Il bello della democrazia

“E’ IL BELLO DELLA DEMOCRAZIA”.

E’ quel che sentiamo sempre, specie quando ribattiamo a qualcuno che sta dicendo una cazzata.
“E’ LA MIA OPINIONE, VALE QUANTO LA TUA, SIAMO IN DEMOCRAZIA”.
Sì, ma la tua opinione è stupida: perché non vogliamo tenere conto di questa variabile fondamentale?

  • PER ME QUELLA CANZONE DI BATTIATO PARLA PROPRIO DI QUELLO CHE DICO IO!
  • Invece ti sbagli.
  • SIAMO IN DEMOCRAZIA, LA MIA OPINIONE VALE QUANTO LA TUA! CHI CREDI DI ESSERE?
  • Franco Battiato.

In un caso simile che dobbiamo pensare? Che il tizio veda in pericolo il suo diritto democratico a dire la sua?
A me pare che l’esercizio di tale diritto coincida con una pubblica autocrocifissione che sarebbe da evitare per lui in primis.
Franco Battiato, se vorrà, potrà pure rispondergli. Ma se dopo un po’ gli togliesse diritto di parola sarebbe davvero antidemocratico? Quando, il concetto di democrazia, ha tracimato ed è diventato dovere di accettare, ascoltare, discutere di qualunque cosa e con chiunque, anche contro le evidenze scientifiche, il buon senso, la realtà oggettiva?
Quando concetti come “la realtà oggettiva” sono diventati soggettivi?
E quando lo sono diventati al punto che le certezze scientifiche ora hanno lo stesso peso delle idee bislacche prive di supporto?
Ma soprattutto perché cazzo io Mozart, che parlo di musica, devo stare a rispondere a te, Eraldo Scannellini, piastrellista, che mi contesti a muso duro l’utilizzo di flauti nel mio concerto? Per democrazia?
Guarda, se invocassi altri pur elevatissimi concetti, come la pietà umana, ti darei anche ascolto, ma anche se esercitassi un diritto di critica misurato e se io vedessi in te delle competenze a supporto. Ma se critichi giusto per mostrarti, per far vedere di avere un’opinione, io ti sbatto fuori.

Senza arrivare al burionismo, io rivendico il mio diritto a non perdere il mio tempo con te, a non concederti spazio nei miei ambiti, a silenziare la tua voce quando diventa fastidiosa a casa mia.

Il bello della democrazia è altro, ed è morto da un pezzo. Ora viviamo l’era delle aberrazioni della democrazia e della parola “democrazia” estesa come un pezzo di caucciù che si deforma e della forma originaria non mantiene più nulla.

Da un pezzo trovo che il termine “democrazia” venga vissuto con un significato che non dovrebbe avere, vale a dire il dovere di essere ascoltati.

Io ho il diritto a dire la mia, ma mantengo anche il diritto a non ascoltare la tua. È democrazia.
Sui social questa cosa è impossibile: esprimo un pensiero e so già che dovrò sorbirmi delle farneticazioni, delle uscite dal mio tema, delle fantasticherie e delle critiche per cose che neppure ho mai detto.

Rivendico il mio democratico diritto a ritenerti un coglione, e dunque a non ascoltarti.

Perché oggi il diritto di parola è sentito come dovere di opporsi, di dire necessariamente qualcosa. E non importa se quel qualcosa non lo si è capito o se non lo si conosce. Lo si deve dire, spesso perché esprimersi è l’unico modo di dire al mondo: “EHI, ESISTO!”.

La democrazia come il selfie al concerto da mandare agli amici, convinti che ci invidieranno.

  • EHI, SIAMO IN DEMOCRAZIA, LASCIAMI DIRE CHE NON SONO D’ACCORDO CON LA TUA TEORIA!
  • Veramente non è una mia teoria.
  • E DI CHI E’?
  • Si chiama Legge di gravitazione universale, l’ha formulata Newton.
  • ECCOLO, IL SAPIENTONE!

Questo non è dialogo, è mortificazione dell’intelligenza, questa non è democrazia, è banalizzazione della dialettica.

Poter dire non significa dover dire. Non è obbligatorio mostrare i propri limiti: quella resta una facoltà, che conservi certo, ma a questa io rispondo col mio democraticissimo diritto a non ascoltarti, a toglierti voce, specie quando le tue idiozie inquinano un ambiente mio personale. E il mio social, la mia bacheca, il mio spazio, quello nel quale entro con nome utente (mio) e password, sono di mia pertinenza. Così come il mio blog. O il mio salotto. O la mia auto.
Per te è antidemocratico che io ti vieti di fumare dentro la mia macchina?
E di dire che la Terra è piatta sulla mia bacheca?
Guarda, ti aiuto: non è antidemocratico: è un mio personale atto di assistenza sociale. Evito che tu ti faccia da solo del male.

