti (consapevole di averne) come un seno cadente o scarso – obiettivamente brutti a vedersi – quando poi si mette reggiseni strizzanti, rinforzati, gonfiati a mo’ di vistosi richiami sessuali. “Ehi, guardate le mie tette!”. Salvo poi nascondersi dietro ipocriti “lo faccio per stare bene con me stessa”.
Dimmi un po’, se vivessi in un deserto, da sola, sentiresti il bisogno di usare quei reggiseni? Mi pare evidente il fine di catturare attenzione. Maschile.
Sei solo una troia insicura e senza palle.
…
Penso che una donna che si non rifà il seno e non usa reggiseni con il trucco sia una insicura, una che vive fuori dal mondo ed è talmente cessa da aver abbandonato ogni idea di poter piacere al prossimo. Una che non si rapportare col mondo e al massimo ciancica una gomma. Un donna che non agisce, come invece dovrebbe, sul proprio corpo per correggere difetti (consapevole di averne) come un seno cadente o scarso – obiettivamente brutti a vedersi – e si dedica ad attività del cazzo, come danza, ingestione di grassi saturi, cura di animali domestici per tentare di sublimare l’inesistenza di propria attrattiva sessuale. “Ehi, guardate come ballo!”. Salvo poi nascondersi dietro ipocriti “lo faccio perché quando sento la musica mi parte qualcosa dentro!”.
Dimmi un po’, se vivessi in un deserto, da sola, sentiresti il bisogno di ballare? Mi pare evidente il fine di catturare attenzione. Maschile.
Sei solo una troia insicura e senza palle.
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Penso che una donna che non si è mai posta il problema di rifarsi o meno il seno sia solo mia madre.
Ma non ci giurerei.
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X-Factor rules, Sanremo suca
Sto seguendo X-Factor su Sky.
Ehi, calma! Non ho mica detto “L’isola dei famosi”! (A proposito, quando riparte?)
Non starò a criticare una trasmissione che è a mio parere costruita benissimo come show (non certo come capace di trovare talenti), con tempi giusti, giudici in conflitto come da copione, pubblico festante, cotillon.
Una gran macchina da spettacolo. A partire dal casting, con la finta storia delle sorelle sarde che litigavano e tornavano a celebrare una pace canora stracciacuore.
Si sostituisca “coglioni” a “cuore”.
Cosa mi fa davvero specie di X-Factor?
La pretestuosità delle argomentazioni dei giudici quando devono necessariamente inventarsi un motivo per segare qualcuno. E’ fantastica e la trovo inarrivabile. Solo là raggiunge queste vette.
…
[qui c'era un video che Sky ha prima modificato nel codice e poi rimosso]
…
Arisa ha serie difficoltà nel giustificare la sua presenza. Arranca, cerca qualcosa nel suo limitatissimo frasario che la tiri fuori dall’impaccio dei riflettori che sparano impietosamente sulla sua scucchia.
Morgan lavora di cesello con le parole e confeziona un intervento godibilissimo, con solito sciorinare cultura musicale, fino a prendere la tangente critica parlando di “versione troppo imitativa di quella di Bjork”. Magari la canzone è quella, le parole sono quelle, cantano due donne, per fare una cosa che non ricordi la versione di Bjork avrei scelto Paranoid dei Black Sabbath.
La Ventura parla di “armonizzazioni insieme”. Essendo un duo. Genio. La Ventura non si regge. Sta invecchiando male, sembra sempre più Mara Maionchi che fa le corna da rapper. Come Mara Maionchi di solito.
Elio parla di “credibilità”. Perfetto. Se si parlasse di un prestito.
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[e pure qui c'era un video che Sky ha prima modificato nel codice e poi rimosso]
[se non riuscite a seguire il discorso chiedete a Murdoch]
…
La Ventura sul cantante: “Mi piace sempre tanto… anche perché aspetto un brano in italiano”. Consecutio sublime.
