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Riconoscimenti, vanagloria
"Il cattivo piu' temibile della blogosfera"

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"Miglior battuta"

Delitto di Cogne: Annamaria Franzoni torna a casa 12 anni dopo il delitto. Felice il marito, sorriso di circostanza per i due figli.


"Miglior battuta"

Roma, morto a 102 anni il partigiano Claudio Cianca. Una mattina, non si e' svegliato.


UomoMordeCane: IL LIBRO


Il miglior testo demenzial-satiric-comic-sans degli ultimi dodici minuti.
Per la tua copia scrivi a uomomordecane@gmail.com
Citazioni e dintorni


Non capisco come mai tutti facciano molto affidamento sui rimedi della nonna per curare i malanni: la mia, per esempio, è morta.

Continuo a trovare gente che mi vuole pagare in visibilità. Credo che a questo punto dovrei essere avvistabile a occhio nudo da Urano.

La mia ex era talmente bella che i suoi assorbenti usati venivano scambiati per Kandinsky.

Se Dio sta là a segnarsi le scopate della gente, non vi pare francamente eccessiva la stima che si nutre nei suoi confronti? Voglio dire, la parrucchiera di mia moglie fa lo stesso.

Quando qualcuno afferma di occuparsi di qualcosa "a livello olistico", salute compresa, penso sempre che concretamente non ne sappia un cazzo e su più piani, ma sia ferratissimo sui segni zodiacali.

Le ricerche interiori sono sempre complicate, probabilmente a causa di tutto quel sangue.

- mi sembra squisito, ma mi scusi: me lo può servire in un normale piatto tondo invece che rettangolare?
- certo signore. Posso chiederle perché?
- per non darle la scusa per farmi pagare un botto queste quattro verdure in croce.

Vorrei dimostrare al mondo tutta la mia voglia di cambiamenti, di rinnovamento. Ma sono uomo e ho i capelli rasati.

Credo così tanto nella Pet-therapy che alla fine mi sono pure sposato.

Sono talmente ateo che ho riconosciuto distintamente la sagoma di una macchia di vernice nei contorni della Madonna che mi è apparsa.

Sorridere coinvolge 12 muscoli del viso. Riposatevi, siate tristi.

Il mio professore di religione non l'ho mai visto: era uno che usava molto bene il metodo Stanislavskij.

È un periodaccio. Ho aperto un biscotto della fortuna. Il biglietto diceva solo: “stai scherzando, vero?”.

Sono talmente pieno di me che vado spesso dall'andrologo solo per farmi fare i complimenti.

Perché vendono macchine che fanno oltre 200 all’ora se il limite è 130? Per lo stesso motivo per il quale i preservativi in vendita si srotolano oltre misura: quel che compri è anche un sogno.

Se fossi nato a Kingston ora sarei un velocista. O una chiavetta USB.

Potrei essere considerato un maniaco della precisione, se questo termine mi descrivesse nel minimo dettaglio.

Io e mia moglie avremmo intenzione di mettere in cantiere un figlio ma in Italia è ancora vietato il lavoro minorile pesante.

Ho chiuso col lucchetto la mia bici su un ponte e al mio ritorno non l'ho più trovata: completamente ricoperta di altri lucchetti.

Vantarsi di non mangiare bistecche per rispetto degli animali è come vantarsi di non leggere libri per rispetto della foresta amazzonica.

Quelli che fumano sigarette elettroniche sono gli stessi che bestemmiano con un "Porco Zio".

Sfido chiunque a convincere un eventuale viaggiatore proveniente dal passato – che so: medioevo – che portare a spasso un cane con un laccio al collo, lavargli le palle e fermarsi ogni tanto a raccogliere la sua merda e portarsela poi dietro in un sacchettino, siano atti di una civiltà superiore alla sua.

A volte vorrei credere in Dio. Per deresponsabilizzarmi anch'io un po'.

Alla coda alle Poste c'era uno che si lamentava del fatto che i farmaci salvavita fossero in mani alla lobby delle case farmaceutiche. Gli ho detto che comunque meglio così che in mano alla lobby dei tassisti. Mi ha guardato come si fa con un pazzo. Ho allora provato a recuperare con "Meglio la lobby dei discografici?". Niente. Qualcuno si è messo a ridere: l'ho trovato di cattivo gusto per chi soffre in coda alle Poste. Cosa ci insegna questa storiella? Che alle Poste c'è sempre la fila.

Ero su Facebook e parlavo con uno che ha una macelleria. Mi diceva che non fa altro che condividere cose strappalacrime perché sono tutte accompagnate da: "Condividi se hai un cuore".

Un tempo collezionavo farfalle, ma la casa mi si riempiva sempre di figa.
Regressività progresso







































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Nostalgia canaglia

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“Sì, lo voglio”

L’effetto nostalgia, quello che ci porta a dire “NOOOOO!” quando veniamo a conoscenza che sta per cambiare o morire qualcosa legata al nostro passato, è il vero male dell’uomo. Vi lamentate, borbottate quando venite a sapere che mettono fuori produzione le Rossana, quando probabilmente non le avete manco mai comprate, essendo – credo – spacciate al mercato nero esclusivamente alle nonne. Aderite a campagne sui social per riavere il caro Winner Taco, non sapendo che le stesse magari le ha avviate l’Algida che non sapeva come rientrare nei costi di quelle formine abbandonate troppo presto. E quando vogliono smantellare una giostrina del vostro paese, quella sulla quale giravate voi da bambini, siete capaci pure di scendere in strada, per difendere l’aeroplanino dal crudele 2016 che avanza.

Tutto questo però avviene in relazione alle cose del passato che non possono incidere più di tanto nella nostra vita, altrimenti avreste l’effetto-nostalgia anche riguardo vostra moglie, che invece state adoperando sempre meno per motivi ludici e sempre più come oggetto domestico. Va detto che il suo essere ormai indistinguibile dalla lavastoviglie non la aiuta, ma voi siete davvero senza cuore.