Qui, nei miei spazi, non vige la tua forma di democrazia, ma quella canonica, quella studiata a scuola. Trattasi di un generico diritto di opinione e parola, che però non è libero e assoluto ma sottostà a regole. Esattamente come ai tempi della polis. E io posso regolamentarla, revocarla, annullarla, perché l’ambiente fa la differenza.
Sovrano a casa mia.
Che poi è di moda, no?

Sempre più spesso assisto a imbarazzanti scambi tra chi mette sul tavolo fatti e teorie acclarate e chi ribatte con idee. Le idee. Che purtroppo hanno ancora un’accezione positiva, ma la perderanno presto.

  • E’ LA MIA IDEA, MI PERMETTI DI ESPRIMERLA?
  • Certo, ma sei tu che non ci fai una bella figura.
  • AH, SENTIAMO PERCHE’.
  • Perché affermi che l’uomo non è mai andato sulla Luna.
  • E TU COME FAI A ESSERE CERTO CHE INVECE CI E’ ANDATO?
  • Guarda, queste sono le evidenze scientif…
  • ECCOLO, IL SAPIENTONE!

Mortificare la realtà scientifica è un atto democratico? No, è puro esercizio dialettico. E il puro esercizio dialettico è una tua facoltà. Come il mio rispondere o non rispondere.

Commentate pure liberamente.

Se scrivete cazzate vi elimino, al solito, ma democraticamente <3

AntiQuark

Porca troia smettetela! Smettetela con questa cosa dei 370°!

In quella intervista ci sono prospettate situazioni gravissime! E voi a ridere e perculare i 370°! Ma che cazzo deve succedere ancora per farvi capire come si stia procedendo a razzo verso l’era dei trogloditi?

Voi siete quelli che perculano Trump per i capelli. Quelli che prendono Renzi e gli affiancano Mr. Bean. Quelli che di Berlusconi commentano solo le puttane. E i casini veri, i problemi veri, passano sempre sottotraccia, così facendo il gioco di questa gente che ci sta trascinando in un’era di antiscientismo catastrofica per voi e i vostri cazzo di figli (e la mia sola soddisfazione sarà vedervi preoccupati per quella cazzo di tossetta che non se ne va da tre settimane, “eppure le goccine omeopatiche gliele do”, bestia incolta).

E perché questa confusione? Perché la gente ha troppe informazioni, e non sa scremarle. C’è ridondanza, eccesso, sovraccarico di nozioni e antinozioni: la gente semplice non ha la capacità di filtrare questa overdose informativa, non riconosce l’autorevolezza delle fonti e dunque si affida a persone che ritiene competenti. Ma non hanno la capacità di capire chi competente lo sia davvero. E dunque a un certo punto vale tutto: chiunque si può aprire un sito su Blogger e chiamarlo “GuardateCosaCiNascononoMaNoiViDiciamoTutto.blogspot.com”. E via il fiorire di cialtroni che poi vanno in tv a promettere vita eterna se compri i loro integratori a soli 99,99 euro, beduini che impacchettano e vendono le erbette di campo appena colte da dietro il giardino pisciato dal cane, gentaglia che convaliderebbe ogni teoria di Lombroso se sapeste chi fosse Lombroso (se sapeste qualunque cazzo di cosa: mi sembra di vivere in un globale Milanese Imbruttito), che promettono cure capaci di cambiarti da Fassino a Ronaldo, da Bombolo a Michael Fassbender, sfaccendati che non avrebbero mai potuto trovare un lavoro vero e si sono inventati malocchi, tarocchi, Pistocchi.

La cosa dei 370° è irrilevante, e non è neppure indice di ignoranza, come la volete far passare: è niente! È l’unica cosa alla quale non occorre prestare attenzione in quel cazzo di minuto di puro oscurantismo.

Voi domani troverete in farmacia, accanto al medicinale salvavita, “l’oscillococcinum potenziato al pelo di culo di Yak e zenzero, come presentato in tv alla trasmissione QuelloCheNonCiDiconoAQuark”.

State ammazzando Piero Angela prima del suo tempo, che credevo infinito, e io vi odio, vi odio profondamente.

Jurassic Park, in fondo a sinistra

“I videogiochi sono droga, atrofizzano il cervello. Al momento niente smartphone. Prima che con la tecnologia devono avere a che fare con la cultura” [C. Calenda].

