Luglio 2008

mercoledì, luglio 30, 2008

Se è specificato “vivi”…

…dove cazzo sta lo scaffale degli yogurt con i fermenti lattici morti?

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martedì, luglio 29, 2008
Spam Spam Spam

Mi dicono che le mie email finiscono sempre dritte nello spam e non ne capisco la ragione.
UPDATE: mi suggeriscono di modificare la firma ma io non credo possa essere quella la ragione. E poi sono molto affezionato al mio: “VVIIAAGGRRAA… Queste Pillole vi rendera felici. Ordinare on-line e ricevere la medicina contro malattie sex molto rapidamente”. Mi sembra originale.

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lunedì, luglio 28, 2008
lo praticamente non capiva che c’erano pr

lora chiamo col cellulare e lui risponde ma lo fa troppo rapidamente e si sa che quando rispondi così rapidamente dall’altra parte può capitare che non arrivi niente e infatti io sento a malapena un “to” e capisco che forse poteva essere un “pronto” ma potrei essermi sbagliato e potrebbe essere stato un “gelato” oppure un “Pluto” o un “rinoceronto” con refuso insomma non dico niente e aspetto che quello mi scandisca di nuovo un “pronto” e così accade ma il secondo “****to” è più forte del primo quasi un tono alterato e non che il primo l’avessi sentito completamente (ne ho appena parlato) ma posso ragionevolmente ritenere che la parte iniziale di quel primo “to” qualora fosse stata “pron” e non “gela” nè “rinoceron” avesse un tono meno carico insomma il secondo “to” era con un tono un po’ più forte quasi offeso ma questo capita praticamente sempre anzi anche a me che quando rispondo “pronto” (perchè io rispondo sempre “pronto”, raramente rispondo “gelato” e meno ancora “pluto” praticamente mai “rinoceronto”) e se nessuno dall’altra parte risponde mi viene subito da alzare un po’ la voce come se urlando il telefonino trasmettesse meglio ed allora penso che la nostra società sia un po’ animista se pensiamo che un oggetto tecnologico funzioni meglio quando la nostra stessa volontà di farlo funzionare meglio sarà in grado di farlo funzionare meglio (qui ho usato diverse ripetizioni ma mi sembrava utile per capire bene anche se le ripetizioni ammazzano la scorrevolezza e cerco di non abusarne praticamente mai mai mai mai mai) e allora quello dall’altra parte urla ancora più forte ****TO! ma una scarica mi impedisce di sentire nuovamente le prime lettere di quella parola e continuo a tacere, non sapendo con certezza cosa l’interlocutore mi abbia detto e non statemi a dire che sicuramente era un “pronto” perchè è su queste cose che poi giocano gli avvocati quando ti devono mandare in galera e ancora una volta quello dice un ****TO! ancora con una scarichetta all’inizio ma a questo punto frega niente della scarichetta perchè mi ritengo offeso dato che è come se quello là pensasse di avere a che fare con un deficiente ed io al posto suo avrei detto un qualcosa tipo “PRONTOPRONTOPRONTO” perchè così è sicuro che pure con la scarichetta un pronto ti arriva ma lui a queste sottigliezze non solo non ci arriva ma mi fa sordo o deficiente o both e dico io ma che ti pare il caso di urlare così? manco stessi al mercato ma poi penso che io che cazzo ne so quello dove sta e magari proprio al mercato si trova tipo al banchetto dei formaggi e dietro c’ha uno che gli urla ROBBABBUONAROBBABUONA ma pure se fosse non lo legittima a urlarmi così in faccia nè a pensare che io sia sordo o deficiente e allora continuo a stare zitto perchè è diventata una questione di principio e non gli voglio dare soddisfazione nè attaccare e lui al quinto “***TO!” sempre più incazzato chiude la conversazione con un “CRISTO!” ed allora capisco cosa fossero tutti quei “****TO!” che era uno che imprecava fin dall’inizio e allora ho fatto bene a non rispondergli che poi dici l’educaz

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martedì, luglio 22, 2008
I miei primi novant’anni

– Ero un ghepardo! Il più bello di tutti!
– Sì, un ghepardo, dai, riposa, stai giù…

– E ballavo pure la mazurka. Meglio di Messner!

– Va bene…

Pensa tu, è stato tutto il giorno davanti l’acquario.

Beh, magari ama la natura…

Sicuramente. Il punto è che quando gli ho detto “ma perchè passi tanto tempo a fissare l’acquario?” sai cosa mi ha risposto?

Cosa?

“Ah, è un acquario! Per quello non succedeva mai un cazzo.”

Non sta bene per niente.

No. E il giorno prima è stato il turno della lavatrice. Diceva che era coinvolgente.

Anche quella l’ha scambiata per una tv?