Condividi se hai sposato una ragazza e oggi ti ritrovi una Indesit.

Credi in me e sarai felice

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– Ti vedo giù, che hai?
– Non ne posso più, sono soffocato da regole, cose da fare, impegni. Tutti pare debbano ordinarti qualcosa.
– E lo trovi giusto?
– No! Ma che posso fare?
– Ribellarti. La vita che hai è una, non puoi giocartela seguendo regole imposte da altri.
– Hai ragione, ma facile a dirsi.
– Ma anche a farsi. Guarda me. Io sono uno spirito libero. Nessuno può impormi nulla. Io non mi faccio manipolare.
– E come fai?
– Mi ripeto continuamente: “Basta regole! Io sono libero! Io seguo solo me stesso!”. Prova.
– Basta regole! Io sono libero! Io seguo solo me stesso!
– Bravo. È un inizio. Ora continua, con parole tue. Non farti imporre neppure da me un mantra. Libertà.
– Le regole ci soffocano! Basta regole! Libertà!
– Stai andando alla grande.
– Io sono mio! Nessuno può impormi nulla!
– Bravissimo. Preparati però a ribattere a chi proverà a manipolarti.
– Nessuno può manipolarmi!
– Perfetto. Dunque niente regole?
– Niente regole!
– Ma senza le regole la libertà diventa caos!
– E allora che sia caos!
– Ma nel caos qualunque valenza positiva, libertà compresa, viene annullata. Chiunque, nel caos, potrebbe interpretare la tua libertà come vuole, e magari togliertela!
– E allora niente caos! Solo regole giuste però!
– Ma la giustizia delle regole è estremamente soggettiva: uno potrebbe dire che questa regola è giusta, un altro che lo è il suo opposto. E a risentirne sarebbero tutti.
– Allora solo regole buone per tutti!
– Come ben puoi immaginare non esistono.
– Allora niente regole, niente libertà, un cazzo di niente!
– Niente è impossibile, qualcosa ci deve essere.
– Cristo! Cosa devo desiderare?
– Desiderare? Il desiderio è l’anticamera della delusione.
– Allora non desidero nulla!
– Benissimo. Stai meglio?
– Non lo so!
– Ottimo. Vuoi un caffè?
– Non lo so!
– Bravissimo. Io comunque lo prendo, il caffè.
– Allora pure io!
– Stai desiderando di essere me?
– Nono, scusa!
– Sicuro?
– Non lo so!
– Ok. Va bene, vedo che sei a posto ora.
– Non lo so!
– Perfetto. Dai, prendilo, quel caffè.
– Posso davvero?
– No, testavo la tua saldezza.
– Porca troia!
– Scherzo, prendilo pure.
– Posso?
– Mi stai chiedendo un permesso?
– Non lo so! Non so più niente!
– Bene, sei pronto. Allora fai così, ascolta me, visto che già lo hai fatto e mi stai seguendo alla grande: fai quel che ti dico, così non dovrai pensare più nulla, nessuno sforzo, nessuna responsabilità, solo esecuzione.
– Sì, dimmi tu.
– Segui queste regole, solo queste, solo le mie.
– Non aspettavo che questo, amico.
– Chiamami Maestro.

La solitudine dei numeri verdi

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Ieri non ho ricevuto neppure una telefonata da un call center, niente, zero.
Mi sono preoccupato e verso le 19 ho chiamato Fastweb, per chiedere cosa avessi che non andava per loro.
Dapprima sono un po’ caduti dalle nuvole, ma io ho insistito e ho chiesto se avessero ancora disponibile l’offerta “20 Mbit, due sim al costo di una, che parlano tra loro senza manco bisogno che tu partecipi, all inclusive, acqua e olio a posto”. Mi ha risposto Caterina Di Fastweb, che – guarda i casi della vita – aveva pure il cognome preciso dell’azienda. Molto gentile, mi dice che l’offerta ce l’avevano ma che in genere sono loro a chiamare e non viceversa. Le ho fatto presente che a me piace così, prendere l’iniziativa, pure a letto, e penso di aver fatto colpo: ha immediatamente attaccato. Probabilmente è già in viaggio da Cagliari per raggiungermi (i call center sono tutti dislocati in Sardegna, forse per giocare sul fatto che poi possono dirti che sei stato tu a non aver capito bene).

Uomini inaffidabili e uomini inaffidabili

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Le donne si pongono enormi problemi nell’iniziare relazioni quando queste vengono bollate come “senza futuro” (es. con uomini sposati, debosciati, sciupafemmine, tronisti del paese), dimenticando che le pregresse relazioni ai tempi viste come “con futuro” giacciono sepolte in forma di sogni di carriera da giornalista di TeleMarechiaro infranti, ex (quelli allora visti come “con futuro”) che ti stalkerano su Facebook e pubblicano offese in salentino, separazioni con addebito a lui (sempre quello “con futuro”) che dimentica ogni mese l’assegno di mantenimento di centocinquanta euro, depressioni aggravate da quel threesome da momento di debolezza col personal trainer semimpotente e l’amico grassoccio che gli passava il nandrolone mentre il marito (quello “con futuro” ma trasformatosi improvvisamente in tutto quello che insieme prendevate per il culo) guardava fotogrammi scattosi di Frosinone-Chievo su Rojadirecta sul tablet cinese, stravaccato sul divano preso in saldo del saldo da quella di Puttane e Sofà.