Arisa. Cristo Arisa! Resta con l’amaro in bocca. Probabilmente perché le ci piove dentro.
A Morgan il cantante è sembrato “maturo”, “sexy”. Sembra uno di quelli che in un vino ci ritrova tabacco, vaniglia, note di spuma del Maelstrom e una tetta di Belen.
Elio parla di “prima parte” e “seconda parte”. In un brano che dura un minuto e mezzo.
A proposito: tagliano le canzoni, le accorciano, dimezzano. In uno spettacolo nel quale sono queste l’asse portante (dovrebbe essere così) la parte canora risulta limitatissima. Per questioni di ritmo. Mai scelta fu più azzeccata: Sanremo dovrebbe imparare da X-Factor. Il Festival – l’ho sempre detto – sarebbe spettacolare, se non ci fossero le canzoni.
Immaginate Fiorello che presenta, entrano le vallette, fighe allucinanti che inciampano sui loro vestiti trasparenti. Ad un certo punto salta sul palco Benigni e comincia a sparare cazzate con la camicia di fuori. “La Patonza!”, “Silvio torna!”, “La Minetti, il crocifisso, maremma maiala!”, “Silvio, ti si vol bene!”, “La Patonza!” “L’hai già detto!”, “Ma mi fa sbellihare!”. Quaranta minuti di Paradiso di Dante a memoria. Promo del prossimo film con Nicoletta Braschi nella parte di una mangrovia. Abbraccio a un down cinese portato da Prato. Pubblicità. Si rientra e c’è un’altra gag tra il presentatore e le vallette, con polemica col pubblico. Un esagitato prova ad irrompere sul palco mentre si dà voce alla protesta degli operai di Arese fuori dai cancelli. Fiorello mostra una cartina dell’Italia e cerchia “Arese”. L’indomani Aldo Grasso parlerà di un “Grande Fiorello che sdogana la cultura sul palco dell’Ariston”. Pubblicità. La Russa imita Fiorello che imita La Russa. Arriva John Travolta, ormai a sei atmosfere, che ci parla dei suoi aerei e di quanto gli piace il cibo italiano. La Littizzetto gli mette un piede in bocca. Risate. Pubblicità.
Manco una canzone.
Dopo Festival con Elio e le Storie tese che fanno caciara e Emily di Donato che pubblicizza l’Acqua di Gioia tirandosela fuori dalla figa.
Per tutto questo io pagherei il canone, sì.
Noi, autori di oggi noi
Proverò a dire cose interessanti, dai, sforzatevi di leggere tutto e poi mi dite la vostra.
Prima una critica e poi un’autocritica.
LA CRITICA
Lia Celi: “In confidenza: io Letta non l’ho mai Amato”.
Lia Celi, io contro di te non ho nulla di personale. Proprio come per Vergassola.
Io non ti conosco, io non so chi sei. So che hai cancellato con un gesto i sogni miei.
Lia Celi – mi dicono – sia una signora abbastanza seguita sul web (Facebook in particolare). Scrive cose come:
“Governo, scoppia il caso Bocchino. Allora è uguale a quello di prima!”
Con un originalissimo gioco evocativo bocchino-Bocchino. Di quelli che da almeno due anni non si usano più per quanto consunti.
Ma non dalle parti dei fan di Lia Celi.
E ancora:
“Buffon il politico: «L’Italia sia unita». Ma dove va a parare?”
Il portiere che va a parare da qualche parte. Certo. Come mai nessuno ci aveva mai pensato prima?
Appresso:
“Teramo, fece pipì in strada, condannato. Se la faceva sulla Costituzione, diventava ministro delle Riforme.”
Questa scritta violentando anche la lingua.
Facciamoci male:
“Il nuovo ministro della Giustizia potrebbe essere Severino. Berlusconi è già Nervosetto.”
Ma perché? Perché?
La monotematicità antiberlusconiana rientra peraltro nel generale piano di raggiungimento del consenso del pubblico.
