Finché non mi cacciano (27)

Questione nucleare, anche qui, dopo Fukushima, l’orientamento è netto: ci si caca sotto.
Non esistono impianti di smaltimento sicuri” dichiarano tutti coloro che sono entrati in bagno dopo Bondi. E come dar loro torto? Quelle scorie resteranno in rima a vita.

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Finché non mi cacciano (26)

Il PDL riconosce la sconfitta, pur sottolineando l’importanza di aver conservato baluardi come Cosenza, Rovigo, Varese, Iglesias (ma solo Enrique), una dozzina di puttane, Giorgio Mastrota, mio nonno e buona parte della Mafia.

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Se stiamo in coda ci sarà un perché

Signore, posso passare?
Guardi che c’ero prima io.
Ne è sicuro?
Che numero ha lei?
Il 24.
Io il 23, che le fa capire?
Che è tanto fortunato?
No, che c’ero prima di lei. E comunque insiste nello starmi davanti.
Niente di personale comunque, è il mio modo di fare.
Senta, se c’è una fila ci sarà un perchè.
E vorrei scoprirlo stasera.
Lei è un coglione.
Guardi, non posso dirle nulla su questo perché sono coinvolto personalmente. So solamente che a volte la vita fa strani scherzi.
E questo cosa c’entra?
Cercavo di distrarla.
Vada dietro.
Crede avrei più chances qualora avessi, che so, il 19?
Credo di sì ma la storia non si fa con i “se” e con i “ma”.
Non ne ho usati infatti.
Ne è sicuro?
Rilegga.
Ha ragione.
Che poi, non le pare che allo sportello stiano andando troppo a rilento?
E’ una salumeria.
Ecco perché ci mettono una vita con le raccomandate.
Ho capito, lei è uno di quelli che ha del tempo da perdere.
Mi mostra casa sua?
Ecco.
Sa, da quando mia moglie è andata via non sono più lo stesso.
Mi spiace, ma dovrebbe reagire.
Lo faccio.
Andare in giro con una gallina sotto il braccio non penso la aiuti.
E’ da compagnia.
Non ne dubito. Credo solo non abbiate molti argomenti di conversazione.
No, è che in questo periodo mi tiene il muso.
Non ha muso.
Tiene il mio, dico.
Frega niente. Si rimetta in coda.
Se n’è accorto ancora.
Capisco lo shock per sua moglie ma…
Lei cosa sa di mia moglie?
Me l’ha detto lei.
Pensavo c’entrasse qualcosa.
Ma quando mai?!
Scusi, è un periodaccio.
La capisco ma dovrebbe rivolgersi ad uno specialista.
Di code?
Di testa.
E mi risolverebbe il problema di questa coda?
No! L’aiuterebbe con gli altri problemi!
Tipo il mutuo?
Uff… Guardi, passi, ne ho le palle piene. Prenda il mio numero e finiamola.
Grazie, gentilissimo!


Signore, posso passare?
Guardi che c’ero prima io.
Ne è sicuro?
Che numero ha lei?
Il 23.
Io il 22, che le fa capire?
Che è tanto fortunato?

Manco le tabelline

– che meraviglia! Quanto ha?
– tre mesi. 
– oddio, è un amore!
– sì. È un birbante!
– ahah! Si vede. Guarda come ci sta guardando adesso. 
– sì. Ci sta proprio prendendo in giro. E sapessi quando mi tiene sveglia la notte. Mi guarda consapevole della mia “tragedia”, sa che il giorno dopo saró a pezzi ma non gli interessa. È un piccolo sadico. 
– guarda ora! Sta ridendo! Ha capito! 
– certo! È veramente intelligentissimo. 

No. 
Quel piccolo ammasso di cellule mollicce non fa nulla di tutto questo. 
Non decide, non prende in giro, non capisce. 
Niente. 
Sei tu, idiota di un genitore, a voler interpretare ogni sua colichetta come un segnale di vita intelligente, ogni spasmo facciale come un ammiccamento consapevole, ogni bolla di saliva come ineccepibile costruzione semantica. 

Quel coso è un imbecille. 
Totale. 
Non solo non sta cercando di dirti nulla ma neppure ha la capacità di formulare pensieri. Non è in grado di concatenare sequenze temporali, non conosce il principio azione-reazione, non sa neppure le parole! Le parole, Cristo! Se non conosci le parole come cazzo puoi ragionare in modo articolato? 

Tu, genitore orgoglioso e obnubilato dai miasmi fetenti di quel pupazzo animato, fermati un attimo e prova a pensare qualunque cosa senza usare le parole, senza conoscere l’alfabeto! 
Prova! 
Manco una scena di sesso riusciresti a pensare. La infarciresti comunque di parole, espressioni colorite, desideri comunque formalizzati in sequenze di lettere. Anche il canonico “che troia” abbisogna di parole. 

– hai visto?! Ha sorriso! Ti ha riconosciuto!