Ti rispetto perché sei grosso (il vegano è superato)

Le obiezioni al credo vegano sono state più volte espresse e non vorrei tornarci. Mi piace però soffermarmi su un particolare: ma gli antibiotici? Non fanno strage di vita? Quella vita è troppo piccola per essere considerata degna di attenzione? Cioè, il vegano ragiona su un piano dimensionale? Se la bestia è grossa si protegge, se è piccola che vada pure al creatore? Non penso sia così. Probabilmente fa più un discorso di coscienza: un batterio non è considerabile come un pollo, perché vive una vita più semplice. Oddio, pure lui vive, si nutre, si riproduce e muore, ma non fa l’uovo, non si muove a scatti e non si infila nei Mc Chicken. Però mi pare una vita anche quella.

Che i vegani snobbino i batteri è cosa che non riesco a concepire: mi pare la logica del “credente ma non troppo praticante”, che opportunisticamente segue un credo ma fino al punto da non creargli eccessivi fastidi pratici nella vita. Un cristiano vero farebbe una vita d’inferno, a dirla tutta. E un vegano vero dovrebbe evitare di deglutire, respirare, muoversi, disinfettare le ferite e usare alcun tipo di medicinale. E neppure questo basterebbe, perché coi suoi stessi succhi gastrici, con il suo solo sistema immunitario, compie stragi che manco Stalin vestito da Hitler nella Cina di Mao senza gli Avengers.

Qui non voglio mettere in discussione la logica vegana della tutela e del rispetto di ogni vita: la voglio portare avanti in modo più vigoroso e aderente ai veri principi che questa dovrebbe seguire. L’unico modo di evitare di uccidere esseri viventi è non vivere, c’è poco da fare. E se un vegano la mette sul mero piano dimensionale credo sia il tempo per una nuova coscienza realmente rispettosa della vita: il vegano non basta più, serve qualcuno che si faccia da parte nel momento stesso in cui si rende conto che la sua esistenza in vita rappresenta un vero problema per miliardi di esseri viventi, troppo indifesi, troppo piccoli per ottenere riconoscimento da un movimento che predica bene ma poi razzola malissimo.

Oltre il vegano, oltre il melariano, oltre il respiriano.

Occorre il suicidariano.

In natura esistono gay, commercialisti e filobus (ma più commercialisti)

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“Abbiamo evitato qualcosa contronatura” (A. Alfano).

Quando sento parlare di “natura” in questi termini mi viene un brivido: possibile che ancora si viva questo equivoco circa il considerare “non naturali” alcune cose che si trovano comunque nella nostra realtà? Se esiste significa che la Natura, nel suo complesso, lo ha permesso. Anche un intervento dell’uomo è parte della Natura.

Non sarebbe “naturale” se la Luna prendesse e iniziasse a rimbalzarci addosso, o ci sfuggisse via contro ogni legge fisica o imparasse a suonare il bongo. Ma se la Luna venisse distrutta da qualcosa, seguendo le leggi della Fisica, quello sarebbe un evento “naturale”, nel senso più stretto e veritiero del termine: una bomba costruita dall’uomo, sufficientemente potente a spazzarla via, sarebbe in questi termini “naturale”. Il che non va confuso con “desiderabile”, “accettabile”, “tollerabile”. “Naturale” indica una semplice previsione di un evento all’interno di una catena causale: mi piace una donna > cerco una donna; mi piace un uomo > cerco un uomo; sono Adinolfi > mi spiace.

Per voi è “naturale” un cane? Penso di sì. Eppure senza l’intervento dell’uomo noi oggi avremmo solo dei branchi di lupi: quelli che ci sbavano sulle scarpe e cercano di accoppiarsi con le nostre caviglie sono il risultato di manipolazione umana, incroci, errori, obbrobri.

Non si può guardare

“Carino” stocazzo

Oggi i cani sono ritenuti cosa buona, socialmente positiva, coccolosi e utili, e questo li fa ritenere più “naturali” di un pugno di cellule geneticamente manipolate. Ma non è così. Pure quelle sono naturali tanto quanto il rottweiler o il dogo argentino, solo meno “tollerabili socialmente” da una certa fascia di popolazione, che però parla di “Natura”. Ma se le leggi di Natura lo consentono, la cosa è naturale.

Qualcuno si scaglia contro il non essere “naturali” dei farmaci? No, eh? Ehi, in natura non esiste l’antibiotico che ti sta salvando la vita! Ma neppure quell’automobile esiste in natura. Nell’accezione di natura che stai così caldeggiando, dico.

Il giudizio sulla “gradevolezza” di qualcosa, sulla sua “tollerabilità sociale”, sul fatto che quella cosa naturale debba essere combattuta o incoraggiata è altra storia.

È ovvio che in questi termini anche un omicidio è “naturale”, ma non sarebbe certo “desiderabile”, dunque andrebbe naturalmente combattuto. E questo lo si fa tramite le normative, le regole di comportamento.
Ma nessuno si sognerebbe di scendere in piazza, in occasione di un omicidio qualunque, protestando con dei cartelli con su scritto “L’OMICIDIO NON È NATURALE!”. Cazzo significa? La storia dell’uomo ci ha insegnato quanto sia un evento “naturalmente” presente in ogni epoca.
Invece gente scende in piazza con questi identici cartelli quando si parla di aborto, parlando di “natura”, come se un embrione fosse più “naturale” di un adolescente. Boh, magari la puzza di piedi fa la differenza.

Dunque, ancora oggi, quando sento parlare di stepchild adoption, unioni civili, Cirinnà varie, il vessillo che viene innalzato comprende sempre quella frase: “NON È NATURALE!”, addirittura arrivando a scomodare termini realmente troppo impegnativi in bocca a persone spesso sgrammaticate pure nella postura: “IL DIRITTO NATURALE”.
Ma in natura esistono le persone. Le persone fanno cose, e le cose che fanno sono sempre naturali. Se la natura lo consente, le persone fanno cose naturali. Se invece una cosa non rientra nelle possibilità offerte dalla natura state tranquilli che sarà la natura stessa ad impedirla.