Già. E’ da dire che la manopola “PROGRAMMI” non aiutava certo…

Beh, con la sua confusione in effetti… Comunque dovresti portarlo un po’ fuori.

Tu che pensi, un po’ di mare gli farebbe bene?

Perchè no. riviera… ci sono tante badanti rumene che portano vecchi incartapecoriti… tu non devi nemmeno spingerlo… quello viene volentieri con te.

– Ehi, voi due, che fate stasera?
– Eccolo qua… dai, non ti affaticare…

– Ma che affaticare! Io, io, io…

– E sempre io io io… dai, stai giù.

Ma ti ricordi com’era?

E sì che me lo ricordo… spaccava il mondo.

Veramente più le palle.

Più le palle, sì.

Però era vivo, insomma, come dire… ti accorgevi che c’era.

Quello sicuro.

E adesso…

Per fortuna non si rende conto…

Per fortuna. Anzi, secondo me se avesse un attimo di lucidità la farebbe finita.

E’ quello che ha sempre detto in effetti.

Secondo te come sceglierebbe di morire?

Mi pare di averlo sentito una volta parlare di come morire con lo scarico del gas dell’auto fosse la morte migliore.

Davvero?

Sì. Ma poi aggiunse che non l’avrebbe mai fatto.

La vita trionfa sempre.

No, mica per quello. E’ che poi gli avrebbero puzzato i vestiti.

Sempre lo stesso.

Già.

Ed ora…

– Dov’è la mia corona? Chi cazzo ha preso la mia corona?!
– E’ di là, dai, dopo la prendiamo… la corona… pure la corona…

La cosa che più mette tristezza è che diceva sempre che pensava di morire giovane.. “tra le gambe di una bella donna”.

Questa me la ricordo pure io. Gliela predisse un vecchio quando lui era sulla trentina… pieno di donne, diceva…

Già.

Previsione sballata.

Già. Sballata.

– E voi due signorine, che ci fate in Thailandia?
– Ecco, la Thailandia.

– Quanto siete belle. Lo sapete che io mi trombo quelle come voi a tre a tre? Oppure quelle sono le pasticche per andare al cesso… non mi ricordo…

– Dai, stai giù, riposa…

– Ma io non sono stanco. Tutto il Tour de France mi farei. Anzi, me lo sono fatto. Ieri. Tutto. Ho vinto.

Il solito megalomane, lo vedi come fa? Sempre tutto lui.

Però è divertente, dai. A novant’anni è davvero arzillo…

Beh, fisicamente non si discute. Ci metterei la firma io a vedere mio marito arrivare in queste condizioni a quell’età.

Sai che l’altra sera l’ho anche visto… là sotto?

Dai, non scherzare!

Giuro. Quando l’ho messo a letto.. ed era… oddio…

Cosa?

Mi vergogno un po’.

Dì.

Beh, era… ben fornito.

Ma dai!

Ti assicuro che là sotto sta ancora molto bene.

Sei la solita assatanata.

Se non ci credi controlla tu!

Ma smettila!

E dai! Tanto chi se ne accorge…

Oddio, mi stai mettendo una curiosità…

E guarda!

Oh cazzo!

Hai visto? Te l’avevo detto.

Ma è sorprendente!

Pure io ci sono rimasta.

Ma l’hai toccato?

Uh, beh…

L’HAI TOCCATO!

S-sì, ma poco…

E com’era com’era?

Diciamo che… funzionava. Bene.

– Io sono stato campione del mondo di scacchi! E pure di morra cinese!
– Sì, va bene, stai calmo dai, dormi.

Insomma, il vecchietto funziona ancora bene, accidenti.

Pensi che reggerebbe a…

Ma che stai dicendo?!

Niente, per dire…

Oddio, però…

Però…

Che dici…

Naaaa… ma che siamo pazze?

Dai, hai ragione… che pazzia…

Già…

Già…

Io ci provo.

Dai!

– Oh, mi sembra di ricordare qualcosa ma adesso non so cosa…
– Dormi, è solo un sogno…

– Un sogno, sì… però… roba di femmine nude…

– Femmine nude sì, sogna le femmine nude…

– Io ho avuto più di centocinquanta donne… Anzi, centocinquantamila. Anzi…

– Eh… ad-adesso… fanno… cent-cent-centocinquantuno…

– E centocinquantadue!

– Aaaaaah!

– Aaaaaah!

Oddio che roba!

L’abbiamo fatto, non ci posso credere! Con un vecchio!

Dio che vergogna!

Non lo deve sapere nessuno.

Nessuno.

– Ehi giovanotto, mi raccomando: è stato tutto un sogno, capito?

– Ehi, parlo con te, hai sentito?

Forse dorme.

Oddio, non respira!

Non respira?!

No!

