Il cambiamento

Mauro è milanese, ha 12 anni e frequenta la scuola media del suo quartiere.
Antonio è napoletano, 12 anni, e frequenta la stessa classe di Mauro.
Luigi è il cugino di Antonio, anch’egli napoletano, 12 anni e sempre la stessa classe.
Mauro è il bulletto della scuola: prende sempre in giro i più deboli e in particolare sfotte Antonio e Luigi per il loro accento. Li chiama “Terùn”, come sente dire dal padre.
Antonio ha un carattere forte, non gli interessa: e poi è bravo, studia, si impegna.
Luigi invece soffre molto questi sfottò, si sente emarginato, in difficoltà, ma trova in Antonio un supporto, una difesa.

Passano gli anni e arriva il tempo delle superiori.
Mauro non fa più il bulletto perché fisicamente non ha più la struttura per permetterselo: è un po’ sovrappeso, una struttura fisica che non incute certo timore, ma ha mantenuto quell’atteggiamento indisponente e gradasso di sempre.
Antonio è diventato un bel ragazzo, ricercatissimo dalle ragazze della sua scuola: un successo amplificato dal suo essere leader di una band che sta avendo un discreto ritorno.
Luigi è sempre rimasto un po’ ai margini, mai una scintilla, anche a scuola risultati modesti.
I tre si ritrovano casualmente a una festa.
Mauro vede Antonio e prova ad attaccar bottone, per farsi presentare qualche bella ragazza: Antonio ne è sempre circondato.
Antonio ricorda i tempi nei quali Mauro prendeva in giro lui e il cugino, e tutte quelle brutte parole, quelle offese, quelle umiliazioni portate avanti per tanto tempo, e allontana Mauro.
Mauro vede allora, in disparte, Luigi, e si avvicina a lui.
Luigi dapprima si preoccupa, ma poi vede che Mauro sembra cambiato, sorride, non insulta, non minaccia, non sfotte.
Mauro entra nelle grazie di Luigi, tanto che i due diventano amici.
In realtà Mauro sta approfittando, ancora una volta, della debolezza di Luigi: lo sta usando per un suo fine, entrare nel giro di conoscenze di Antonio e avvicinarsi a quelle belle ragazze.
Antonio si accorge di questo ennesimo gioco subdolo di Mauro e avvisa suo cugino Luigi: “Guarda che ti sta usando, ti prende in giro. In realtà Mauro odia me, te e tutti quelli come noi, gli facciamo schifo, non è affatto cambiato, anzi”.
Luigi a questo punto prende a male parole il cugino Antonio, lo accusa di invidia, gli dice che adesso finalmente ha trovato qualcuno che lo apprezza, che Mauro è cambiato.
Antonio cerca di spiegare come Mauro stia plagiando Luigi, ma Luigi, che non è mai stato un fulmine di guerra nel capire le cose, a questo punto taglia i ponti con Antonio e inizia a frequentare Mauro.
Mauro si fa presentare tutte le belle ragazze che Luigi conosce grazie all’essere cugino di Antonio.
Antonio e Luigi si perdono di vista.
Dopo qualche anno Antonio rivede Luigi e gli chiede come vada.
Luigi gli chiede scusa per quanto accaduto anni prima e gli confessa che Mauro, dopo essere stato introdotto a quel mondo che voleva conoscere, lo ha mandato a fanculo proprio come ai vecchi tempi.
Luigi si vergogna di essere stato preso in giro così facilmente. E’ stato tratto in inganno da un cambiamento di comportamento che chiunque, con un po’ di raziocinio, avrebbe subito inquadrato.
Ma Mauro si sa, è questo. Lui dice alle persone semplici quello che le persone semplici vogliono sentirsi dire.
Mauro non cambia.
Antonio lo sapeva.
Luigi no, non se n’è accorto.
Oggi siamo nella fase di Luigi che manda a fanculo Antonio.
Come vedremo nei commenti.

Il missionario e la radiolina

Un missionario si recò in una remota regione che non aveva ancora conosciuto la civiltà. Incontrò un gruppo di nativi che raramente aveva visto un uomo bianco. Il missionario si fermò là e notò come il gruppo fosse coeso, una grande famiglia con compiti assegnati a ciascuno e nessuna invidia, nessuna rivalità.