Ho aspettato un paio di giorni per dire la mia sull’uscita di Calenda (E ALLORA IL PIDDIII??? Eccolo) circa i danni dei videogames. Io credo che Calenda soffra la sindrome che colpisce oggi chiunque stia troppo sui social: parlare di cose che non conosce. E in questo caso io mi sento competente, dunque ho da dire la mia, perché i videogiochi li conosco da bambino, da quando erano un privilegio di pochi e non erano visti come il demonio, né erano così invasivi o fagocitanti, conosco le dipendenze, conosco la tecnologia.
Ho maggiori titoli e preparazione di Calenda per parlare di questo argomento.

Ecco, le dipendenze: forse è ciò che pensa Calenda circa ogni videogiocatore, che sia sempre un rincoglionito dipendente incapace di intendere e di volere. E già questo conferma la tesi per la quale parlare di ciò che non si conosce porta e esposri a pubblica gogna, in questo caso ritengo meritata.

“Sarà forte ma io considero i giochi elettronici una delle cause dell’incapacità di leggere, giocare e sviluppare il ragionamento. In casa mia non entrano” [C. Calenda].

Nei vari studi prodotti in questi anni* ci sono evidenze circa la capacità dei videogiochi di tenere desto il cervello, aiutare il collegamento rapido delle sinapsi, tenere la mente giovane e fresca.
Credo che Calenda avrebbe dovuto giocare di più, ai suoi tempi: avrebbe evitato queste uscite.

Io coi videogiochi ho imparato l’inglese, ho capito cosa volesse dire pianificare strategicamente risorse (Civilization, Populous, Caesar, Soccer Manager), ho affinato tecniche di primordiale lavoro di team per raggiungere risultati (Lemmings, Settlers), ho semplicemente cazzeggiato salvando principesse e risolvendo enigmi (Donkey Kong, Monkey Island e tutte le avventure Lucas. Per inciso SIERRAMMERDA).
E i videogiochi rappresentavano comunque l’eccezione settimanale e piovosa alla regola che vedeva la mia generazione perennemente col pallone tra i piedi e la maglietta sudata.

Calenda usa i social, anche troppo. Non riesce a non rispondere a chi lo chiama in causa. Trascorre molte ore su Twitter. Spesso risponde in modo nervoso.
Io ci vedo una forma di dipendenza.
Allora condanniamo chi usa i social? Evidenziamo un problema di democrazia?

Ma non è l’esaltazione dei videogame che qui mi interessa, perché Calenda può anche avere ragione se punta il dito contro gli eccessi e le dipendenze, come detto (ma dai suoi tweet non c’è questa estremizzazione: a me pare essere contro i videogiochi sempre e comunque).
No. A me interessa sottolineare ancora una volta lo scollamento con la realtà di questa sinistra, la sua distanza dalle persone comuni.
La crociata di Calenda contro i videogiochi è l’emblema della sconfitta della sinistra, della sua siderale distanza da ciò che è la quotidianità di chi fa la spesa.

“Fondamentale prendersi cura di ogni ragazzo: avvio alla lettura, lingue, sport, gioco. Salvarli dai giochi elettronici e dalla solitudine culturale e esistenziale. Così si rifondano le democrazie” [C. Calenda].

C’è un senso di ammuffito e stantìo nelle parole di Calenda, una naftalinizzazione della politica che mi catapulta alle giacche di fustagno degli anni di piombo. Richiamare i valori della democrazia demonizzando i videogiochi, in un momento storico politico in cui ci sono ben altri cazzi. Ma qui non c’è da fare il giochino dell'”E ALLORA LA POVERA PAMELA?”, perché i videogiochi sono un non-problema, non un problema minore. Il problema semmai sono le dipendenze, alla pari con quelle da gratta e vinci e gioco d’azzardo.

Calenda è la speranza per la nuova sinistra. E si rivela essere un dinosauro. Ancora dinosauri nel panorama dell’elite di sinistra. Ancora. Non si esce da questa dalemizzazione perenne: è questa la vera maledizione (maledizione-dalemizione COINCIDENZE? NON CREDO PROPRIO).

Niente, non se ne esce.

Aspettiamo ancora Godot.

* Sulla rivista Journal of Play (2014) è stato pubblicato un articolo in cui i ricercatori Adam Eichenbaum, Daphne Bavelier e C. Shawn Grenn  dimostrano effetti positivi e duraturi dei vidoegames sui processi mentali di base quali percezione, attenzione, memoria e processo decisionale.

“Continuiamo così, facciamoci del male”

Sì, il titolo non è la citazione corretta della scena della foto

Un post circa il caricare le spese della sanità su chi abusa del proprio corpo ha creato polemiche (ma tu pensa) e misunderstanding (ma tu pensa). Credo di aver toccato un nervo scoperto, ma nessuna delle obiezioni ha colto nel segno.

In sintesi dicevo che se fumi come un turco, se introduci costantemente cibo-spazzatura nel tuo corpo, se non adotti quelle ordinarie precauzioni per tutelare la tua salute allora dovresti pagarti da solo il costo delle cure per le malattie che ti sei liberamente autoprocurato.