– Cosa stai facendo?
– Voglio trasformarmi in un flacone di Mastro Lindo.
– Ci riesci?
– No.
– Allora non è una cosa naturale.
– Ma io voglio!
– Riprova. Ci riesci?
– No.
– Mi spiace, è la natura.

Ecco, quella è una cosa innaturale.

Invece:

– Che fai?
– Voglio infilare il mio pene in una bistecca cruda.
– Ci entra?
– Mmmhhh, sì.
– Allora è una cosa naturale.
– E posso farla?
– Tecnicamente sì. Dal mio punto di vista non fai una cosa che io farei.
– E perché?
– Beh, intanto io la farei a casa mia e non per strada, per esempio. E poi quella era la mia bistecca.
– Mi stai giudicando?
– Certo. Ma non importa: il mio è un giudizio sociale circa una tua scelta naturale, che resta tale.

Direte: è solo una questione semantica allora? Posso parlare direttamente di “opportunità” invece che di “naturalità”?
Proviamo. Perché in piazza le persone che si oppongono alle unioni civili e cose così non parlano tanto spesso di “opportunità” ma più sovente di “natura”? Perché si rendono conto (o non se ne rendono conto ma sono fortunate in tal senso) che sarebbe facile controbattere “Opportuno? E per chi? Per te? Ma è la mia vita, non la tua!”. Parlando invece di “Natura” chiamano in causa forze superiori: hanno bisogno di “garanti”, come tutti quelli privi di basi solide. E la natura è un garante eccezionale, in grado di rendere ogni argomento estremamente credibile.

 NON È NATURALE!
– Veramente lo è, essendo io un essere naturale e facendo cose che la natura mi consente, tipo amare una persona del mio sesso, crescere con questa un bambino meglio di come lo crescerebbe un istituto o un coglione.
– Ma un bambino ha il diritto naturale ad avere un padre e una madre!
– Lei conosce il diritto naturale?
– Certo! Tutti lo conoscono! È scritto dentro!
– Ma il mio magari è diverso. Pensi che per me il diritto a scegliere come e quando morire liberamente rientra nel mio diritto naturale.
– Allora il suo è sbagliato! Solo Dio può scegliere!
– Mi porti una copia del suo diritto naturale, lo confrontiamo.
– Ma non ha senso.
– Esatto. Perché il suo diritto naturale è solo una sua invenzione di comodo, per proteggere le sue false certezze. Senza l’ombrello di tutela di questo termine, le sue motivazioni sono inesistenti e pretestuose.
– Questa non l’ho capita.
– Perché non legge UMC.
– Chi?

Peccato che pure questa pratica, circa il volersi fare i cazzi degli altri impedendo che ciascuno viva naturalmente la propria vita come vorrebbe, per quanto sgradevole, odiosa, medievale e manichea, sia anch’essa possibile in natura e dunque, tecnicamente, “naturale”.

Pensate, pure essere leghista è naturale, anche se mi rendo conto che lì siamo proprio al limite.

Racconto di una esperienza mistica: l’osteopata

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Vi racconto il mio primo (e ultimo) incontro con un osteopata: risale a qualche anno fa, ma oggi ho letto questo articolo su Medbunker e mi è tornato alla mente.

Avevo un problema alla spalla, da diversi mesi. Non l’avevo trattata in alcun modo, se non con qualche cerotto antinfiammatorio e un po’ di riposo, saltando a piè pari ogni rimedio della nonna, essendo la stessa morta da tempo.

Passavano le settimane ma non il dolore. Al che mi risolvo per la visita dal medico, che mi prescrive infiltrazioni. Gli chiedo se non ci fossero alternative, mi fa:

Puoi provare con un osteopata, ma non garantisco“.

Sul “Non garantisco” mi sono incuriosito e ho iniziato a informarmi. Pareri discordanti, gente entusiasta (“Mi ha rimesso al mondo!“), scettici (“È ciarlataneria“), complottisti (“COSA STANNO SPRUZZANDO NEL CIELO?????”).

Insomma, forte della mia nota appartenenza al gruppo-entusiasti, decido di fare un test sul campo, per non parlar male sempre di tutto e di tutti senza un controprova.

Anche se c’è più gusto in quel modo.

Arrivo, su consiglio di gente che conosco, da “uno bravo”, che pare aver sistemato “fin dalla prima seduta” anche casi disperati. La spalla mi fa male da quattro mesi, ma pare andar un po’ meglio di qualche tempo prima. “Un po’ meglio” significa che da fermo non provavo dolore, ma non potevo sollevarla, né respirare troppo spesso.

Entro, ci sono, sulle pareti, attestati ovunque, in A4, di certificazioni autostampate del tipo “Onyryx Fiorenzuola, attestato di partecipazione al convegno osteopatia e fiori di Bach: un connubio vincente“, oppure “Oltre l’osteopatia: mente e corpo in una prospettiva di autoguarigione“, o “International Osteopathy School – Buccinasco“.

C’è anche un calendario astrologico e una grande foto di Osho: senza battute sotto fa riderissimo.

Sto buono.

Accanto a me ci sono:
– una ragazza sui venti, che smanetta sul telefono nonostante unghie coloratissime, lunghissime e invalidanti.
– una coppia sui trenta, con lei che indossa vistose pietre un po’ ovunque, credo per ancorarla a terra visto che non superava i trenta kg. Lui mi sembra il classico marito passivo alla sìccàra. Per tutto il tempo lei gli parla di come dovessero andare in quel ristorante vegano.

Arriva il mio turno. Una ragazza mi dice di accomodarmi.
La stanza prevede scrivania, sedia, lettino. Nient’altro.