Tutto funzionava.

Tutte le sere il missionario accendeva la sua radiolina portatile e l’intero villaggio si riuniva attorno a questo oggetto che emanava strani suoni, musica, e nessuno capiva come fosse possibile.
Il missionario lasciò il villaggio dopo qualche giorno, con un gran carico di cibo donatogli dal villaggio, un carretto trainato da due buoi, frutta fresca, oggetti intagliati che avrebbe potuto rivendere poi al mercato. Salutò tutti e lasciò a un ragazzo del villaggio la sua vecchia radiolina a batterie, ormai scarica del tutto. Non l’avesse mai fatto: quel ragazzo iniziò a vantarsi con tutti di possedere l’oggetto tanto ambito, e non importa che non funzionasse più, era sufficiente il possesso della radiolina per attestare uno status di privilegiato. Gli altri componenti del villaggio allora iniziarono un lungo e costoso viaggio verso i villaggi vicini, e iniziarono a informarsi su come ottenere anche loro radioline simili. In qualche modo le ottennero, a carissimo prezzo (molti si indebitarono pur di averne una).

Tutti ora avevano la propria radiolina.

In pochissimo tempo questa perse il suo fascino e venne accantonata, perché l’avevano tutti, non era più status symbol, mancava la caratteristica dell’esclusiva.

La cosa da rimarcare era lo stato d’animo del ragazzo che aveva ricevuto la radiolina dal missionario: la sua felicità nel possedere quell’oggetto svanì nel momento in cui altri ne avevano trovate di simili.

Morale: non importa che tu possegga o meno qualcosa, la cosa più importante è che gli altri non ce l’abbiano, che stiano peggio di te o quantomeno non meglio. Non importa star male: altri devono stare peggio, e questo ti darà sollievo.

Niente, è una storia che lessi da qualche parte, simbolica. Non ne vedo alcuna applicabilità ai giorni nostri.

Cambiamo argomento dai, parliamo al solito di politica?
Vedo che gli italiani gradiscono: consenso altissimo all’operato di questo governo.
Puntare sui vitalizi odiosi e non su una riforma seria della politica è stata operazione vincente: facciamo stare un po’ peggio gli altri, pure se spesso si tratta di gente che non avrà grossi contraccolpi da questi tagli, ma intanto li puniamo un po’, ci basta per star meglio noi.
Centri commerciali chiusi la domenica? Fantastico! Le persone che ci lavorano potranno dedicarsi alla famiglia, come dice Di Maio, come non essere d’accordo? Certo, il lunedì poi si torna in ambienti spesso privi di tutela, con orari ben superiori a quelli da contratto, a volte vessati e ricattati in modo più o meno silenzioso e costretti ad abbozzare perché c’è una famiglia da mandare avanti. Una riforma del lavoro in tal senso sarebbe auspicabile, ma Dio provvederà, intanto stiamo a casa, altri no, ci basta per star meglio noi.
Farsi riprendere mentre si passeggia sul dismesso Air Force dell’odiato Renzie altrettanto, finalmente uno smacco morale alla casta, non importa strutturare un noioso e complicato piano di revisione delle spese pubbliche superflue, su: facciamo stare peggio una persona, mettendola alla pubblica gogna, ci basta per star meglio noi.
Gli immigrati? Beh, porti chiusi, costo zero. Rivedere il trattato di Dublino è un casino, ci stiamo provando, forse, boh, ma ci sono scartoffie, servirebbero competenze e voce in capitolo, non selfie con la parannanza davanti un barbecue. Intanto lasciamo marcire poveracci in mare: non risolve il problema, però ci basta per star meglio noi.

Non so perché mi siano venuti in mente questi esempi, boh. Parlavo di quella tribù, gente che sta tutto sommato bene, però si lascia traviare, spaventare, irretire dal missionario, che può assumere le forme di un imbonitore, uno sciamano, un bravo venditore, una persona carismatica, un uomo forte, un personaggio popolare, uno che che ci promette cose, cose grandiose, terreni fertili e grandi raccolti, raccoglie consenso, ci lascia alla fine una cazzo di radiolina e se ne va con le tasche piene, a litigare tra noi pezzenti, più divisi di prima, noi persone troppo semplici per capire o ammettere di averlo preso nel culo.