Immediatamente sono scese in campo le forze Camel-late tutrici della libertà di fumo, come se avessi chiesto di abolire le sigarette, ma soprattutto con un unico mono-argomento a ribattere la mia modesta visione delle cose: “I vizi sono la cosa bella della vita! Tu vuoi creare uno Stato Etico senza vizi! Tutto pulito edulcorato senza fumo senza carne senza alcool senza sale!“.

Poi qualcuno meno radicale ha un attimo di lucidità, e propone un: “Al massimo dovremmo ridurre gli eccessi, tipo impedire ai fumatori di farsi più di 10 sigarette al giorno“, con un effetto grottesco all’italiana del “contentino” che praticamente conferma la mia proposta, ma la democristianizza quel tanto per renderla tollerabile.

Gente è arrivata ad affermare: “A questo punto basta seghe e basta videogiochi pure. Si vive di lavoro e letto, e attento a cosa mangi perché potrebbe essere cancerogeno. Ma aspetta anche il lavoro causa stress, potrei stare male, meglio non lavorare“, con la solita estensione argomentativa necessaria a cercare di mandare tutto il ragionamento a puttane, ma senza alcuna possibilità di farlo dato che farsi le seghe e giocare non incide sulla salute se non in positivo (se videogiochi 24 ore al giorno non produci una mazza, sei sì un costo sociale ma te lo sconti tu con la tua povertà. Fino all’avvento del reddito di cittadinanza, certo). E se lo stress ti manda in ospedale, dato che lavorare non è un comportamento autolesionista ma una necessità umana, economica e sociale, certo che il servizio sanitario ti dovà curare, ci mancherebbe. Sull'”attento a cosa mangi” ovvio, ma di cosa stiamo parlando? Se l’OMS ti dice che un eccesso di carne rossa e insaccati è cancerogeno tu non ne puoi non tener conto. Se poi ti piacciono tanto ma certo che puoi mangiarli, ma ti paghi tu le cure se a colazione nel latte ci inzuppi il lardo di Colonnata.

Se guidi e sei ubriaco ti ritirano la patente e ti fanno una multa che vivaddio. Perché metti in pericolo tutti noi. È una “tassa” per un comportamento per nulla virtuoso, in grado di incidere, non solo economicamente, sulle vite di tutti noi.

È allucinante non capire tutto questo.

Ancora una volta si mostra quanta disonestà intellettuale covi l’uomo medio. Che si sforza con tutto se stesso di uscire dalla sua dissonanza cognitiva, che tutela i suoi interessi, il suo recintello, il suo portafogli, e prova in ogni modo a non sentirsi troppo idiota.
E come lo fa? Al solito costruendo risposte ad affermazioni mai fatte e successivamente puntando il dito verso altri colpevoli di danni creati da lui stesso.

Fumi? Ok, le sigarette costano parecchio, ma secondo me sempre poco: se accetti di pagare cinque euro per un pacchetto stai implicitamente accettando una tassa sulla tua salute: lo Stato carica quel costo con una parte (per me sempre troppo esigua) destinata a far cassa e mettere (parzialmente) mano ai casini di salute che ti stai procurando. Essendo il fumo un semplcie vizio, nulla più, se lo vuoi coltivare liberissimo (ehi, ho scritto “liberissimo”, non “vietatissimo”) ma ti accolli INTEGRALMENTE i costi di questo danno ECONOMICO (ehi, ho scritto “economico”, non “morale” o “etico”) alla società. Traduco per i trogloditi: sì, puoi fumare, sei libero.

Mangi cibi-spazzatura col 98% di grassi saturi e non hai patologie metaboliche particolari ma sei un dirigibile per tua pura scelta? Dato che è impossibile caricare di costi un cibo che per sua definizione è economico perché fatto con la merda, quando entri in un ospedale e il medico esclude patologie preesistenti (ehi, ho scritto che se le hai non rientri in queste esclusioni dal servizio sanitario) fa il suo referto e ti paghi lo sturaggio delle tue arterie incrostate da anni di patatine e maiale liquido. Traduco per i trogloditi: sì, puoi mangiare e bere, sei libero.

Ti piace per ragioni del tutto a me ignote (ma libertà assoluta di coltivare le tue passioni) saltare con la moto tra cerchi di fuoco e trampolini chiodati perché magari vuoi fare un filmato cazzone per i social e vincere il
Darwin Awards? Se ti spacchi le ossa sei tu a pagare per rimetterle insieme (ehi, sono motociclista anche io, se mi schianto contro una macchina arriva l’assicurazione e verifica chi abbia il torto e se sono stato io a fare cazzate non mi paga, ed è un sistema che abbiamo accettato tutti, mi pare). Traduco per i trogloditi: sì, puoi farti del male come vuoi, sei libero.