Entra il tizio, mi saluta, mi inizia a chiedere di me, che lavoro faccia, cosa mi piaccia nel tempo libero. La prendo come un modo di rompere il ghiaccio anche se non ho mai visto un medico che mi chiedesse tutto tranne che del problema.

Dopo una decina di minuti di chiacchiere che sono arrivate persino al tempo e non ci sono più le mezze stagioni signora mia, mi chiede finalmente cosa abbia. Gli parlo della spalla e un lampo gli illumina gli occhi, come se avesse già una soluzione! Mi chiede di spogliarmi e di “togliere le scarpe”. Non capisco la cosa delle scarpe e gli chiedo il perché. Lui mi dice una cosa sibillina: “per agevolare il flusso”. Non resisto: “Che flusso?”. “Il flusso delle energie: il corpo deve essere il più possibile libero”. Penso che questa cosa De Sica e Boldi l’avrebbero rigirata alla “PROOOOT”, “MA CHE SCHIFO!”, “È IL FLUSSO!”, “MA SI METTA UN TAPPO NEL CULO!”. Ma adesso va Zalone e al massimo ci avrebbe scritto una canzone sulla Prima Repubblica e come i flussi allora fossero migliori.

Quando mi chiede di allentare la cinta lo guardo malissimo e inizio a chiedermi se poi il mio appoggiare costantemente il riconoscimento dei diritti ai gay non vada ridimensionato.

Ma a questo punto mi chiede:
– ha bevuto?
– eh?
– ha bevuto prima di venire qua?
– perché? Puzzo di alcol?
– nono, parlo di acqua.
– ah! Oddio, no, cioè, non più di tanto.
– MALISSIMO!

Mi sento in difetto: pensavo che la cosa dei due litri di acqua al giorno fosse solo un consiglio.

Mi dice di aspettare.

Dopo cinque minuti torna con un bicchierino di plastica da caffè, pieno d’acqua:
– mi scusi ma sono finiti i bicchieri.
– che devo fare?
– beva l’acqua.
– ma perché?

Mi dico che al pronunciare ancora “flusso” l’avrei colpito alle palle con un chakra.
– serve idratazione per procedere.

In quel bicchiere ci sono tracce d’acqua:
– non credo che il quantitativo di acqua possa idratare alcunché.
– ma poi gliene porto un altro.
– se non evapora nel tragitto.
– come?
– niente.

Capisco che non ha senso dell’umorismo. Il che mi sarebbe ampiamente sufficiente a terminare la seduta. Ma voglio vedere dove vuole arrivare, tipo Bud Spencer che aspetta l’assoluzione, per picchiare il finto-vero prete.

Mi porta un secondo microbicchiere d’acqua:
– come va?
– mi sento ben idratato.

Capisco che posso prenderlo per il culo e non ottenere alcuna reazione, il che è estremamente buffo.

Inizia a manipolarmi la spalla:
– ecco, sente?
– cosa?
– è qui che le fa male, vero?
– beh sì, è la spalla.
– ma qui di più.
– va bene.

Dopo cinque minuti di massaggio mi chiede se vada meglio:
– veramente non saprei, cioè, dovrei fare dei movimenti per capire.
– prima mettiamo i patch.

Sui “patch” sgrano gli occhi, non so se più per la curiosità di come mi sentirò a essere trattato come una versione di Windows o per la curiosità di capire che fossero ‘sti patch.

Prende quattro cerottini tondi. Mi inumidisce il torace (IL TORACE, NON LA SPALLA), poi lo asciuga (male) e applica i quattro cerottini SUL TORACE, NON SULLA SPALLA. Capisco che ormai è tutto collegato e mi chiedo se per pisciare là dentro mi debba tirar fuori una caviglia.
I cerottini SUL TORACE, NON SULLA SPALLA, si staccano. Del resto era inumidito, anche grazie alla mia ampia idratazione. Asciuga meglio e li riapplica. E si ristaccano, Asciuga ancora e li riapplica. Gli chiedo cosa siano quelle cose. Non ci crederete ma mi torna a parlare di flusso.

A questo punto mi impunto:
– mi spiega di cosa stiamo parlando?
– vede, nel corpo fluiscono energie. Ora, la sua spalla è bloccata in questo circolo energetico. I cerotti servono per aiutare a fa scorrere meglio le energie.
– di cosa sono fatti i cerotti?
– i cerotti sono composti particolari, magnetici ed energetici.
– ma la batteria dov’è?
– nono, nessuna batteria [sorride come un vecchio volpone: pensa che abbia detto una cazzata. Io]. Prima di andare a dormire li toglie e li mette nel freezer.
– nel freezer.
– sì. Poi, domattina, li riapplica.
– e nel freezer che accade?
– si ricaricano.
– di cosa?
– di energia.
– per il flusso.
– esattamente!

Penso di avere da un paio di mesi dei sofficini Findus carichissimi, buttati là dentro.

– allora, per oggi a posto così. Ci vediamo martedì.
– ma devo portare i cerotti?
– no, dopodomani sera li può buttare via.
– ma se li ricarico?
– eh, magari. Ma c’è un limite alle ricariche.
– niente summer card, ho capito.

Non ride. E a me fa ridere tantissimo.

A questo punto coglie in me un leggero velo di scetticismo e mi fa:
– guardi che in questo tipo di terapie conta moltissimo la volontà del paziente.
– ma io voglio guarire. Chi non vorrebbe?
– ma bisogna crederci.
– lo dicevano pure per gli occhiali a raggi X e le scimmie di mare. Quanto le devo?
– passi dalla mia segretaria.

Lascio alla tizia settanta euro (SETTANTA EURO) (70.00 €) e vado via.

No, martedì non ci sono tornato: mi sono fatto un giro su Amazon e ho ordinato il poster che Fox Mulder aveva alle spalle. Credo abbia la stessa efficacia.
Pure senz’acqua, né freezer, né cerottini SUL TORACE, NON SULLA SPALLA.