No, proprio non capisco come mi siano venuti in mente quegli esempi.

Mostri. Voi.

La conoscete la storia di quella nonnina 82enne che a un certo punto prese e uccise i suoi tre nipotini?
Si chiamava Carola Wilkins Di Serio ed era una immigrata gallese in Canada, con nonni italiani.
Non si sa cosa le passò per la testa, ma un bel giorno prese e portò i suoi tre nipotini nel bosco. E li uccise.
Tornò a casa come niente fosse. Quando sua figlia le chiese dove fossero i ragazzi, lei rispose candidamente: “Li ho uccisi“.

Pensate allo choc. In Canada non si parlò d’altro per mesi.

Sapete cosa accadde? Che la donna non scontò neppure un giorno di carcere: il sistema giudiziario canadese prevede infatti che superati gli ottant’anni una donna con genitori o nonni stranieri, possa scegliere di scontare la pena nella terra di origine dei suoi parenti, dopo estradizione. E Carola, che aveva anche origini italiane, indovinate cosa scelse? Esatto, l’Italia. Perché il nostro paese, superati gli ottant’anni, non prevede più pena detentiva e se il reato è commesso all’estero non si applicano neppure i domiciliari. Insomma, niente carcere, per la nonna assassina. L’avvocato italiano assegnatole riuscì persino a farle ricevere una somma di denaro come vitalizio, dato che la pensione non le bastava più una volta allontanata da casa e cambiato paese. Vitalizio ovviamente pagato dallo Stato italiano, cioè da tutti noi.
La dolce nonnina passò il resto della sua vita in un ospizio, in tutta serenità.

Cosa ci insegna questa storia?
Nulla, perché l’ho inventata.
Non è vero niente, ma soprattutto pochissimi di voi hanno le competenze e il tempo per informarsi, non tanto sulla storia di Carola Wilkins Di Serio, quanto sul sistema giudiziario canadese, italiano, qualsiasi. Non c’è una sola parte vera in tutto il racconto, e i sistemi giudiziari canadese e italiano non funzionano affatto in quel modo.

Anche la foto è presa a cazzo su internet.

Ora, pensate se questa puttanata fosse scritta su un blog più conosciuto, su una pagina social tenuta da gente più nota: quanti inizierebbero a indignarsi a cazzo? E quanti, una volta dichiarata la assoluta infondatezza della storia, continuerebbero al motto: “Non importa se non è vero, comunque c’è gente che ammazza e non fa nemmeno un giorno di galera!“.

Niente, era per dire qualcosa che non educherà nessuno, che non insegnerà niente a nessuno, quanto a riflessione, piacere della ricerca, analisi della realtà presentata.

Un po’ come ha fatto la scuola negli ultimi decenni, a quanto vedo.

Piero Angela non vi ha insegnato una mazza

Piero Angela (da Wikimedia Commons)

Ero un bambino quando iniziò Quark, condotto da Piero Angela.

La scienza, il futuro, la capacità dell’uomo di creare progresso, erano portate nelle case di tutti, e io restavo affascinato da quell’universo svelato, che mi veniva raccontato, spiegato, da persone nelle quali nutrivo totale fiducia. Persone che dimostravano come la tendenza naturale dell’uomo fosse cercare sempre di progredire, migliorarsi, utilizzando gli insegnamenti di uomini precedenti per compiere continui passi avanti, in ogni campo, scientifico, medico, di cooperazione e abbattimento dei confini.
Venivano raccontate le guerre e le atrocità di tempi lontani, e io mi sentivo fortunato a vivere in tempi migliori, con prospettive ancora più rosee.
Il giorno dopo tornavo in classe e raccontavo agli amichetti della puntata di Quark, di viaggi intergalattici e buchi neri.
E c’era il compagno scemo, che non aveva visto la puntata, perché Quark era “noioso”.