Madonna santa! E’ morto?

Sì!

No! E’ morto! Cazzo cazzo cazzo!

Cazzo! E adesso!

Cazzo cazzo cazzo!

Smettila di dire cazzo!

Scusa ma…

Lo sapevo, lo sapevo!

Cosa sapevi!

Che certe cose non si fanno, che c’è sempre una ragione per ogni cosa!

Che dici?

Questo doveva morire così. E così è morto.

Vuoi dire che…

“Tra le gambe di una bella donna”.

Cazzo, è vero.

L’ultimo dispetto.

L’ultimo sfregio.

L’ultima cosa da figlio di puttana.

Cos’è quel foglio?

Dove?

Nel taschino.

Boh…

“Queste le mie ultime volontà. Se le stai leggendo sei una donna. Dunque quella che mi ha ucciso. Dunque quella che mi ha scopato. Non posso lasciarti nulla in quanto i miei averi me li sono giocati con quelle prima di te. E poi sicuramente non mi torni un cazzo. Porto questo foglio con me da sempre ma lo stai leggendo tu ora perchè se non ho fatto in tempo a nasconderlo significa che sei stata la mia ultima trombata. Non posso ringraziarti perchè tutto sommato mi hai ucciso, anche se nel modo che ho sempre desiderato. E poi ti sarai divertita sicuramente più di me…”.

Ecco, il solito.

Dai, leggi, continua…

“…per questo voglio accomiatarmi da questa vita così come ho vissuto, in orizzontale, con una o più donne intorno e col loro odore addosso. Ringrazio il

mio pubblico…”
Pubblico?

Già sparlava.

“…che mi è sempre stato vicino anche nei momenti più difficili. Una unica disposizione. Sulla lapide mi piacerebbe fosse scritto: qui giace un uomo che

non si è fatto da solo, solo perchè gli piacevano le donne, sennò…”
Un pazzo.

Gran cazzo, sì.

Pazzo, pazzo ho detto!

Ah, scusa.

Che si fa ora?

Chiamiamo un’ambulanza.

Sì, un’ambulanza.

Subito?

Mmmhhh…

Tra un’oretta?

Un paio, dai.

Rigor mortis…

E quando ci ricapita!

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martedì, luglio 15, 2008
La dolcezza della poesia