Ah, poi la spalla ha smesso di farmi male, dopo qualche mese.

Mi piace pensare si sia riattivato il flusso.

Magari grazie all’aver mangiato quei sofficini ultracarichi.

PERCHÉ QUESTA GUERRA? E QUESTO MAIUSCOLO? TUTTA LA VERITÀ!

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Siete stati in tanti, a scrivermi chiedendomi: “ma chi cazzo ti scrive, idiota”, e ora cerco di dare una risposta puntuale al perché dell’attuale situazione geopolitica, di queste tensioni, del motivo per cui l’Isis si chiama così solo in Italia mentre nel resto del mondo è conosciuto come “Donald Trump”.

Tutto parte dalla confusione tra i motivi che stanno causando panico internazionale: si crede sia una guerra di religione, in realtà è una guerra di cultura.

L’Is (lo stato islamico) colpisce il nostro stile di vita (dal villaggio turistico full inclusive, con la sua animazione – e rianimazione – compresi, al locale per concerti), non chiese o papi, umilissimi o in prepensionamento.

Perché? Perché si tratta di simboli.

Nulla di nuovo: lo facevano le BR in Italia. Nessuno ha mai spiegato perché chiusero Moro in una R4. Perché non scelsero una Fiat? A parte per il rischio che il bagagliaio si aprisse da solo, a cazzo, certo. No, una R4 era la tipica macchina francese da scopata giovane, un simbolo di decadenza molleggiata e arbre magique lisergici. Colpire Moro fu solo incidentale: là dentro avrebbe potuto esserci chiunque, anche Andreotti, vista la forma della macchina; anche Spadolini, in grosse trance, certo; anche Fanfani, e ce ne sarebbero stati una decina. Anche Cossiga.

No, Cossiga mi sa di no.

Ma manco Andreotti.

Fu la R4 a essere assassinata, quel giorno, con tutto l’adesivo del vagabondo con la chitarra: il simbolo della spensieratezza, in contrapposizione agli “anni di piombo”.

Oggi L’Is fa la stessa cosa: cerca simboli che rappresentino il nostro benessere. Charlie Hebdo, il Bataclan, i ristoranti di Parigi, il senso estetico massacrato a colpi di barbe unte.

Se così stanno le cose possiamo aspettarci una escalation del terrore proprio su obiettivi a base simbolica, quelli che rappresentano i nostri valori.

Allora, quali sarebbero i simboli della nostra civiltà più a rischio?

Sicuramente attenzione ai falsi invalidi, ai portatori di Rolex fasulli, ai doppiafilisti quattrofrecceggianti, agli indignati su Facebook, ai vegani che ce lo devono far sapere, agli scassacazzi che al cameriere chiedono “una vegetariana con carbone vegetale, ben cotta ma non bruciata ai bordi, senza cipolla, con verdure grigliate ma non le zucchine, ché non le digerisco, melanzane sì ma solo se artistiche, peperoni gialli disposti secondo i dettami feng shui e rinforzo di bacche goji cacate da yak in pace con la loro coscienza”. Attenzione ad altri simboli come Messi, i crocifissi nelle scuole (gli altri non li calcola nessuno) “Febbre da cavallo”, X-Factor, l’urlo di Tardelli che ha tritato la minchia, l’iPhone, i meme, Peppa Pig, il Salento, la categoria “Young lesbians read an Aranzulla’s guide to copy whatsapp messages from a phone to another one, remembering you are masturbating in front of your little 5 inches display, so they don’t need to shave so accurately their pussies“.

Insomma, tutto ciò è a rischio: ci identifica, racconta quello che siamo, disegna la nostra società agli occhi dei fondamentalisti.

La soluzione? Purtroppo nessuna. Dovremmo rinunciare a quel che siamo. Cambiare troppo nei nostri costumi.

È vero che molti dei nostri usi sono già comuni a quelli islamici più oltranzisti: pensate a come entrambi releghiamo le donne ai margini, le sottopaghiamo nei lavori, le picchiamo quando calcolano esattamente il momento nel quale la palla sta per entrare in rete e passano davanti al televisore.

Anche la nostra lingua presenta molti punti in comune con quella parlata da chi oggi ci spaventa tanto: venite in Abruzzo e mi darete ragione.

Ma questo non basta ad avvicinare a sufficienza le nostre culture. Rinunciare al panino col prosciutto è per noi impensabile. Pregare cinque volte al giorno paralizzerebbe la nostra intera società e la renderebbe improduttiva, una succhiarisorse parassita che campa e ingrassa sulle spalle di chi invece produce davvero.

Tipo il Vaticano.

No, troppi cambiamenti. La contrapposizione resta e resterà. Perché nessuno di noi è disposto a pagare questo prezzo.

Specie ora che sapete di quella categoria porno. 