E’ ben più difficile ottenere molti “like” con battute come:
“Maltempo, un morto nel Napoletano. Lo riconosci: è quello che galleggia verso nord”.
Ma qui c’è una costruzione, una denuncia, un senso.
Nonostante sia mia.
Manca il gioco di parole simpaticino-ino-ino alla Ned Flanders che non porta da nessuna parte.
Mentre scorrevo le simpatiche amenità della signora Celi, quel che più mi lasciava perplesso erano i commenti entusiastici di gente che pareva divertirsi davvero di gusto con quella roba. Gente che non mancava di lasciare le proprie perle: bungabunga e Carfagna-Bocchino à gogo. Forse persone ibernate negli ultimi due anni che non hanno mai letto battute trite e ritrite come quelle.
L’AUTOCRITICA
Ma a quel punto mi sono un attimo fermato a riflettere e – capite lo sforzo per un’attività a me poco consona – ho raggiunto una pre-illuminazione: sì, quelle persone DAVVERO ridono per la novità della battuta, di quelle battute. Non dico tutte ma tante.
Bocchino-bocchino è qualcosa di abusato per chi frequenta quotidianamente certi ambienti satirico-umoristici. Ma per la gran massa del popolo non si è ancora raggiunto il livello di saturazione, non è stato fatto il salto da “battuta-novità” (divertentissima) a “tormentone” (divertente), nè quello da “tormentone” (divertente) a “vecchia battuta” (carina). Figuriamoci da “vecchia battuta” (carina) a “va bene dai, ora basta, ha rotto il cazzo” (va bene dai, ora basta, ha rotto il cazzo).
Dunque?
Dunque Lia Celi (ed il liacelismo duro) prende quelle fasce di pubblico non ancora svezzate, quelle che di fronte a “Berlusconi che fai, Ruby? No, trombo” non inorridiscono affatto, anzi ridono e condividono.
E’ dunque questione di frequentazione assidua di ambienti.
Perché allora “pre-illuminazione”?
Perché in effetti le cose non stanno solo così: in mezzo alla gente entusiasta per il liacelismo ci sono anche persone che quegli ambienti satirici frequentano, ed assiduamente.
Dunque la spiegazione deve essere (anche) un’altra.
E ho difficoltà a trovarla.
Ma – e qui l’illuminazione – ho deciso di non cercarla. Questa la novità.
Ho abbandonato ogni velleità di comprensione di un fenomeno che mi sfugge e accettato che il fiume segua il suo proprio corso.
Mi sono fatto una ragione che la stragrande maggioranza delle persone non apprezzerà mai la merda nera che scrivo personalmente e che co-scrivo su Umore Maligno. Da queste parti si usa un linguaggio eccessivo e disturbante. Ma è una scelta “editoriale”. Non deriva da limiti linguistici nè da carenza di argomenti o idee. Come spiegato più volte il linguaggio crudo e le argomentazioni forti sono funzionali a portare avanti un certo discorso di disinnesco delle proprie paure. Ma gli “esterni” si fermano solo alla superficie, inorridiscono per il linguaggio e convergono verso lidi satirici più tradizionali e rassicuranti. E non riescono ad andare oltre, a comprenderne la funzione dirompente: è spesso proprio quel tipo di linguaggio l’unico sistema per scardinare determinate pre-costruzioni che ti fanno rifiutare aprioristicamente un argomento.
Insomma, il limite io lo vedo in chi sottolinea la bestemmia e non comprende che è proprio quella che serve per metterti in rapporto con te stesso, che vieni turbato dalla stessa.
Non ci tornerò sopra ulteriormente. Non oggi.
Dunque ho raggiunto la pace dei sensi. Almeno in questo. E accettato che anche una Lia Celi possa validamente portare avanti, in tutta libertà, un proprio leggero progetto umoristico sul web.
Certo lei lo fa davvero a cazzo di cane.