In fase di accertamenti medici semplicemente si valuta la patologia e se dalle analisi del sangue, tac, accertamenti e tutto, risulta che ti sei creato da solo il danno o hai contribuito in modo scientificamente accertato ad aumentarne probabilità e conseguenze, paghi in proporzione.

Certo che sarà un casino a livello pratico, ma la mia è una utopia allo stato attuale.

Ci sono già mille campagne che propongono comportamenti virtuosi, penso che questo farebbe parte di un processo che spinge naturalmente alla autoresponsabilizzazione. Questo non per insegnare a vivere a nessuno ma per non far scontare le spese a chi ha scelto uno stile di vita che minimizza l’impatto sui conti sociali.

Ripeto, se pagate tanto le sigarette già accettate questa logica.

State tranquilli, non mi devo candidare, è solo una mia idea di come uno Stato debba rientrare nelle spese che noialtri gli imponiamo.

Già la gente si ammala di suo, senza alcuna colpa, già la gente si schianta di suo, senza alcuna colpa, già la gente incide sui miei conti senza nessuna colpa. Proporre di tassare comportamenti che statisticamente, scientificamente, praticamente sono dannosi non ha nulla a che fare con l’etica.

Capisco, siamo in una società che premia chi trova modo per fregare il sistema, tipo la “Pace Fiscale”, che consente di pagare somme minime a fronte di evasioni epocali. Non siamo in una società che si cura troppo dei comportamenti virtuosi, lo capisco. Ma sforzatevi un minimo. Provate a fingere di essere civili, giusto cinque minuti, poi tornate alle vostre attività paleolitiche.

Io già pago in proporzione a quanto io incida sui servizi, in mille modi: pago una tassa maggiorata sui rifiuti, sulla base di parametri precisi, più inquino più pago. Pago una tassa se giro di più con la mia auto, tramite le accise della benzina (fino a che Salvini non le toglierà come promesso, certamente): meno giro, meno inquino, meno pago.

Denunciare una idea TUTTA ECONOMICA E PER NULLA DA STATO ETICO perché vi riconoscete in una delle situazioni che crea uscite pubbliche è incredibilmente infantile, è sempre privo di supporto argomentativo e mostra semplicemente uno dei mille modi di esprimere il vecchio concetto, caro a questa pagina, del: “Ahahah, mi piace quando prendi in giro una debolezza, purché non sia mia”.

A te, troglodita, che non hai letto tutto il pippone precedente perché troppo lungo, riassumo così: voglio vietare le sigarette, l’alcol e la fregna.

Tanto solo questo capiresti.

Dove sono le mie macchine volanti?

Da piccolo immaginavo gli anni duemila con una società evoluta, priva di problemi, con un grande governo mondiale pacificatore e illuminato, tutte le malattie curabili e benessere economico diffuso, macchine volanti e niente più D’Alema.

Invece mi ritrovo con un ritorno del morbillo, terrapiattisti, idea di disvalore della cultura, crisi economiche, logiche tribali, divisioni, odio sociale, ignoranza, diesel ovunque, ancora D’Alema.

Ero un bambino, un sognatore. Crescendo mi sono reso conto che non siamo tutti uguali, non abbiamo tutti le stesse capacità, le stesse sensibilità. Siamo diversi. Alcuni, molti, la stragrande maggioranza delle persone, non aiutano la società, non la spingono verso un miglioramento, sotto nessun settore. Anzi, la zavorrano. Pensate a quante risorse sprecate per curare i malati da malattie autoindotte, come fumo, alimentazione eccessiva.
Da bambino mi chiedevo perché uno si volesse fare del male da solo.
Oggi mi chiedo perché io debba pagare di tasca mia per curare l’enfisema che ti sei creato in piena autonomia.
Quei soldi potevano essere spostati sulla ricerca. Magari oggi avremmo il teletrasporto, come credevo da bambino, stupide e raglianti bestie da soma.

Mi sono disilluso, indurito. È colpa vostra. Ero un bambino bellissimo e con una intelligenza viva e fuori dal comune, mica come i figli di voialtri capre, che crescete a botte di Kinder e Coca Cola e (non) curate con l’omeopatia. Due rampe di scale e un bambino di otto anni può oggi avere un infarto. Noi facevamo i cento metri meglio di Bolt. Dio quanto parlo da anziano! 

Mi avete distrutto i sogni.

Per questo, quando mi danno del radical chic mi stanno solo sottovalutando: il mio non è snobismo, è reale e radicato senso di superiorità rispetto a chi ritengo vivere nel medioevo, rispetto a chi oggi mi costringe a vivere anch’io nel medioevo.

