Siamo tutti uguali. Ma tu sei meno uguale di me.

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Potresti trovartelo a votare al seggio, con te

Ho un amico con la terza elementare. Non ha mai potuto partecipare a un concorso pubblico proprio per questo, pur se possiede una cultura “sul campo” smisurata, oltre a essere dotato di intelligenza superiore.
Ma nessuno, neppure lui, trova strano che una persona con la terza elementare appunto, non possa concorrere per un ufficio pubblico. C’è gente che ha studiato, e molto, ed è senz’altro più qualificata di lui.
Certo, quando poi si parla di concorsi per bidello, o inserviente, o magazziniere al Ministero le cose cambiano: credo che in quei casi tutto ciò che si deve dimostrare è capacità e competenza. Dubito sia utile conoscere gli affluenti del Danubio. Oppure il Testo unico sull’ Ambiente, D.Leg.vo 03.04.2006 n.152.
Ma in Italia siamo ormai talmente abituati a fare un concorso su tutto che neppure ci fa troppa specie se per pulire il culo ad una babbiona in ospizio, si debba rispondere a domande di geografia, storia, diritto costituzionale, quantistica.
Gli scandali sono altri, no? E poi meglio una persona preparata che una ignorante, no? Questo a prescindere.

Bene.

Domanda: perché, per il posto di lavoro più importante di tutti, non ci si sottopone ad alcun test? Non si deve dimostrare assolutamente nulla? Si può essere completamente ignoranti, purché capaci di intendere e di volere?
Con anche il rischio che questa totale ignoranza comporti seri problemi all’intero sistema-Paese.
Anzi, la certezza che ciò accada.
Vi pare una cosa plausibile?
Eppure è ciò che accade oggi.
Il lavoro più importante e insieme diffuso è anche quello che puoi svolgere pure se pensi che il Presidente della Repubblica sia scelto da Dio, che l’Italia confini con l’Etiopia, che sia in vigore la pena di morte in Molise (magari già solo per il solo fatto di viverci).

È accettabile tutto questo?

Quale lavoro?
Beh, quello di cittadino. Quello che porta a scegliere le persone che decideranno del destino di un intero Paese. Quello che fa sì che le strade non siano invase dai rifiuti. Quello che ti permette di circolare in auto con una relativa tranquillità perché si conta sul fatto che, in caso di incidente, l’altro cittadino sia assicurato. Quello che in sintesi, crea le regole comportamentali e di vita relazionale.

Ebbene, tu puoi essere cittadino ed esprimere diritto di voto sia che tu sia consapevole delle regole del vivere civile, sia che tu sia un mentecatto che come massima lettura ha l’inserto-Mondiali della Gazzetta.

Puoi mandare in Parlamento gente in grado di fare danni serissimi a intere generazioni, presenti e future: basta che tu sia nato. Un concetto di Ius naturale sviluppatosi quando la cultura era realmente privilegio di pochi.

In sintesi non devi dimostrare un emerito cazzo. Puoi anche non sapere come funzioni il sistema rappresentativo, puoi anche pensare che la magistratura sia un organismo (composto da donne malvestite) che come unico scopo istituzionale ha l’annientamento di Berlusconi, puoi non conoscere i compiti della Corte Costituzionale e pensare invece che la Corte dei Conti sia un apparato nobiliare.

Puoi letteralmente non sapere nulla. E io posso trovarti là, accanto a me, il giorno delle elezioni, ad esprimere un voto. Che avrà lo stesso peso del mio. Che conosco La Corte Costituzionale. Che mi sono documentato sui candidati. Che so chi appoggia l’acquisto degli F35 e chi no. Che ho speso tempo. Tempo. Per capire. Capire chi sia persona degna di rappresentarmi e chi no. Mentre tu giocavi al bar al videopoker. Peraltro perdendo. Tu. Che ti informi solo sul numero delle campane che devono apparire sul gratta e vinci.

Il mio voto vale uno. Come il tuo.

E no, non fatemi pipponi sulla democrazia, sul fatto che pur essendo un pessimo sistema è sempre il migliore e blablabla.
Ci si riempie la bocca solo di una forma di buonismo sociale che alla fine mortifica noi stessi. Perché ci ritroveremo cialtroni al potere. Cialtroni che sì poi saranno rappresentativi del Paese. Ma perché siamo stati noi a permettere che questo accadesse.

Nell’Italia in cui l’Educazione Civica (maiuscolo) è un optional a scuola, possibile che nessuno prenda seriamente in considerazione questa che pare una boutade, quando rappresenterebbe una reale presa di responsabilità, personale e collettiva, e permetterebbe di creare i presupposti per un vero crescere civile?