Ho visto qualche giorno fa Superquark, e c’era ancora Piero Angela. Parlava di scienza, ancora, di futuro, ancora, di progresso. Ancora. Ma ho avuto una brutta sensazione: tutta quella scienza, tutta quella capacità dell’uomo di cercare di vivere in un mondo migliore, tutta quella progettazione di macchine fantastiche e di ricerca di forme di energia pulite, improvvisamente mi sono sembrate solo una opzione, una delle tante. Cioè, mentre da piccolo trovavo normale che col tempo l’uomo sarebbe “migliorato”, imparando dagli errori del passato, oggi tutta questa fiducia mi è crollata. Mentre da piccolo sentivo una sorta di deferente ammirazione per chi possedeva capacità e conoscenza, oggi avverto la diffidenza pubblica verso chi ha speso una vita sui libri. Mentre da piccolo Piero Angela mi sembrava Dio, oggi mi pare una sorta di ultimo baluardo ad arginare una tracimazione di ignoranza dilagante, ignoranza arrogante e distruttiva, che non riconosce meriti, impegno, capacità.

Io penso che sia questa, la nuova Resistenza, che questa generazione sta inconsapevolmente vivendo e fatica a riconoscere.
Perché non ci sono fucili di mezzo ma orde di zombie metropolitani a testa china su schermi che rimbalzano fake news e puttanate che stanno facendo breccia in menti semplici e arroganti, convinte di possedere il sapere grazie a a Google e del tutto inconsapevoli di quanto lavoro serva per imparare a capire, a progredire, a pensare.

Piero Angela è invecchiato benissimo, non così il nostro tessuto sociale, il nostro desiderare di scoprire la vita su altri mondi, il nostro sognare macchine volanti.
A me sembra che oggi l’unica aspirazione sia trovare il modo di mostrare a una piccola bolla internettiana che esistiamo. E per farlo siamo disposti a calpestare ogni umanità, civiltà, crescita.

Per decenni Angela ci ha spiegato l’importanza dei vaccini. Adesso la gente scende in piazza contro obblighi vaccinali, nati per un reale pericolo sanitario.
Per decenni Angela ci ha mostrato come esista un solo essere umano, a ogni latitudine, con la scienza, non con il “buonismo”. Adesso è diventato normale mostrare la propria miseria umana e inveire contro chi è più disperato di te, in una guerra a cercare di evitare di essere ultimi.
Per decenni Angela ci ha mostrato le bellezze del nostro pianeta, la sua fragilità, i suoi meccanismi scientifici e biologici. Adesso c’è spazio per terrapiattismo, negazionismo, schiachimismo.

C’è un ritorno a uno sciamanesimo 2.0, un revival delle “scienze alternative”, sovranismi medievali e nuove inquisizioni, guru mediatici ci insegnano a campare di aria fritta e a curare i tumori con acqua e zucchero (poco zucchero).

Abbiamo un bisogno immane di prendere una posizione, per mostrare che abbiamo idee, e così saliamo sul nostro piccolo palco facebookiano a urlare a tutti che NOI abbiamo ragione e VOI no.

Non ci piace più chi è meglio di noi, ci fa sentire inadeguato, se ha studiato probabilmente è corrotto, è lontano da noi gente. E allora eleggiamo chi è come noi, non importa se capace, non importa se preparato.

Tutto questo casino di fuffa diffusa a ogni livello, scambiato per “democrazia”, spacciato per legittimo perché trattasi di “volontà popolare”: il popolo deve essere libero di scegliere come curarsi, ok. Intanto chi non può scegliere perché immunodepresso muore. Semplicemente muore.

E su questo incipit populista di una libertà per scopi solo personali è nata una nuova era, anarco-rincoglionita, nella quale ce ne fottiamo allegramente del prossimo (come prima, eh), ma oggi con arroganza, con dati fasulli, con pezze di appoggio trovate su www.QUELLOCHEITGNONDICONOSIGNORAMIA.com.

In politica si parla da borgatari perché questo è visto come vicino alla gente, le città le vogliamo comuni medievali a difesa di tradizioni che non rappresentano nulla, nei letti si muore per idiozia.

Piero Angela, diciamolo, non vi ha insegnato un cazzo.

Ora mi rendo conto che eravate voi, il mio compagno di classe scemo.

“Hanno vinto tutti” (cit.)