δῆμος & κράτος Srl

“Ah, ho capito: non ti piace la mia critica e mi impedisci di parlare! Bella cosa! Ma noi siamo ancora in una democrazia, sai? Dunque ho tutto il diritto di…”.
Nessun diritto. Tu non hai nessun diritto. Qui non c’è democrazia, sei a casa mia. A casa mia io faccio le regole. Io ti faccio entrare e io ti do la parola. E te la tolgo.
Il concetto di democrazia non solo è universalmente sopravvalutato ma risulta altresì inapplicabile (vivaddio) nella stragrande maggioranza dei casi. Vivere in un Paese democratico non significa essere soggetti a regole democratiche in ogni dove.
- Buonasera.
- Buonasera, ma lei chi è?
- Sono UomoMordeCane.
- E cosa desidera?
- Sono venuto a star qui per la notte.
- Star qui per la notte? Ma cosa dice?
- Beh, ieri c’è stato lei qui, penso tocchi a me stasera.
- Cosa sta dicendo, questa è casa mia!
- Ma questo è un Paese libero e democratico. Mi pare di non doverne neppure discutere. Vada pure, torni domani.
- Ma che cazzo sta dicendo! Sparisca subito!
- Non ci penso nemmeno. Rivendico il mio diritto. Siamo in una democrazia, no? Lei ha dormito qui ieri, io ci dormirò stasera.
- Lei è pazzo.
- No, democratico. A proposito, quante ne ha fatte ieri con sua moglie?
- Eh?
- Va bene, mi attesterò sulla singola chiavata. Poi facciamo i conti al suo ritorno.
- [Per me va bene]
- TU STAI ZITTA! NESSUNO HA CHIESTO IL TUO PARERE! E LEI SE NE VADA!
- Lei sta sottraendo a sua moglie il democratico diritto di scelta e di…
- FUORIIII!
Quando mi fanno pippotti sulla mia pagina Facebook, sul mio blog, ed io rispondo col mio noto fare cordiale™, indicando di volta in volta quel santo o quello sfintere, vengo rimproverato di varie cose, ma spesso di non essere democratico. Quando io non ho mai detto nè desiderato esserlo.
La democrazia funziona se c’è una collettività che si accorda in tal senso, all’unanimità. Il concetto di “maggioranza” è solo successivo a questa prima fase costitutiva dell’apparato democratico. Se già solo una persona rinuncia ad accettare le regole democratiche, nessuna democrazia sarà instaurabile.
Ovvio: accettare di vivere in una determinata società che già si fondi su principi democratici rappresenta un’accettazione degli stessi. Dunque non sarà possibile non condividere i principi democratici in un ambiente democratico.
- Diamo ora la parola all’On. Tabussi
- Grazie Onorevole collega
- Ah, Tabussi è lei?
- Sì, certo…
- Allora no. Lei mi sta sul cazzo. Diamo la parola al prossimo: è chiamato a parlare l’On Delli Carri.
- Ma…
- Ancora qua lei?
Ma appunto si deve essere all’interno di una struttura democratica. E sono situazioni molto meno diffuse di quanto si pensi.
- Finora l’esame è da considerarsi buono. Un paio di domande ancora e la possiamo congedare con un ottimo voto.
- Guardi, direi che finora le sue domande sono da considerarsi buone. Ora sarà lei a darmi delle risposte.
- Cosa?
- Beh, non mi pare democratico che solo lei faccia le domande qui. Mi pare ora tocchi a me.
- Sta scherzando?
- Anche questa è una domanda, caro professore. La prego di smetterla e permettermi di esercitare il mio diritto di porre a lei le mie, di domande.
Pensate a cosa accadrebbe se il principio democratico fosse universalmente applicato:
- Sei ingrassato, George.
- Trovi, Alfred?
- Sì George, lo penso anche io.
- Anche tu, Benedict?
- Lo pensiamo un po’ tutti, George.
- Oh, bene. Farò palestra. Grazie di avermi avvisato, signori.