Parlo del diritto di voto pesato.

Si vota? Sei un cittadino italiano, hai diritto di voto. Anche se sei una capra. Anche se a 45 anni il massimo dell’espressione culturale che ti ho visto comprendere è stato un pallonetto di Neymar. Anche se coi tuoi amici fai la gara di caccole nasali. Anche se l’ultimo Tg che hai visto aveva come conduttore Emilio Fede. Anche se sei Emilio Fede. E queste cose le trovi normali. Essere Emilio Fede, in particolare.
Fai un test. Sei obbligato a fare un cazzo di test. Di cultura. Cultura civica.

Si vota per la regione? Devi sapere che cazzo è una regione! Devi sapere quali regioni ci siano in Italia. Devi sapere che regione non è provincia. Devi almeno subodorare il fatto che chi governa una regione non è la stessa persona che sta a capo della tua città. O del tuo condominio. Non sempre, almeno. Puoi tentennare solo sul Molise, questo è normale.

Si vota per il rinnovo del Parlamento? Tu devi sapere che esistono due Camere. Quanti anni starà là quello che stai scegliendo. Devi sapere che non è che se poi non ti piace gli mandi la disdetta. Devi sapere cosa sia una sfiducia! Devi conoscere le procedure che portano un Primo Ministro a diventare tale. Non nel dettaglio ma quantomeno come linee generali. Sapere che non esiste un diritto di successione familiare, almeno fino al prossimo Lodo Alfano. Devi sapere come è fatto Alfano, ecco! Avere presente i suoi caratteri somatici. Riuscire a distinguerlo da Ghedini.

Devi sapere chi è attualmente a capo del PD.

Sì, questa è difficile, lo ammetto.

Ma devi sapere, perdio!

Se non sai nulla di tutto questo, perché il tuo voto dovrebbe pesare come il mio? Perché solo in questo caso l’ignoranza paga?

Possibile che il voto di un astrofisico impegnato nella ricerca, che si informa quotidianamente sulle problematiche sociali, che sa dove sia il Darfur e ha adottato tre bambini colombiani a distanza, e il voto di Pasquale Sciosciammocca, eroinomane di Scampia, pluripregiudicato, con rari  momenti di lucidità e tre accoltellamenti, manco ricorda se fatti o subiti, pesino allo stesso modo?

Tu, prima di votare, ti metti là e fai un quizzettino. E rispondi a domande di Educazione Civica (maiuscolo).
Sulla base del risultato, il voto avrà un peso.
Al massimo varrà 1. Vorrà dire che hai piena consapevolezza e sei veramente un cittadino responsabile.
Se sbagli, se dimostri che “non hai studiato”, anche qua devi avere delle conseguenze, come in qualunque altro settore della vita.
E allora, magari, se pensi che una “riunione di gabinetto” sia una cacata collettiva al mattino, il tuo voto varrà 0.5.
E allora, magari, se di “Transatlantico” conosci solo il Titanic, il tuo voto varrà 0.8.
E allora, magari, se quando si parla di “membro del Parlamento” ti viene solo qualche battuta scontata tipo Giannelli, sei Giannelli. Dunque il tuo voto varrà 0.3.

È utopia? È qualcosa di scandaloso? Vauro sì, certo. Ma non certo questa idea di diffondere cultura civica.

Si lede l’intoccabile concetto di suffragio universale? No. Si rendono i cittadini consapevoli dell’importanza che ha l’Educazione Civica (maiuscolo). E del potere che ciascuno possiede.
Potere che molti esercitano in modo disastroso, superficiale, inconsapevole. Ignorante.

Il cialtrone al potere ci va solo se ce lo mette un altro cialtrone.

E ora chiedetemi se sono preparato per la docenza che devo tenere. Perché è giusto così, sono investito da una responsabilità precisa, che sento, vivo.
Per insegnare devo sapere, conoscere e saper trasmettere. Devo superare test, continuamente. Ed ogni docenza è un test a sua volta.
Ed è giusto che sia così.

A votare invece posso essere spogliato da qualunque responsabilità e fare danni inenarrabili.

Il voto della Hack valeva come il voto di quella che controlla l’oroscopo e basa la sua giornata su qualcosa firmata “Branco”, “Paolo Fox”.

Ed è questo, il più grande oltraggio alla democrazia.

Scegli la tua ipocrisia: puoi vincere un fantastico viaggio!