Vi dico come finirà il 4 marzo:

Il PD emetterà un burocratico (e internamente contestatissimo) comunicato su fondo grigio, mostrando che tutto sommato si è trattato di un “grande risultato” se lo moltiplichiamo per 3, riconoscendo le difficoltà del momento politico, annunciando il “grande lavoro da fare per un governo di larghe intese”, purché senza politiche di sinistra.
Berlusconi stapperà due diciassettenni per festeggiare il “grande risultato”, riconoscendo le difficoltà del momento politico, annunciando il “grande lavoro da fare per un governo di larghe intese”, purché senza magistratura di mezzo.
Salvini comparirà su tre piazze contemporaneamente, nei fondi di caffè e a Fatima per festeggiare il “grande risultato”, riconoscendo le difficoltà del momento politico, annunciando il “grande lavoro da fare per un governo di larghe intese ma per ora perché poi vi facciamo vedere”, valutando le proposte sulla base del Pantone di chi le avanza.
Di Maio indosserà i calzini spaiati e sbaglierà indirizzo, e rivolgerà il suo discorso alla famiglia Mincarini, festeggiando il “grande risultato”, riconoscendo le difficoltà del momento politico e quelle sulle tabelline, denunciando la grande truffa delle matite copiative e invitando gli elettori a ripetere il voto su Rousseau usando la propria penna sul monitor, annunciando il “grande lavoro da fare per evitare un governo di larghe intese”, senza congiuntivi.
Grasso si rivolgerà a entrambi i suoi elettori, festeggiando il “grande risultato”, riconoscendo le difficoltà del momento politico, annunciando il “grande lavoro da fare per un governo di larghe intese” senza che vi partecipi.
Emma Bonino non dirà nulla perché ormai comunica solo col turbante, festeggiando il “grande risultato”, riconoscendo le difficoltà del momento politico, annunciando il “grande lavoro da fare per un governo di larghe intese” senza Pannella (ma pure questo è da vedere).
Giorgia Meloni urlerà in romanesco, farà chiudere il museo senza accorgersi che era su Mussolini, insulterà i giornalisti senza accorgersi che erano del suo ufficio stampa, caccerà via gli extracomunitari senza accorgersi che giocano nell’Inter, prenderà per il culo le brutte facce della vecchia politica senza accorgersi che quelli sono i suoi cartelloni, festeggiando il “grande risultato”, non riconoscendo le difficoltà del momento politico e nemmeno i parenti, annunciando il “grande lavoro da fare per trovare la strada di casa” senza capire la differenza tra qualunque cosa.

Però per ora è bello.

Un ORGASMO ti aspetta 

Scusate, chi si intende di Diritto utopistico o Istituzioni di diritto irreale, può rispondere a questa domanda?

Volevo sapere: come si fa per fondare una nazione i cui membri debbano superare un esame di ammissione? Tipo facoltà universitaria, ma alla fine non ti ritrovi dentro un ateneo scalcagnato, privo di prospettive, ma cittadino di uno Stato sovrano e illuminato.

È possibile? Guardate, non è una boutade: uno Stato anche aterritoriale, purché con la forma di Stato. Cioè, non mi importa se i miei neo-connazionali debbano condividere con gli italiani l’italico suolo, purché siano parte di una comunità che risponda ad altra Costituzione, altre leggi: un po’ come la Padania, ma senza velleità scissioniste e con meno suoni gutturali. Uno Stato nello Stato. E non ditemi che è impossibile: neghereste l’esistenza della Mafia, della P2, della casta dei notai, degli uscieri ministeriali e di quella dei tassisti, dei ciclisti, del Regno dei Testimoni di Geova, degli ultras e di tutte quelle associazioni umane che evidentemente già rispondono ad altre leggi.

I ciclisti, sì: vi pare che il codice della strada richieda “i ciclisti amatoriali DEVONO indossare abbigliamento reclamizzato come i professionisti, pagandolo carissimo, e disporsi su minimo tre file parallele, zigzagando per mostrare detto abbigliamento da tutte le prospettive“?

Se si può vediamo anche di prenderci dei terreni sfitti, pagando il dovuto, e creare lì la nostra comunità, espandendoci pian piano ove possibile e sempre nel rispetto delle comunità locali, un po’ come ha fatto Israele.

Forse ho sbagliato esempio.

Qualora la cosa fosse praticabile mi candido come ORGAnizzatore Supremo, Moderato, Obiettivo (l’acronimo ORGASMO è facilmente memorizzabile). Mi impegnerò a stilare un prontuario di domande semplicissime alle quali il candidato dovrà rispondere per verificare il suo grado di idoneità all’appartenenza al nuovo Stato. Domandine semplici, che riguarderanno diritti e doveri civili, che mirino a verificare cultura generale, capacità di apportare crescita e progresso alla nuova creatura statale che sta nascendo; saranno valutate anche apertura mentale, capacità di integrazione sociale, assenza di germi di protesta gratuita, di trollismo e di sindrome da cazzo piccolo.