- Grazie una cippa, George. Chi vuole mangiare George questa sera?
- Favorevole!
- Favorevole!
- Favorevole!
- CONTRARIO! Ma state scherzando?
- Con tre voti favorevoli ed uno contrario questa assemblea ha deciso che stasera verrà servito George, con patate.
- MA QUALE ASSEMBLEA?! SIETE IMPAZZITI?
- Ti prego, George. E’ democrazia.
- MA…
- Tre voti contro uno.
- Uff, avete ragione.
- Ma certo.
- Posso almeno scegliere le salse?
- Contrario.
- Contrario.
- Contrario.
- Uff…
Vergassola? Un professionista.

Gasparri che non capisce, la Carfagna che lo ciuccia, Renzo Bossi-trota, Berlusconi e le troie, Brunetta-nano, il crocifisso tra le tette della Minetti, il lettone di Putin, Marrazzo che lo prende nel culo, il bungabunga.
No, non è il solito pippone sui tormentoni della satira (o forse sì).
E’ tutto lecito, alcune cose strappano ancora un sorriso e ci sta che battute costruite su questi canovacci incontrino facilmente il consenso del pubblico.
La domanda è un’altra: esiste una responsabilità sociale di chi fa satira circa un presunto dovere anche “educativo” verso il pubblico, che lo porti un pochino più “su”, che lo spinga a capire che si possono percorrere anche altre strade rispetto a quelle solite, comprendere che si possa ridere anche di cose fino a quel momento ritenute tabù?
Vergassola si rende conto che quello che fa passare in tv non solo informa ma anche “forma” la gente che lo ascolta?
“Tarantini viaggiava sui voli di stato con visto diplomatico. Era l’ambasciatore di Gnoccaland”.
(Vergassola, settembre 2011)
Ma davvero qualcuno può trovare divertente una cosa simile?
Questa forma di gioco al ribasso non è anche altamente diseducativa?
“Rivolta a Lampedusa. Il sindaco asserragliato nel suo ufficio con una mazza da baseball. In attesa che arrivi Berlusconi con le solite palle”.
Sempre Vergassola.
Le “palle” di Berlusconi… le “palle” da baseball…
Ma non è roba da tressette al bar? Non è qualcosa che chi fa satira di mestiere dovrebbe considerare ben al di sotto della decenza mediatica?
No Dario, non ce l’ho con te. Non particolarmente almeno.
Sia chiaro: non si sta dicendo che ogni costruzione satirica debba volare alta come scorresse costruita da un redivivo Rabelais. E’ che il pubblico viene così sempre considerato bue ed incolto, semplice. Come se le sale a Natale si riempissero coi film di De Sica.
Pessimo esempio.
Tra le altre cose: anche io scrivo di Berlusconi, Brunetta e affini (in particolare su L’Unità, per ovvi motivi), anche magari utilizzando stereotipi consunti. Ma sempre con uno sforzo costruttivo (concedetemelo) e comunque cercando di dare un minimo di credito al mio lettore, non considerandolo un grasso beone con la seconda elementare che picchia la moglie mentre in tv scorrono le immagini di Colorado Cafè.
[Colorado Cafè:Saturday Night Live = Vergassola:Jon Stewart]
Mi sento – nel mio piccolissimo – anche investito da quella responsabilità sociale di cui sopra, che mi ficca nell’orecchio quella pulce che mi dice: “dai, puoi fare di meglio: davvero non hai una idea migliore? Davvero stai per scrivere anche tu “patonza”? Davvero non vuoi provare a sfruttare quella sinapsi che il tuo lettore non ha mai attivato?“.
E comunque io non sono Vergassola, mi conosce ed apprezza una dozzina di persone – molte delle quali portano il mio stesso cognome o è legata a me dagli articoli 143, 144 e 147 C.C.. Dunque il peso di questa “responsabilità” su di me è (dovrebbe essere) relativo.