Mi ha sempre affascinato quella che considero l’unica, vera, caratterizzante peculiarità dell’essere umano. Che non è l’intelligenza (milioni di anni di evoluzione e il risultato è Luca Giurato), il prevalere su altre specie (un virussetto ci fa il culo) e men che meno l’essere capace di robe romantiche come creare arte (Giovanni Allevi è considerato un compositore) o amare (anche se qui la superiorità di Sasha Grey è difficilmente discutibile).
No.
Quello che ci distingue da qualunque altra specie è l’estrema adattività. All’ambiente, certo (nessun’altra specie la trovi diffusa in ogni angolo del globo). Ma soprattutto a se stessi.

A mio parere l’essere umano non ha alcun tipo di preferenza di base. Non nasce fatto per vivere in Ruanda, Italia, Cina o Texas. Non nasce per fare il metalmeccanico, il musicista, l’astronauta o il mafioso. Leopardi aveva Monaldo e la sua enorme biblioteca, senza la quale probabilmente non avrebbe mai composto nulla per Silvia ma si sarebbe limitato a masturbarsi per lei dietro la siepe, schizzando verso l’Infinito. Ayrton Senna veniva portato in pista fin da piccolo da suo padre, tutti i giorni (erano ricchi di famiglia e la playstation non c’era).
Il discorso-talento è fuorviante: il talento innato solo in parte fa la differenza (e in rarissimi casi è davvero palese, tipo un Mozart). E’ il coltivarlo, il lavorarci su ogni giorno a creare le basi per emergere.

In ogni caso, l’adattività porta l’uomo a quella che trovo la vera, misconosciuta, più grande ipocrisia che l’accompagna in tutta la sua esistenza: farsi piacere le cose per pura opportunità.
Chi va all’estero a lavorare: quanto entusiasti sono del loro nuovo paese? Quanta soddisfazione nel constatare che “I servizi, tutta un’altra cosa… la qualità della vita? Altissima, altro che l’Italia…“? Quanto amano scrivere poi peste e corna dei luoghi lasciati, del loro paesino di provincia o del  loro ex-lavoro mal retribuito? Invitando tutti a fare come loro, a lasciare questa terra dura ed ingrata.

Io sono convintissimo che in Svezia davvero gli ospedali non abbiano le corsie allagate di urina o che alle poste la sportellista sia efficientissima, biondissima e ti faccia un pompino incluso nel prezzo della raccomandata. Così come giurerei sulla testa dei miei figli che in Svizzera manco una carta da chewingum per terra, che le fontane spruzzino cioccolato liquido e che le banche ti accolgano con un sorriso e non ti minaccino dicendo che sono costruite attorno a te. Sono altrettanto certo che a Dublino la vita sia una festa continua, fiumi di birra e ragazze disponibili, che a Monaco la vita sia una festa continua, fiumi di birra e ragazze disponibili, che a Bruxelles la vita sia una festa continua, fiumi di birra e bambini disponibili.

E chi rimane in Italia? Che dice? Certo, se vive un disagio sociale, se manca di un lavoro si lamenta tanto quanto l’emigrato, del proprio paese. E minaccia di andarsene.
E la Fornero, e le raccomandazioni, e il “E’ una vergogna“. Manifestazioni, discese in piazza, status su Facebook (è la nuova frontiera dello sfogo: una volta si usciva ad ubriacarsi) e continuo malessere espresso in ogni modo verso tutto quanto sia tricolore. Proprio come chi ne è fuggito.

Ma se trova poi un lavoro? Che succede? Cambia tutto. Di nuovo.
Eh, però come si sta in Italia…“, “Ma vuoi mettere la cucina bolognese con quella inglese?!“, “Eh, io vivere a meno venti tutto l’anno? Ma abito a cinquanta metri dal mare, non cambierei la Versilia con nulla al mondo“, “Roma è sempre Roma“, “Sì, abbiamo un sacco di problemi ma siamo un  grande paese“.
E questo vale ovunque, che tu viva a Pizzo Calabro o a Lambrate. Non ti fotte più della ‘Ndrangheta, che fino a ieri era la causa prima del tuo inveire contro il Sistema, che soffocava l’economia locale, impedendoti di trovare lavoro, che ti portava a cercare offerte come cameriere a Londra o pizzaiolo a Berlino e a leggere le esperienze di chi era già partito ed ora magnificava la grandezza della monarchia inglese o della terra delle opportunità tedesca.
Oggi tutto passato, hai trovato lavoro: “Pizzo Calabro ha un sole che altrove se lo sognano, non abbandonerei mai la mia terra“.
E Lambrate: “Ne puoi parlare male come ti pare ma qui si vive bene e se vuoi, dieci minuti e sei al centro del mondo. Milan l’è semper un gran Milan“.