Gente costruttiva, non importa se vive rinchiusa in casa come gli hikikomori o se passa il tempo a raccogliere fiori come gli ikebana (anche qui potrei sbagliare): a me interessa che sappia riconoscere l’altro come valore e non come minaccia, che riconosca la scienza come risorsa e non la metta in discussione su basi complottiste e idee strampalate, che quando inizia un discorso moderato e coerente non lo mandi poi a puttane con un “…ma“, creando un’avversativa che nega tutto il ben fatto, che non abbia in mente di applicare la soggettività come massimo sistema, estendendo il suo più che legittimo “però con l’omeopatia ho curato molti gravi problemi” anche a noialtri normali.

Per capirsi, se usa il termine “medicina allopatica” facendo una smorfietta, e il termine “olistico” con gli occhi che gli si illuminano, è fuori dal mio progetto.

Dunque, chi è il candidato ideale di questo nascente stato illuminato?

Gente stanca di condividere spazi con persone che votano democraticamente e poi scendono in piazza a fare quei saluti romani che “se ci fosse stato ancora LUI” col cazzo che avrebbero potuto votare democraticamente e scendere in piazza.

Gente che non ne può più di persone che parlano di cose che non conoscono (vi faccio notare che io stesso, con un ego più grande del mio stesso ego di ieri, ho qui esordito chiedendo consiglio a esperti) e che danno il giusto riconoscimento a chi ne sa di più.

Gente che non si riconosce nella gente. Creando un buffo cortocircuito mentale, che sarebbe ancor più buffo con un paio di grossi baffi.

Gente che davvero pensa che un paio di grossi baffi avrebbe reso più buffo il discorso di prima, dimostrando quel senso dell’umorismo demenziale che spesso indica intelligenza.

Gente che sa la differenza tra umorismo demenziale e umorismo demente.

Gente che va ai concerti a guardare il concerto, attraverso gli occhi e non tramite schermo di smartphone.

Gente che però ha uno smartphone e non un Nokia 3310, perché consapevole che siamo nel 2017 e fare i duri e puri tecnologici non significa stare indietro di 15 anni. Se hai le palle vai nelle foreste a nutrirti e vestirti di orsi, perdìo.

Gente che non vive con fissazioni autoimposte per dare un senso alla propria vita.

Gente libera mentalmente. In primis da se stessa, dunque che evita espressioni tipo “no, guarda, io sono [inserire setta, credo, club, rione, contrada, filosofia] e dunque faccio sempre [inserire cazzata tipica di quel raggruppamento] e non faccio mai [inserire cazzata evitata da quel raggruppamento]“, senza che si siano mai fermati a pensare: “Ma davvero è una cosa che mi piace oppure mi piace appartenere a qualcosa per non sentirmi solo in questo mondo?“.

Questi, sono i nuovi cittadini del nascente Stato diretto dal vostro ORGASMO.

Mi arrogo presuntuosamente il diritto di creare un esame che selezioni i migliori. Ma non eugeneticamente, no. I migliori esseri umani, su basi puramente sociali, civili, progressiste.

Nel nuovo Stato nascente non ci sono barriere architettoniche, distinzioni per etnie, confini, struttura corporea, colore della pelle, lingua: siamo tutti uguali.

Qualcuno obietterà: “Ma chi ci garantisce che l’esame che andrai a creare, per cazzi tuoi, sia equo, giusto, e non manifestazione dei tuoi gusti?“.

Ecco: questi non supererebbero la prima domanda: “Hai intenzione di cacare il cazzo già alla prima domanda?“.

I tempi sono maturi per smettere di dire “NO” a cazzo e iniziare con i “SI'” costruttivi.

I tempi sono maturi per avere il vostro ORGASMO.