Pregature

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In questi giorni sento dire da tante persone che occorre pregare per le vittime degli attentati in Francia.
Mi sono sempre chiesto quale sia la logica dietro la preghiera, e questo al netto di considerazioni fideistiche: il credere o non credere non è il punto centrale del mio ragionamento. Provo a spiegare.
Perché Dio dovrebbe “fare” o “non fare” qualcosa, indotto dalla mia preghiera?
Se così fosse ci troveremmo di fronte un Dio che “accontenta” o meno a seconda della presenza di preghiera (e probabilmente della partecipazione, messa in scena, fattura della stessa). Il che contrasta molto con un generale concetto di libero arbitrio, ma anche con quello di “volontà di Dio”. Entrambi concetti religiosi, appunto.
La preghiera come richiesta di pace, favori, clemenza, cura, miglioramenti economici, mi sembra dunque contrastare con ciò che la religione stessa insegna.
Allora perché si prega?
Possono esserci anche ragioni più alte e nobili, va detto. Per esempio ringraziare il Signore di ciò che ci ha donato.
Già qui mi pare possiamo capire un ragionamento di un credente.
Però.
Però in questo “ringraziamento” ci dovremmo ricomprendere tutto. Cioè, la “Volontà del Signore” non va esaltata solo quando ci fa comodo, altrimenti sarebbe facile. Anzi, le Scritture insegnano che è quando il cammino è più difficile, che occorre perseguire la Fede, credere, affidarsi alla preghiera.
Dunque, perché se ci viene un tumore preghiamo affinché possiamo guarire? Anche la malattia è “Volontà di Dio”, tanto quanto l’eventuale guarigione (con somma soddisfazione dei medici curanti).
Ecco, un credente dovrebbe sempre ringraziare, per ogni cosa, mai chiedere.
Chiedere è scortese: Dio sa cosa sia meglio per te, ti ha mandato il tumore, il suo Piano non lo conosci, accettalo come accetteresti una vincita alla lotteria.
Invece no. Noi siamo così: chiediamo. Utilitaristicamente chiediamo cose che ci fanno comodo. Anche con la preghiera. Pur essendo assolutamente consapevoli della assoluta inefficacia della stessa.
Che? Cosa ne sappiamo se sia inefficace?
Beh no, fermi tutti qua: finché si filosofeggia vale tutto, pure inventarsi tortuose strade per alla fine chiudere ogni questione con “Noi non possiamo capire”. Ok.
Ma quando si parla di risultati misurabili, beh: misuriamoli.
Volete sapere se una preghiera è efficace? Oltre l’effetto-placebo, intendo.
Beh, io vi porto QUALCHE studio in merito.

W.S. Harris et al. 1999. A randomized, controlled trial of the effects of remote, intercessory prayer on outcomes in patients admitted to the coronary care unit. 1999 Arch Intern Med 159: 2273-2278.
R.P. Sloan, E. Bagiella. Data without a prayer. 2000 Arch Intern Med 160: 1870.
D. Karis, R. Karis. Intercessory prayer. 2000 Arch Intern Med 160: 1870.
J. Goldstein. Waiving informed consent for research on spiritual matters? 2000 Arch Intern Med 160: 1870-1871.
W. Van der Does. A randomized, controlled trial of prayer? 2000 Arch Intern Med 160: 1871-1872.
D.A. Sandweiss. P value out of control. 2000 Arch Intern Med 160: 1872.
R.M. Hamm. No effect of intercessory prayer has been proven. 2000 Arch Intern Med 160: 1872-1873.
J.M. Price. Does prayer really set one apart? 2000 Arch Intern Med 160: 1873.
P.N. Pande. Does prayer need testing? 2000 Arch Intern Med 160: 1873-1874.
D.E. Hammerschmidt. Ethical and practical problems in studying prayer. 2000 Arch Intern Med 160: 1874.
F. Rosner. Therapeutic efficacy of prayer. 2000 Arch Intern Med 160: 1875.
W.C. Waterhouse. Is it prayer, or is it parity? 2000 Arch Intern Med 160: 1875.
D.R. Hoover, J.B. Margolick. Questions on the design and findings of a randomized, controlled trial of the effects of remote, intercessory prayer on outcomes in patients admitted to the coronary care unit. 2000 Arch Intern Med 160: 1875-1876.
J.G. Smith, R. Fisher. The effect of remote intercessory prayer on clinical outcomes. 2000 Arch Intern Med 160: 1876.
S.M. Zimmerman. Prayer can help. 2000 Arch Intern Med 160: 1876-1877.
M.L. Galishoff. God, prayer, and coronary care unit outcomes: faith vs works? 2000 Arch Intern Med 160: 1877.
L. Dossey. Prayer and medical science. A commentary on the prayer study by Harris et al. and a response to critics. 2000 Arch Intern Med 160: 1735-1738.
R. Dalton. Kansas scientists help to oust creationists. 2000 Nature 406: 552-553.
E.J. Larson, L. Witham. Scientists are still keeping the faith. 1997 Nature 386: 435-436.
E.J. Larson, L. Witham. Leading scientists still reject God. 1998 Nature 394: 313.

Ma capisco che possa non essere sufficiente e che abbia più peso quanto detto da un tizio con la terza media e un lungo camice bardato.
E allora, perché non provate voi, a casa? Da soli, un rapido test per togliervi ogni dubbio. Atei, credenti, non importa: in un paio d’ore risolverete il secolare dubbio circa l’efficacia della preghiera nel far accadere cose.
Di cosa abbiamo bisogno?
– Una moneta
– Un foglio di carta
– Una penna
Si procede così: gettate la moneta in aria e segnatevi i “testa” e “croce” che vedrete realizzarsi. Questa cosa va ripetuta alcune migliaia di volte affinché la base statistica dei risultati possa avere una sua credibilità. Durante ogni lancio PREGATE affinché la moneta faccia risultare “croce”. Siate convinti, non consideratelo un gioco ma credeteci con tutte le vostre forze.
Non fermatevi a cento-duecento lanci. Non bastano per avere una base seria.
Tremila, quattromila, diecimila lanci meglio ancora. Sempre pregando.
Bene, alla fine, se tra testa e croce ci sarà un SIGNIFICATIVO SCOSTAMENTO dal 50/50, allora la vostra preghiera sarà stata efficace. Al netto di ulteriori fattori quali bilanciamento della moneta, superfici di taglio irregolari, etc.
Se avrete rilevato un – che so – 75% di “croce”, possiamo considerare superato un primo step e passare a nuove verifiche, ma con una rinnovata fiducia nella preghiera.
Mi chiedo perché un credente non faccia questo esperimento, facilmente realizzabile e verificabile.
L’obiezione è che su queste cose non c’è interesse da parte di Dio a cambiare la realtà delle cose e “accontentare” chi prega.
Vien da chiedersi perché non debba essere considerato importante per Dio il dar soddisfazione, conforto, speranza a un suo figlio.
In ogni caso, l’esperimento è replicabile in molti altri modi. Più elevato il livello di importanza della “posta” in palio, più la preghiera dovrà essere valutata nella sua efficacia.
Tenete presente che se volete valutare se la preghiera abbia fatto guarire il bambino dalla leucemia, prima dovrete consultare i dati statistici circa la remissione di quel tipo di malattia: se risulta che nell’80% dei casi c’è remissione, sarebbe più il caso di ringraziare la Medicina che Dio. Tenuto conto che sicuramente la Medicina non ha responsabilità nell’insorgenza di quella malattia, mentre su Dio avrei i miei dubbi. Quantomeno per omissione di soccorso. Ma questo è il mio pensiero e non importa.
Insomma, io l’esperimento l’ho fatto. E la mia preghiera non è risultata incidere sulla realtà. La moneta cadeva nel 50% dei casi su testa e nel 50 su croce. Questo probabilmente per mio scetticismo.
Perché non provate voi che pregate per la pace?
Perché a me pare che stiate pregando da millenni e non mi pare cambiato granché.
Ma anche qui, magari, è il mio scetticismo.