Questo dipende dall’adattività ipocrita dell’uomo, che sostanzialmente parte da un’esigenza insopprimibile di accettazione della situazione che gli si  crea attorno. E non vuole apparire – a se stesso in primis – come quello che non ha saputo crearsi le condizioni ideali di vita. Sarebbe un ammettere
proprie incapacità, propri limiti.
E allora è molto più semplice indicare in fattori esterni le cause che gli stanno impedendo di realizzarsi a livello personale o lavorativo.

Se non superi un concorso è perché “già si sapeva chi doveva entrare” e sicuramente “In Francia non succederebbe“. Se invece lo superi, e non avevi alcuna raccomandazione, ecco che “Si fa sempre un gran parlare male dell’Italia, ma in fondo qua si sta bene e se hai le capacità riesci
comunque“.
Ancora: se non lo superi: “Tanto, vincere un concorso da impiegato al comune di Settimo Torinese… sarei durato meno di un anno, meglio così, meglio restare a fare il disoccupato, ma a Milazzo: se permetti non c’è storia.“. Se lo superi: “E fanculo alla Mafia, ai problemi del Sud, a quella raffineria del cazzo sul mare, altro che paesaggio incontaminato… ma fanculo! E la domenica mi vado a vedere la Juve, mica il Catania!“.

Avete presente quando fate un viaggio? Che gli amici poi vi chiedono: “Beh, com’erano le Mauritius?“. Magari vi potete anche lamentare per mille cose, ma se la scelta della meta è stata vostra tenderete a sottolineare più gli aspetti positivi che negativi.
Al contrario, se la scelta è stata altrui e voi vi siete aggregati, magari esprimendo anche in anticipo le vostre perplessità, vedrete che saranno più gli aspetti critici, quelli ad emergere nella vostra descrizione, che quelli di elogio.

E se state insieme ad una donna bellissima? Non ne siete orgogliosi? Ma certamente. “Chi sceglierebbe mai di stare con una meno bella, se potesse avere una donna fantastica come questa?“.
E se state insieme ad una così così? “Guarda, la mia ragazza la trovo comunque bellissima. E in ogni caso non riuscirei a stare con una troppo bella perché sarei troppo geloso, mi conosco“.
E se state con un cesso assoluto? “A me importa come mi fa sentire. Una bella ragazza non mi interessa, anzi: sono sicuro che se fosse bella non sarebbe così dolce“.

– La tua ragazza sarà anche bravissima ma è una che davvero non si nota.
– Beh sì, non è appariscente.
– No, nel senso che non la distinguo da questa cacata di cane.
– A me importa cosa ha dentro.
– Altra merda, presumo.
– Sei superficiale, sai?
– Sarà… comunque Helena mi ha chiesto di te.
– Chi è Helena?
– La mia amica, quella che ti ho presentato la settimana scorsa.
– La topa?!
– La topa.
– E che vuole?
– Mah, dice che sei carino, non so.
– Ce l’hai il suo numero?
– Certo, ma…
– Dammelo, dai.
– Ma la tua ragazza?
– Ma chi se ne fotte di quella cacata di cane.

Ci autoassolviamo, creiamo nelle nostre teste un ambiente idealizzato, siamo capaci di prenderci per il culo talmente bene da finire per credere a tutto e al contrario di tutto.
Londra sarà “Bellissima, ideale per viverci… il clima stesso ha quel fascino che la rende unica” oppure: “Che cazzo di tempo di merda“, a seconda del fatto di aver trovato o no là una ragione di vita e di spostamento.
L’Italia: “Un paese morto, non vedo l’ora di scappare” oppure: “Non c’è niente di meglio al mondo“.

Ho un amico che ha sposato una brasiliana. Ha vissuto per due anni a Rio. Non faceva che raccontare di come fosse tutto fantastico, e il clima, e la gente…
Poi ha divorziato perché la moglie si faceva sbattere da chiunque, come conferma il Cristo sul Corcovado (perché pensate che tenga le braccia così sconsolate?).
Insomma, è tornato in Italia e da allora ha fortemente rivalutato la sua Spoltore, ridente cittadina collinare in provincia di Pescara. Che prima era solo “un paesetto, dai: vuoi mettere Rio?!” ed ora è tornata “Comunque a misura d’uomo“.
Uomo cornuto, certo.

E’ per questo che non inveisco (ancora) contro il mio paese, non mitizzo l’Australia, non denigro chi è emigrato in Belgio ma neppure chi è rimasto a fare il disoccupato in casa dei genitori.

Sto ancora aspettando di capire quale sarà la mia ipocrisia di salvataggio.