No, coglione. Non è un sorriso. Tu lo vuoi vedere come tale. È solo una reazione di un sistema nervoso in costruzione. 
E no, non ti riconosce. Sebbene tu abbia letto decine di ricerche che dimostrano come, in utero, il feto sappia distinguere il rombo del SUV del padre da quello del vicino (peraltro diverso solo per colore), sappi che no, quello che tu consideri il nuovo Hermann Minkowski è meno intelligente dell’acaro che ti sta mangiando la pelle morta sul cuscino. 

Hai generato un babbeo. 
Magari diverrà intelligentissimo. Ma ora non lo è affatto. Nè il tuo rivolgerti a lui con quella vocina idiota accelererà il suo sviluppo intellettuale. 
Al massimo diventerà la Iervolino. 

Ma poi, per togliere di mezzo ogni dubbio sulle sue capacità, non ti basta sapere che quello è tuo figlio?

Finché non mi cacciano (16)

“Silvio Berlusconi è un coniglio perché non ha il coraggio di presentarsi in Parlamento per riferire sulla crisi libica”: così esordisce Antonio Di Pietro. Stesso appellativo per il ministro degli Esteri, Franco Frattini.
Di Pietro è così: quando gli spiegano una parola nuova in italiano poi se ne innamora.
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L’Italia (unita?) vista dai blogger

AGGIORNAMENTO: il punto di partenza della discussione di domenica, per quanto mi riguarda, è su l’Unità, qui.

Udite udite: domenica 13 marzo, dalle 11 alle 13, sul sito www.unita.it, diretta streaming di una tavola rotonda in vero truciolato sul tema “Unità d’Italia”. Ci sarò anche io ma questo non significa che l’incontro non possa essere comunque interessante. Perchè saranno presenti fior fiore di personcine a modo. Moderatrice: Concita De Gregorio. E ho detto tutto. Penso che abbonderò con l’Aqua Velva: me la devo giocare al meglio ‘sta carta. Potrete inviare in tempo reale domande, insulti e catene di Sant’Antonio su unisciti@unita.it o sugli account Facebook e Twitter de l’Unità.

Le reincarnazioni pericolose

L’ultima volta che sono morto mi sono reincarnato in me.
Potrebbe apparire una banalità, se solo dessimo per scontata la reincarnazione, e so che nessuno di voi lo fa. Tranne forse quel tavolo in mogano.

L’essermi reincarnato in me potrebbe apparirvi una grossa fortuna, se voi aveste avuto la sventura di reincarnarvi in un verme, o una disgrazia non da poco, se vi foste invece reincarnati in uno slip di Karolina Kurkova.
Ma non voglio deviare nell’animismo, nel quale non credo. E come me anche il mio spazzolino.

Mediamente posso considerarmi soddisfatto, dato anche il non ricordare chi fossi prima.
E allora vado giù di ipotesi e su con la fantasia, restando praticamente dove sono per un gioco di forze vettoriali. E mi immagino nella precedente vita, che so: piccione. Un’esistenza tutto sommato accettabile: poco impegnativa, un po’ monotona. Capacità di volare ma solo su spinta emotiva da rincorsa bambino. Altrimenti ottimo podista (i piccioni, nella loro precedente vita, erano tutti Haile Gebrselassie). La caratteristica più evidente del piccione è la sua enorme socievolezza: è capace di stare ore e ore ad ascoltare vecchi noiosi sulle panchine. Che tra l’altro li riempiono di fastidiosissime molliche.

Oppure ero un batterio. Una forma di vita fantastica, resistentissima. Fino a quel cazzo di Fleming. Che probabilmente in una precedente vita era un batterio anch’egli, ma nerd e con gli occhiali, e non aspettava altro che di reincarnarsi in qualcosa che la facesse pagare a quei bulletti del cazzo e scoparsi la battèria cheerleader.

O ancora, un’ameba: quei minuscoli animali privi di mebe.

Le ipotesi su chi si fosse nella precedente vita sono affascinanti.
Poi però penso che il numero delle specie viventi, per far sì che la reincarnazione possa essere considerata realistica, dovrebbe essere costante nei secoli, nei millenni.
Altrimenti resterebbero “anime” vacanti in attesa di entrare in questo o quell’essere. In coda, magari. Ciascuna con un numerello.

– Serviamo l’anima numero 47.535.478.225.900.637.
– Eccomi
– Allora, cosa le do?
– Uh, vedo che è finito tutto…
– Eh già: è rimasto qualche acaro, un paio di puzzole, degli istrici e un dodo.
– Ma il dodo è estinto.
– “Diversamente diffuso”.
– Vabbè, comunque no, dai. Prendo un istrice.
– Faccia attenzione agli acul…
– Ahia!
– Ecco.
– Uff… che animale di merda.
– Il peggio è che si sa già come morirà.
– Cristo, le auto!

Ma può verificarsi anche l’ipotesi opposta: un eccesso di corpi e poche anime per occuparli tutti.
Il secondo caso è tutto da studiare: ci sarebbero dunque corpi in giro privi di anime.
Magari belle ragazze.

E’ questo, ciò che voleva inconsciamente denunciare Cocciante?