E qui:

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E qui:

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E qui:

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Rendiamo grazie a Dio.

Perché non aver paura degli zombie

 

Tutti (ex) giovani, 'sti zombie

Tutti (ex) giovani, ‘sti zombie

[Questo post è nato da riflessioni col sempre prezioso Paolo Murgia (Mu Ho)].

Premetto: non sono mai stato appassionato di film di zombie, nemmeno da piccolo, quando erano molto di moda grazie soprattutto a George A. Romero e agli esponenti del Pentapartito.
È che, semplicemente, non mi facevano paura.
Voglio dire, uno zombie dovrebbe creare proprio questo, no? Ma io mi sono sempre rapportato alla paura come un qualcosa di non controllabile, contro un nemico, visibile o invisibile, comunque superiore a me, alle mie forze, con poteri, capacità, possibilità di farmi del male nei modi più fantasiosi, disparati e cruenti.
Ebbene, vedere quegli esseri ciondolanti, lenti, prevedibili e annientabili sostanzialmente anche con un calcione, beh: mi ha sempre fatto pensare all’inadeguatezza di quei cosi rispetto ai mille mostri cazzuti che abitavano le fantasie di me bambino.
La mia “sospensione di incredulità” vacillava, già a otto anni: mi ponevo mille domande, circa la coerenza di quel che quegli esseri stavano cercando di rappresentare.

– Ma perché riescono a camminare tutti? Molti di questi sono morti vecchi e già da vivi non camminavano più. E quelli con la sedia a rotelle?
– …
– Ma perché quelli con le budella di fuori vogliono mangiare lo stesso? Tanto se mangiano riesce tutto…
– …
– Ma se non mangiano che succede? Muoiono ancora? Da soli? Allora basta aspettare un po’: che li combattono a fare?
– …
– Ma perché…
– Hai rotto il cazzo: al cinema non ti ci porto più.

Più in là, quelle stesse domande si affinarono. E se ne aggiunsero altre:

– Ok, ragioniamo: questi vogliono mangiarsi il cervello dei viventi, o parti di loro, penso. Facciamo che abbia pure senso. Ma sembra che la maggior parte di loro non ci riesca mai: pochissimi riescono a nutrirsi. Eppure continuano a vagare, trascinarsi per giorni e giorni: il computo calorico in deficit prima o poi si farà sentire. Voglio dire, se questi non mangiano non possono sostenersi: è biologia, meccanica, termodinamica. La parte “magica” riguarda il loro essere tornati in vita, al massimo. Ma poi questi subiscono il peso della gravità come noi (altrimenti volerebbero) e se lo devono contrastare serve una forza, e la forza richiede energia calorica. Puoi essere un morto vivente, ma le leggi della fisica sono quelle. In sintesi, se non mangi non cammini, non ci sono santi.
– …
– Ma poi, quelli con l’osteoporosi? Perché se si mettono in piedi non gli si frantumano le tibie? Capisco quelli morti giovani, ma il grosso dovrebbe essere fisicamente impossibilitato proprio a sostenersi. Per non parlare di quelli decapitati: come fanno a stare in piedi in equilibrio se gli manca proprio tutto l’apparato vestibolare, l’epitelio…
– Hai rotto il cazzo: al cinema non ti ci porto più.
– Veramente siamo a casa.
– Comunque hai rotto il cazzo.

Crescendo, quella assenza di paura si trasferì ovviamente a tutte le cinematografiche creature dell’orrido, e smisero di spaventarmi anche i film sui demoni, quelli sulle torture e i cinepanettoni dei Vanzina. Semplicemente non li trovavo interessanti.
Da qualche tempo, grazie a The Walking Dead, gli zombie sono ritornati prepotentemente alla ribalta, e confesso di essermi più volte fermato a cercare di capire cosa potesse oggi appassionare un telespettatore medio, abituato alle saghe di “Saw – l’enigmista” e cinema splatter come se piovesse (sangue). Magari questi zombie potevano essere finalmente spaventosi, credibili, non so.
Ecco, niente: sempre uguali.
Esseri nauseabondi e lentissimi, che di minaccioso hanno solo l’impianto scenico ma che, nei fatti, si rivelano abbattibili pure da ragazzini armati di sputo.

Insomma, gli zombie non possono tecnicamente spaventare. Al massimo infastidire per l’aspetto, un minimo inquietare per i grugniti, i lamenti, ma sono sostanzialmente innocui, se hai la accortezza di evitarli. E li riconosci facilmente, dai.

In pratica, come i leghisti.