Democrazia è quando gente fischia

La foto potrebbe non essere rappresentativa del concetto di democrazia

 

Cose che ho capito grazie a Facebook:

1) la democrazia è la cosa più bella del mondo, più di Adriana Lima sudata che ti implora di far sesso disposta a pagarti per il disturbo;

2) per democrazia si intende solo quella diretta, della gente;

3) la democrazia rappresentativa è il Male: i politici sono tutti corrotti, incompetenti, Renzi;

4) il referendum è l’istituto capace di risolvere ogni problema, pure complesso: la gente ha la Conoscenza assoluta, e in effetti quello che stava in fila alle Poste dietro di me sapeva come battere la Spagna, come eliminare la delinquenza, come curare le verruche tramite sambuca;

5) se soffri di analfabetismo funzionale non hai gli strumenti per capirlo, dunque esprimi più violentemente la tua indignazione, anche perché ti indigni più facilmente, essendo il mondo tendenzialmente ostile e sbagliato ai tuoi occhi;

6) (e questo post è troppo lungo e maledettamente privo di gif animate, per poterlo leggere tutto);

7) ci sono persone che giustamente protestano per una classe politica che le ha portate alla più cieca disperazione, anche economica, ed esprimono tutta questa sofferenza dal loro divano tramite iPhone 6s;

8) non esiste più la mediazione, né l’ascolto, che sono i cardini della vera democrazia: ogni opinione avversa va combattuta con violenza, derisa, aggredita. Perché i veri democratici oggi parlano per slogan, storpiano i nomi, fanno i giochini di parole: essere persone civili e mature non ha alcun valore;

9) se esprimi un pensiero aspettati che lo stesso sia interpretato in modo opposto, ridotto o esteso a piacere di chi lo legge: siamo nell’era dei social, dunque se dici “mi piace il giallo” è normale che la gente che ama il rosso ti insulti, ma anche che parecchi ti rispondano: “AH, BRAVO, STAI CON LA KASTA!!!”;

10) a volte vorrei lasciare questo paese. Poi mi ricordo che quando vado in vacanza, ovunque, è pieno di italiani, e allora preferisco restare qua, piuttosto che fare la fila alle Poste brasiliane e incontrare pure là il tizio delle verruche e della sambuca, che sa tutto e sta lì per il Carnevale di Rio, che si lamenta perché quando l’Unione Europea non c’era, i carnevali in Brasile erano meglio.

Siamo donne, oltre le gambe c’è cucù

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Per motivi tecnici l’immagine è stata tagliata nella sua risposta, che comunque era: “Gli uomini”.

Trovo vergognoso quel che è successo ieri in Parlamento. Il concetto di “Quote Rosa” è così palesemente vitale, in ogni ambito, che non capisco come mai ci siano ancora queste assurde chiusure medievali. In casa mia, anzi, ho adottato il principio dello sbarramento minimo: se non entrano almeno tre zoccole ogni sera io non inizio manco a ubriacarmi.

No, seriamente: ma come si fa a non capire che un Paese che possa definirsi “civile” ha bisogno della presenza delle donne laddove più si prendono le decisioni importanti? In cucina, chi dovrebbe starci?

E non venitemi a dire che gli uomini sono migliori e a farmi sempre l’esempio di Carlo Cracco: pensate che lui poi abbia anche voglia di lavare i piatti? Già ce lo vedo, farmi la faccia schifata (a proposito, le espressioni di Cracco sono due: uno con la faccia schifata normale e uno con la faccia schifata da contratto Sky).

No, è una vergogna, una autentica vergogna: avremmo potuto dare un segnale di modernità definitivo, ieri. Invece niente: stiamo ancora là al palo, mentre ci stanno superando anche Paesi che fino a ieri consideravamo retrogradi. Sapete che per esempio in Iran stanno pensando di aumentare fino a tre centimetri la fessura per gli occhi nel burqa? E noi stiamo qua a cazzeggiare.

“Dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna”, è verissimo ma quello dell’obesità è un problema che non voglio ora analizzare.

Perché “oltre le gambe c’è di più”, cantava Anna Omsa.

E allora proviamo in altri ambiti, se nella politica proprio non ci si riesce: almeno tre donne in ogni squadra di calcio. Non saranno peggio di Amauri.

Ha ragione la Boldrini quando afferma: “GNEGNEGNEGNEGNE!”. Noi uomini dovremmo vergognarci. Specie se abbiamo votato PD.

A proposito: volevo stracciare la mia tessera ma avrei solo riprodotto in scala l’ennesima scissione.

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