Come può un pubblico “crescere” se lo mettiamo a questa forma di pane ed acqua intellettuale?
Nuovamente interrogato, Tarantini ha dichiarato: “Nessun ricatto a Berlusconi”. “Ho solo aiutato un uomo in difficoltà e bisognoso di figa”.
Indovinate di chi è.
Berlusconi e figa ci sta, fa ridere, funziona certo… ma a parte la assoluta povertà di questa costruzione (davvero non riesco a capire come un professionista consideri questa roba pubblicabile), ma perché avvitarsi ancora su questo concetto? E’ questo che vuole il pubblico o è questo che gli diamo perché pensiamo lo voglia?
O sono io a sopravvalutarvi, capre?
Una volta esaurito un filone, tu comico (anzi: tu che ti riempi la bocca con la satira) hai il dovere di andare avanti, cercare nuovi filoni. Sorprendermi anche. Coltivare il tuo pubblico e percorrere insieme strade nuove.
Crescere.
Buco dell’ozono: il pericolo non è passato. Pare che Berlusconi voglia farsi pure quello.
(Vergassola, settembre 2011)
Confalonieri: “Berlusconi è un ottimo padre”. Oddio, ma pure la mamma di Confalonieri s’è fatto?!
(UMC, ottobre 2009)

(RISATE)
Mi ricordo ci provaste anche con il curling

Ma non ha un po’ triturato la minchia anche a voi ‘sta modaiola passione per il rugby?
“Italia battuta dai grandissimi australiani per 32 a 6. Ma il primo tempo si era chiuso sul pari” .
“Ma“?
Cos’è quell’avversativa?
Trentadue a sei. Dico: TRENTADUE A SEI.
Facciamo cacare o no?
“L’orgoglio italiano, la grinta dei nostri ragazzi che nonostante tutto...”.
Nonostante tutto ‘sta ceppa.
TRENTADUE A SEI.
Ma cosa, eravate una dozzina in meno in campo? Avete fatto la pausa caffè? Ci siete andati o no a giocare?
Dico io, ci sta pure la sconfitta, ma non menate il cazzo con la storia dell’orgoglio e dell’aver tenuto testa a dei mostri.
Se sono di un’altra categoria non partecipate. Lottate al vostro livello. Scegliete San Marino, Cipro, Malta. Lo dico per voi, figuriamoci a me cosa interessa sapere che un gruppo di sconosciuti energumeni con denti rotti e cicatrici si menano a migliaia di km da casa mia. Se fossi interessato a queste robe metterei una webcam in qualche ospizio.
Ma poi: ma chi se ne fotte del rugby? Su. Siamo seri. Al massimo i rugbisty. Gente sottratta ad un più onesto spaccio. Gente che non vorresti mai incontrare in un vicolo buio. Gente che non è sicuramente il tuo capufficio. A meno che il tuo ufficio non sia uno spogliatoio.
E questi ora fanno pubblicità. Mi vendono Sky, abbonamenti internet, scarpe.
Quali scarpe puoi mai indossare, di mio gusto e fattura, tu che sembri un identikit?
“Non capisci. Il rugby è uno sport nobile“.
Ma certo. Ce lo vedo, Sir Richardson, sorseggiare un Twinings alle 17 mentre si rivolge a Lord Chesterfield:
- Mio cavo amico, vitieni che in caso di mischia dovvemmo appvofittave della nostva supeviovità dialettica e demovalizzave gli avvevsavi?
- Oh buon Dio, Chavles, non mi pave una soluzione elegante.
- Hai vagione. Pasticcini?
Mi avete scassato il cazzo per anni con Luna Rossa, Mascalzone Latino e altri nomignoli degni di una canzone di Dean Martin. Cercando di farmi innamorare di termini incompresibili come bolina, spinnaker e Cino Ricci.
Non ce l’avete fatta.
Non riuscirete manco stavolta.
Trentadue a sei, Cristo!

l'Unità
maxzulli.com