Disprezzare chi mi àncora a questa epoca di vuoto culturale è la mia personale forma di razzismo.

Me la coltivo, mi aiuta a stare meglio, è tutto ciò che mi rimane. 

Uno Spongebob ci seppellirà

Sono un grande scienziato, ho vinto il nobel per la medicina scoprendo al cura per il cancro, milioni di persone salvate grazie al mio lavoro.

La gente inizia a interessarsi a me, a ringraziarmi.

Poi si scopre che guadagno tantissimo, che le case farmaceutiche fanno a gara per riempirmi di soldi.

Accade dunque che a qualcuno questo dia fastidio, perché ha le pezze al culo e gli rode che io stia sulle copertine.

Inizia a parlar male di me, a indagare sulla mia vita.

Trova delle foto di quando ero giovane, circondato dai miei pupazzi di Spongebob di cui ero collezionista.

Apre un sito su questa cosa, parlando di una mia morbosa mania per Spongebob.

Mi vuole mettere in cattiva luce senza altro motivo che invidia sociale.

Il sito in questione inizia a girare e lui guadagna quattro soldi con le pubblicità.

Altri seguono il suo esempio, ma vanno oltre insinuando cose per destare sempre maggiore curiosità. Dicono che con Spongebob ci andavo a letto “in tutti i sensi”. Esce fuori l’assurdità che io facessi sesso con i pupazzi di Spongebob.

Questa cosa prende piede, diventa virale, escono meme, il mio soprannome diventa “Il dottor StrANALmore” perché dicono che mi mettessi nel culo i miei pupazzi. Così.

Quello che è il mio lavoro passa in secondo piano.

Vengo attaccato per una cosa inesistente, inventata di sana pianta, del tutto irrilevante pure se fosse stata vera, perché solletica la morbosità della gente.

Arrivano anche i siti antibufala a smentire tutto, ma chi li segue?

Ormai il tarlo del dubbio è insinuato, tutto ciò di buono che ho fatto è diventato secondario, la delazione da venticello si è trasformata in tempesta.

Tutto sul nulla assoluto, semplicemente giocando sulla pochezza della gente.

Si attacca una persona su cose personali per proprio tornaconto, per impossibilità di attaccarla su argomenti, perché sostanzialmente a noi dà fastidio il successo altrui, perché siamo mezze seghe.

E se questo modo di fare vi ricorda qualcuno abbiamo ancora qualche speranza.

Gli spari sopra sono per noi.

Scusate, ma se io sto dormendo a casa e mi entrano quattro individui incappucciati e probabilmente armati, in casa, e io me ne rendo conto solo quando sono già là che mi prendono a mazzate (voi avete presente quando state dormendo e vi svegliate di colpo, il grado di rincoglionimento?), avere un’arma in casa cosa mi cambia?
Dove la tengo l’arma? Sotto al letto? Mi pare poco sicuro.
Comodino? Altrettanto.
Se ci sono bambini in casa, ma anche anziani, badanti, io non posso tenere un’arma a portata di mano così. Sarà chiusa in un qualcosa, sotto chiave (voglio sperare). Sopra l’armadio, difficilmente accessibile? Sarà difficilmente accessibile anche a voi, rincoglioniti come sappiamo (da sonno, intendo).
Cercate di fare tutte le ipotesi.
Avete una pistola in casa. Non accadrà probabilmente nulla per tutta la vita a una percentuale enorme di chi si è procurato un’arma e la tiene in casa. Una piccola percentuale avrà visite notturne di ladri che comunque preferiranno agire nell’ombra e non fare come ai poveri malcapitati anziani di Lanciano, picchiati e seviziati. Perché quello è un caso eccezionale, di criminali che fanno una cosa criminale malata. Un’arma in casa sarebbe servita al 69enne svegliato da quattro energumeni incappucciati mentre dormiva beatamente? Assolutamente no, anzi: quella gente balorda avrebbe potuto usarla contro di loro. Per non parlare di tutto il problema di saper gestire non solo l’arma ma la paura, il terrore anzi, l’agitazione del momento, la carenza di luce, tutto.
In sintesi, probabilmente chi si lascia affascinare dall’arma in casa ha una immagine dei crimini molto hollywoodiana, con noi che impersoniamo improvvisamente Clint Eastwood che con 4 colpi fa saltare quattro volte il cappello a Lee Van Cleef.
Quando molto probabilmente avremmo il sangue freddo e la mano ferma di Roberto Benigni quando incontra il Dottor Randazzo che lo sgama a truffare l’assicurazione.
Abbiamo centinaia di statistiche che mostrano come le armi in casa non diminuiscono affatto la criminalità, aumentando invece i rischi in modo esponenziale. Guardate agli Stati Uniti. Ma possibile che il buon senso sia andato definitivamente a puttane? Perché non riuscite a essere onesti con voi stessi, a riconoscere i vostri limiti e capire che un allarme magari collegato con le forze dell’ordine è molto più sicuro, non crea ansia, non può essere rivolto verso familiari, non crea falsa sicurezza, non può essere rubato per essere poi usato per ammazzare altra gente? Gente che magari siete proprio voi, i vostri cari?
Ma che cazzo ha preso a questo paese?

