Il missionario e la radiolina

Un missionario si recò in una remota regione che non aveva ancora conosciuto la civiltà. Incontrò un gruppo di nativi che raramente aveva visto un uomo bianco. Il missionario si fermò là e notò come il gruppo fosse coeso, una grande famiglia con compiti assegnati a ciascuno e nessuna invidia, nessuna rivalità.

Tutto funzionava.

Tutte le sere il missionario accendeva la sua radiolina portatile e l’intero villaggio si riuniva attorno a questo oggetto che emanava strani suoni, musica, e nessuno capiva come fosse possibile.
Il missionario lasciò il villaggio dopo qualche giorno, con un gran carico di cibo donatogli dal villaggio, un carretto trainato da due buoi, frutta fresca, oggetti intagliati che avrebbe potuto rivendere poi al mercato. Salutò tutti e lasciò a un ragazzo del villaggio la sua vecchia radiolina a batterie, ormai scarica del tutto. Non l’avesse mai fatto: quel ragazzo iniziò a vantarsi con tutti di possedere l’oggetto tanto ambito, e non importa che non funzionasse più, era sufficiente il possesso della radiolina per attestare uno status di privilegiato. Gli altri componenti del villaggio allora iniziarono un lungo e costoso viaggio verso i villaggi vicini, e iniziarono a informarsi su come ottenere anche loro radioline simili. In qualche modo le ottennero, a carissimo prezzo (molti si indebitarono pur di averne una).

Tutti ora avevano la propria radiolina.

In pochissimo tempo questa perse il suo fascino e venne accantonata, perché l’avevano tutti, non era più status symbol, mancava la caratteristica dell’esclusiva.

La cosa da rimarcare era lo stato d’animo del ragazzo che aveva ricevuto la radiolina dal missionario: la sua felicità nel possedere quell’oggetto svanì nel momento in cui altri ne avevano trovate di simili.

Morale: non importa che tu possegga o meno qualcosa, la cosa più importante è che gli altri non ce l’abbiano, che stiano peggio di te o quantomeno non meglio. Non importa star male: altri devono stare peggio, e questo ti darà sollievo.

Niente, è una storia che lessi da qualche parte, simbolica. Non ne vedo alcuna applicabilità ai giorni nostri.

Cambiamo argomento dai, parliamo al solito di politica?
Vedo che gli italiani gradiscono: consenso altissimo all’operato di questo governo.
Puntare sui vitalizi odiosi e non su una riforma seria della politica è stata operazione vincente: facciamo stare un po’ peggio gli altri, pure se spesso si tratta di gente che non avrà grossi contraccolpi da questi tagli, ma intanto li puniamo un po’, ci basta per star meglio noi.
Centri commerciali chiusi la domenica? Fantastico! Le persone che ci lavorano potranno dedicarsi alla famiglia, come dice Di Maio, come non essere d’accordo? Certo, il lunedì poi si torna in ambienti spesso privi di tutela, con orari ben superiori a quelli da contratto, a volte vessati e ricattati in modo più o meno silenzioso e costretti ad abbozzare perché c’è una famiglia da mandare avanti. Una riforma del lavoro in tal senso sarebbe auspicabile, ma Dio provvederà, intanto stiamo a casa, altri no, ci basta per star meglio noi.
Farsi riprendere mentre si passeggia sul dismesso Air Force dell’odiato Renzie altrettanto, finalmente uno smacco morale alla casta, non importa strutturare un noioso e complicato piano di revisione delle spese pubbliche superflue, su: facciamo stare peggio una persona, mettendola alla pubblica gogna, ci basta per star meglio noi.
Gli immigrati? Beh, porti chiusi, costo zero. Rivedere il trattato di Dublino è un casino, ci stiamo provando, forse, boh, ma ci sono scartoffie, servirebbero competenze e voce in capitolo, non selfie con la parannanza davanti un barbecue. Intanto lasciamo marcire poveracci in mare: non risolve il problema, però ci basta per star meglio noi.