Careless memories

Iowa, Montana, Massachussetts, Maine, California, Arizona, Nevada, Utah, Minnesota…
Li so, li ricordo. Pure se sono cinquanta. Pure se non sono americano.
Cultura generale, sì, ma preferisco imparare il nome del mio cazzo di vicino che sono vent’anni e ogni volta lo saluto con un impersonale “salve”.
Ora che ci penso, io non ho mai detto niente di più che “salve” al mio vicino.
Ma a tutti i vicini. A tutti in genere. Ma questa è semplice misantropia.
E’ che io non ricordo i nomi delle persone.
Quando c’è il momento cruciale, la presentazione, io switcho e parto in un’altra dimensione: credo il tempo intorno a me acceleri in quel preciso istante, salvo poi tornare a velocità normale una volta terminata la pronuncia del nome del mio interlocutore.
Ecco: in quell’istante io non ci sono.

Lui/lei mi dice: “piacere, ***”
Asterischi. Per me siete asterischi.

– Piacere, mi chiamo ***.
– Piacere mio, caro asterischi… e la signora asterischi come sta? E i piccoli asterischini? Cresciuti, accidenti! Sono quasi dei bei fiocchi di neve ora.
Poi torno immediatamente sulla terra, ma solo quando tocca a me parlare.

La cosa gravissima è che poi lui/lei si ricorda di me.
Mentre io.
Lei: “ciao Max”.
Ed io “ciao… come stai?” (tu, sconosciuta).

Con gli anni ho imparato tecniche di camuffamento della mia amnesia-nomi.
Riesco a condurre una conversazione senza mostrare in alcun modo il mio problema.

– Ciao Max! Da quanto non ci vediamo!
– Carissimo! Hai ragione, è una vita! A casa tutto bene?
– Benissimo! Silvia ora lavora con me e…
– Silvia! Salutamela tanto! Quindi lavorate insieme!
– Già: abbiamo aperto uno studio legale.
– Ah che bello: così sulla targa ci mettete un cognome solo e risparmiate… ahahah!
– Ahahah, vero! Abbiamo la nostra bella targa “Studio legale Maroncelli”.
– Già! Maroncelli
[è fatta].

Poi capita di parlare con una terza persona, che mi blatera qualcosa circa “Sandra Bencivenga” oppure “Fausto Del Casale”… “te li ricordi, vero?”… [manco per cazzo] “certo” io, con la faccia da culo.
Insomma, ho una falla nella mia elica DNA che mi impedisce l’apprendimento in tempo reale dei nomi propri: forse s’accoppia l’adenina con la guanina, ma analmente, oppure escono e vanno direttamente a puttane, o si drogano, non saprei.
Perchè se uno poi mi dice “quello là si chiama Renato Rossi” io da quel momento me lo ricordo! E’ proprio questione di vis a vis: sono le presentazioni dirette che mi fregano.
E’ per questo che adesso giro sempre con un accompagnatore: quando mi si presenta qualcuna, metto lui in mezzo, faccio sì che le presentazioni avvengano per interposta persona, insomma. E poi lui mi ripete i nomi.
Così funziona.
E’ che poi è lui a trombarsele, quel… quel… ma come cazzo si chiama?!

Essere negri dentro

Ricevo costantemente messaggi di insulti, a volte minacce.
Il tema è sempre lo stesso: ma come cazzo ti vesti?
Altre volte invece si parla di battute che avrebbero offeso questo o quello, scherzato sull’intoccabile, preso per il culo ciò che non deve.
Sul tema circa i limiti della satira hanno scritto menti brillanti, ma anche emeriti cazzoni, che casualmente ci hanno preso.
Io qui vorrei aggiungere che se una battuta nera vi tocca personalmente, difficilmente potrà muovervi al riso.
Se, in sintesi, vi sentite negri di merda, è ovvio che non riderete di fronte a questa battuta.
Questa sopra, esatto.
Se avete un figlio nato senza gambe, non gli nasconderete le protesi col giochino “acqua-fuocherello-fuoco”.
Se siete un prete, non apprezzerete battute sulla pedofilia. O sul sesso. O sulla coprofagia. Vi limiterete a praticarli.
Se state ora storcendo il naso di fronte a queste battute, potreste annegare qualora piovesse.
E se siete Gasparri non apprezzerete nulla di diverso da un trottola colorata. Né avete capito la battuta sopra.
L’importante è che siate consapevoli che si tratta di vostri limiti. Di paletti personalissimi. E che questi sono certamente diversi da quelli di chiunque altro.
Dire: “questa battuta è di cattivo gusto” è non solo un errore di approccio ma denota anche una mancata presa di conoscenza dei propri fantasmi, paure. Della propria soggettività. Il gusto, nella satira, non ha spazio. Un po’ come per voi quando indossate quei pantaloni.
Esiste la costruzione satirica. Che può essere più o meno corretta. Nella forma, intendo.
Una volta detto questo vien da sè che ogni tema può essere oggetto di satira. Ma tutto, eh.
Il politico e il santo.
Il prete e chi invece in dio crede davvero.
Gasparri e l’handicappato. E le “e” che perdono misteriosamente accenti.
Su tutto si può scherzare.
Anche sul bambino malato di leucemia.
E se avete da prendervela con qualcuno, mandate affanculo Dio, non chi lo denuncia.