Il missionario e la radiolina

Un missionario si recò in una remota regione che non aveva ancora conosciuto la civiltà. Incontrò un gruppo di nativi che raramente aveva visto un uomo bianco. Il missionario si fermò là e notò come il gruppo fosse coeso, una grande famiglia con compiti assegnati a ciascuno e nessuna invidia, nessuna rivalità.

Tutto funzionava.

Tutte le sere il missionario accendeva la sua radiolina portatile e l’intero villaggio si riuniva attorno a questo oggetto che emanava strani suoni, musica, e nessuno capiva come fosse possibile.
Il missionario lasciò il villaggio dopo qualche giorno, con un gran carico di cibo donatogli dal villaggio, un carretto trainato da due buoi, frutta fresca, oggetti intagliati che avrebbe potuto rivendere poi al mercato. Salutò tutti e lasciò a un ragazzo del villaggio la sua vecchia radiolina a batterie, ormai scarica del tutto. Non l’avesse mai fatto: quel ragazzo iniziò a vantarsi con tutti di possedere l’oggetto tanto ambito, e non importa che non funzionasse più, era sufficiente il possesso della radiolina per attestare uno status di privilegiato. Gli altri componenti del villaggio allora iniziarono un lungo e costoso viaggio verso i villaggi vicini, e iniziarono a informarsi su come ottenere anche loro radioline simili. In qualche modo le ottennero, a carissimo prezzo (molti si indebitarono pur di averne una).

Tutti ora avevano la propria radiolina.

In pochissimo tempo questa perse il suo fascino e venne accantonata, perché l’avevano tutti, non era più status symbol, mancava la caratteristica dell’esclusiva.

La cosa da rimarcare era lo stato d’animo del ragazzo che aveva ricevuto la radiolina dal missionario: la sua felicità nel possedere quell’oggetto svanì nel momento in cui altri ne avevano trovate di simili.

Morale: non importa che tu possegga o meno qualcosa, la cosa più importante è che gli altri non ce l’abbiano, che stiano peggio di te o quantomeno non meglio. Non importa star male: altri devono stare peggio, e questo ti darà sollievo.

Niente, è una storia che lessi da qualche parte, simbolica. Non ne vedo alcuna applicabilità ai giorni nostri.

Cambiamo argomento dai, parliamo al solito di politica?
Vedo che gli italiani gradiscono: consenso altissimo all’operato di questo governo.
Puntare sui vitalizi odiosi e non su una riforma seria della politica è stata operazione vincente: facciamo stare un po’ peggio gli altri, pure se spesso si tratta di gente che non avrà grossi contraccolpi da questi tagli, ma intanto li puniamo un po’, ci basta per star meglio noi.
Centri commerciali chiusi la domenica? Fantastico! Le persone che ci lavorano potranno dedicarsi alla famiglia, come dice Di Maio, come non essere d’accordo? Certo, il lunedì poi si torna in ambienti spesso privi di tutela, con orari ben superiori a quelli da contratto, a volte vessati e ricattati in modo più o meno silenzioso e costretti ad abbozzare perché c’è una famiglia da mandare avanti. Una riforma del lavoro in tal senso sarebbe auspicabile, ma Dio provvederà, intanto stiamo a casa, altri no, ci basta per star meglio noi.
Farsi riprendere mentre si passeggia sul dismesso Air Force dell’odiato Renzie altrettanto, finalmente uno smacco morale alla casta, non importa strutturare un noioso e complicato piano di revisione delle spese pubbliche superflue, su: facciamo stare peggio una persona, mettendola alla pubblica gogna, ci basta per star meglio noi.
Gli immigrati? Beh, porti chiusi, costo zero. Rivedere il trattato di Dublino è un casino, ci stiamo provando, forse, boh, ma ci sono scartoffie, servirebbero competenze e voce in capitolo, non selfie con la parannanza davanti un barbecue. Intanto lasciamo marcire poveracci in mare: non risolve il problema, però ci basta per star meglio noi.

Non so perché mi siano venuti in mente questi esempi, boh. Parlavo di quella tribù, gente che sta tutto sommato bene, però si lascia traviare, spaventare, irretire dal missionario, che può assumere le forme di un imbonitore, uno sciamano, un bravo venditore, una persona carismatica, un uomo forte, un personaggio popolare, uno che che ci promette cose, cose grandiose, terreni fertili e grandi raccolti, raccoglie consenso, ci lascia alla fine una cazzo di radiolina e se ne va con le tasche piene, a litigare tra noi pezzenti, più divisi di prima, noi persone troppo semplici per capire o ammettere di averlo preso nel culo.