Non so perché mi siano venuti in mente questi esempi, boh. Parlavo di quella tribù, gente che sta tutto sommato bene, però si lascia traviare, spaventare, irretire dal missionario, che può assumere le forme di un imbonitore, uno sciamano, un bravo venditore, una persona carismatica, un uomo forte, un personaggio popolare, uno che che ci promette cose, cose grandiose, terreni fertili e grandi raccolti, raccoglie consenso, ci lascia alla fine una cazzo di radiolina e se ne va con le tasche piene, a litigare tra noi pezzenti, più divisi di prima, noi persone troppo semplici per capire o ammettere di averlo preso nel culo.

No, proprio non capisco come mi siano venuti in mente quegli esempi.

Governi e salumi

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Nell’immagine, una causa di addebito della separazione

– Non avete fatto nulla durante il vostro governo!
– Questa è una salumeria.
– Scusi.
– …
– …
– …
– Non avete fatto nulla durante il vostro governo!
– Guardi che è ancora qua dentro.
– Pensavo che l’autore avesse reimpostato la discussione in altro ambito.
– Non ancora.
– Scusi. Mi avverte lei?
– Va bene. Ecco, credo che ora possa: provi.
– Non avete fatto nulla durante il vostro governo!
– No, niente, sempre qua.
– Scusi.
– …
– …
– …
– Provi.
– Ok: non avete fatto nulla durante il vostro governo!
– E voi invece?
– Noi? Ma noi siamo all’opposizione!
– E perché non provate a governare con noi?
– Noi non condivideremo mai la vostra politica!
– Portatevi la vostra.
– Ah, ma si può?
– Certo. Questa è la democrazia, no?
– Veramente non pensavamo…
– Su, entrate qua… accomodatevi…
– …
– Allora: come si sta?
– Beh, devo dire non male. Allora, facciamo due riforme?
– Ma c’è tempo per quelle. Intanto, perché non prendete qualcosa, che so: due etti di soppressata?
– Soppressata?
– Sì, nel mentre del discorso l’autore vi ha rimessi nella salumeria.
– Tutto questo non è serio!
– Beh, è comunque un pezzo altamente demenziale.
– Questo si era capito. Adesso però sarebbe da dare una svolta alla narrazione.
– In genere quando cala l’attenzione si mette qualcosa di sesso.
– Funziona sempre. Tenete presente però che il grosso del pubblico l’abbiamo perso all’inizio, quando pensava di leggere un pezzo politico.
– Possiamo fare qualcosa per riportarli qua?
– Credo solo passaparola. Praticamente questa cosa ora viene spammata anche su Facebook e l’autore conta su una più ampia condivisione.
– L’autore è lei?
– Sì.
– Ed è anche il titolare…
– …della salumeria, esatto.
– Bello. Messo su un bell’ambientino qua. Elegante.
– Grazie. Parla della salumeria?
– Governo, del governo.
– Certo.
– Sì.
– Ma…
– Dica?
– A che punto della narrazione interviene la topa?
– Ah, ha ragione, dimenticavo.

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Nell’immagine, un letto

– Meglio?
– A me Miley Cyrus non fa rizzare.
– Beh, ha il fascino sbarazzino della…
– “Sbarazzino”?
– Sbarazzino, sì.
– “Sbarazzino” è un termine ridicolo.
– Perché mai?
– Lei usa questo termine nella vita di tutti i giorni?
– Non quando picchio mia moglie.
– Vede?
– Ma lo sto usando adesso.
– No, lo sta usando in questa narrazione. È l’autore che glielo fa usare, anzi.
– Sono io l’autore.
– Veramente sarei io. Ma ora non mi va di stare a ricostruire il filo e vedere chi di noi sia l’autore.
– Anche perché in fondo siamo entrambi personaggi di fantasia.
– Già.
– Già.
– Crede questo dialogo possa trovare un senso almeno alla fine?
– Credo che l’autore si sia tenuto in canna il colpo finale: mi aspetto una cosa sorprendente, che spiazzi il lettore.
– Sì, in genere è alla fine che tira fuori il meglio.
– E anche stavolta non mancherà.
– Sì.