No, proprio non capisco come mi siano venuti in mente quegli esempi.

Gli Stones a X-Factor, oggi

Pensavo, cosa accadrebbe se oggi gli Stones andassero a X-Factor. Da sconosciuti, intendo, giovani, esordienti. Tempi diversi rispetto al video, ovvio, dinamiche totalmente rivoluzionate quanto a musica, discografia, tutto. Però.

Fedez: “Riuscite a tenere bene il palco, siete interessanti, sapete come tirar fuori quello che avete dentro, e questo è molto bello. Siete freschi, ma anche vintage, e questo è molto bello. Mi date un deja-vu che mi ricorda qualcosa, boh, chiederò a mamma, e la mamma è molto bella. Siete i papabili vincitori di X-Factor, ma serve umiltà in questo mondo, raga, umiltà. Ma dovete esprimere sicurezza, spaccare tutto, raga, essere Dio sul palco. Ma umiltà, raga. Dio umile è molto bello. Lavorerei di più sul look perché raga, cioè, il mondo va avanti, dai. Se volete ho in casa una ottima consulente dell’immagine che per ventimila euro vi manda due link da Instagram, e per me sarà molto bello”.

Manuel Agnelli: “Iniziamo a dire le cose come stanno, perché
sono cattivo e vi distruggo. Siete molto lontani dalla mia personale visione della musica, cioè gli Afterhours, però siete bravi. Meno di me, che ero negli Afterhours, ma bravi. Non comprerei mai un vostro disco perché io comprerei solo dischi miei e degli Afterhours , ma io sono così, non siete sbagliati voi, è che sono giusto io. C’è materiale umano per lavorare: il mio”.

Asia Argento: “Ragazzi, dal punto di vista musicale non siete mai state donne, dunque non giudicate senza sapere. Detto questo mi avete emozionato, ma in modo pulito, senza polemiche. Mi sono sentita trasportata in un altro spazio, in un altro luogo, senza giudizi. Che è poi quel che ho detto pure a quello prima di voi, che ha cantato con quella banana in testa e il banjo nel culo, ma che ne so, pure lui mi ha trasportato in un altro spazio, in un altro luogo, pulito, senza nessuno che si mettesse là a giudicare senza sapere; comunque qua parliamo di voi: guardate, sto piangendo, dunque mi sono piaciuta, bravissima!”

Mara Maionchi: “Sto cercando di capire come cazzo vi potrei collocare nell’attuale panorama discografico. Sono nervosa, non ho cacato e vaffanculo”.

E ALLORA LO OSPITO A CASA MIA

Ho ospitato un extracomunitario. Mi fa: “Sai che noi Svizzeri abbiamo le banche più belle del mondo?“. Ci resto un po’ male nel verificare che manco un rigo e già ho messo un luogo comune, ma non faccio in tempo a dire nulla che lui mi porge una tavoletta di cioccolato. “Questa non è né equa né solidale, infatti è buona“. Assaggio e in effetti quel cioccolato non ha la patina marroncina chiara tipica dei prodotti equi, solidali e immangiabili che compri pensando di fare del bene e invece stai finanziando la lobby dei produttori di patina marroncina chiara.

Insomma lo svizzero, che si chiama Tonino Saccaromiceto (chiedo: non è parente) pare gradire che l’abbia ospitato.

È che leggo sempre “E ALLORA OSPITALI A CASA TUA“, e così ho provato. Solo che sotto casa, a mendicare nel parcheggio del supermercato, c’era solo questo svizzero. L’ho riconosciuto dal fatto che quando riceveva l’elemosina rilasciava ricevuta, il che è piuttosto raro intorno a quel supermercato. Gli costava più di tasse che altro, ma gli svizzeri si sa, sono così, e questo è il terzo luogo comune (l’editore mi riconosce un bonus).

Tecnicamente è extracomunitario, praticamente occupa un posto letto, fastidio ne ho perché vivo in 40 metri quadri peraltro già occupati da una famiglia che non ne vuole sapere di lasciare l’appartamento (dicono sia loro, ma io ci vivo da tre mesi e un po’ di diritto l’ho studiato e so come funzioni l’usucapione abbreviata), dunque ora sto a posto. Quando mi diranno: “E ALLORA OSPITALI A CASA TUA” risponderò: “Già fatto, minuscolo“. “Minuscolo” è a doppio senso, ma loro non ne capiranno nessuno dei due.

In settimana dovrebbe piovere.