Ogni tanto scrivo poesie perchè penso che se uno ha qualcosa da dire fa bene a dirle altrimenti gli implodono dentro e poi è un peccato ma quella di scrivere e rendere pubbliche le proprie composizioni credo debba essere una scelta libera e mai mi sognerei di inviare una cosa mia a uno che non me l’ha esplicitamente chiesta e per questo mi girano le palle quando nell’email leggo di gente che mi propone la propria roba e oggi mi scrive uno e mi chiede se mi vada di leggere la sua poesia ma io non lo conosco questo e di leggere roba proprio non mi tiene ma lui è così gentile e non gli rispondo di no così apro l’email e vedo che ha allegato un file .gdf che forse è della guardia di finanza ed un altro .rtf e penso “ma che cazzo, in rtf mandi merda? che sei un cavernicolo?” e insomma questo ha aperto Word anzi Wordpad sono sicuro questo ha aperto Wordpad e si è messo a scrivere la poesia magari mettendo pure i grassetti e vuoi vedere che adesso apro e ci sono i grassetti? e infatti il titolo è in grassetto e questa aspettativa non delusa mi crea un attimo di compiacimento che immediatamente muta in ansia di fondo perchè mi sento violentato nella mia libertà a causa della gentilezza di questo sconosciuto che vuole che io legga la sua cazzo di poesia che so già farà cacarissimo ma lui è così gentile ed io odio la gentilezza perchè la gente la usa come lasciapassare per entrarti nella vita e farti fare cose che tu non faresti mai se ti si chiedessero senza gentilezza e allora penso che la gentilezza è l’oppio dei popoli altro che la religione e se tutti fossero meno gentili ma facessero le cose senza cacare il cazzo ad altri sarebbe sì un mondo perfetto e invece no si insegna la gentilezza a scuola a ringraziare e dire buongiorno e buonasera e mica si insegna a non prendere le tangenti no la gentilezza è il valore e vaffanculo a tutto il resto io te lo posso mettere pure nel culo l’importante è dire “mi scusi” e tu devi pure rispondere “faccia pure” sennò fai la figura del maleducato e allora sono anni che vado predicando il disvalore della gentilezza ma quando lo faccio mi prendono per pazzo perchè certe cose non le puoi dire no la gentilezza è importante e fa stare tutti bene e col sorriso salvo poi renderti conto che è uno star bene solo di facciata una cosa ipocrita e falsissima che ti lascia la consapevolezza che la gentilezza non fa bene all’umanità ma siccome costa poco sacrificio serve a tenere pulita la coscienza e permette che i rapporti umani siano improntati all’ipocrisia ma con i guanti bianchi così tutti contenti perchè si è ricevuto un “grazie” e poco importa se chi te l’ha detto ti ha preso qualcosa che non gli era dovuto e insomma questo stronzo delle poesie mi dice che ha letto le mie di poesie e sono tanto belle e allora pensa di avermi comprato l’anima con due complimenti e penso che dovrei essere più spietato dovrei essere più cinico e menefreghista così quando mi capitano queste cose vado liscio con i vaffanculi ma poi penso che più spietato più cinico più menefreghista di così e andrei in giro con un Uzi a gambizzare le vecchie ed i loro gattini e allora meglio quel po’ di umanità appiccicaticcia che conservo e fanculo leggiamo ‘sta merda di poesia che sarà merda allo stato puro ma il mio potrebbe essere un pregiudizio e magari questo scrive da Dio ed io mi sbaglio e non dovrei essere sempre così sospettoso e invece un cazzo ho ragione perchè comincia così: “lievi montagne…” ed io a lievi montagne già avevo l’espressione di chi sta annusando la merda che dovrà buttar giù e stavo per chiudere ma poi ho tenuto botta e ho continuato: “lievi montagne si stagliano sul mio orizzonte ferito e ripenso alle calli che percorrevo con il mio amore e di gioia si riempie il” e ho chiuso cazzo se ho chiuso non ce l’avrei mai fatta a leggere la frase chiudersi con “cuore” no e allora ho cliccato su REPLY e ho iniziato a buttar giù vagonate di insulti ma tanti e circostanziati e articolati e cattivi come dovevano essere coinvolgendo la poesia e la persona e la famiglia e la mamma in particolare e tutto cio’ che sulla terra possa avere una qualche correlazione con uno che scrive le cose amore-cuore e che parla di calli come se andasse in giro a braccetto con Pascoli e dico io ti guardi intorno? vedi dove cazzo vivi? c’è l’I-Phone e i calli ti vengono sui polpastrelli per gli sms che mandi e le seghe che ti fai perchè non hai una donna brutto coglione ma ora mi sento un po’ vuoto e non perchè abbia esagerato ma perchè la tecnologia ha dei limiti oggi che non consentono tutto quello di cui l’uomo avrebbe bisogno e cioè un feedback visivo immediato nel momento in cui uno apre una email perchè non so cosa pagherei per godere della tragica espressione di quella faccia di cazzo nel momento in cui aprirà la mia risposta e se mi andasse di culo beccherei pure l’attimo del blocco coronarico e susseguente infarto e sarei davvero felice come solo la poesia puo’ rendere un uomo.

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venerdì, luglio 11, 2008
Trascendenza, immanenza

Riflettevo un po’ sul concetto di trascendenza ed immanenza (Il catalogo biancheria intima Yamamay in bagno era tutto appiccicato l’avevo imparato a memoria ormai) e sulla frase di Giordano Bruno, prima che si mettesse a fare il calciatore: secondo lui Dio è “Mens super omnia”* (Mente al di sopra di tutto), che puo’ voler dire che ha un gran cervello. O dice balle colossali.
Secondo Jaspers: “La trascendenza non è esistenza. La trascendenza è se stessa senza bisogno d’altro. L’esistenza sussiste solo in quanto c’è comunicazione”. Questo presupporrebbe l’impossibilità dell’esistenza dove comunicazione non c’è, come può accadere in una esperienza mistica in cui si cerca il proprio io. O nel mio scantinato (nemmeno una tacca sul cellulare) ma io anche laggiù sono abbastanza certo di esistere, dunque Jaspers è in errore. O ha un cellulare migliore del mio.
Una forma di immanentismo è invece nell’idealismo di Hegel, per il quale l’Assoluto, lo Spirito non è contrapposto ai fenomeni, ma è immanente a essi. Da qui la confusione che si crea, soprattutto nei giovani, circa il concetto di Assoluto e di Spirito. Specie il sabato sera**.
Non riesco invece a pensarla come Berkeley, secondo il quale la realtà è un prodotto del soggetto pensante, vuoi per vincoli teleologici che mi impediscono di aderire ad una teoria tanto radicale, vuoi perchè se così fosse avrei realizzato tutt’altro paio di tette per mia moglie.
Escatologicamente parlando poi, se è da ravvisare un fine ultimo alla nostra esistenza, non è possibile abbandonarsi all’idea di “non esistenza” o trascendenza. Non dopo i progressi del principio antropico. Se tutto ha una sua ragione d’essere già solo perchè l’uomo è qui, l’idea stessa di trascendenza perde potenza a favore di una immanenza tutta antropocentrica che rivendica all’uomo, in sè, per sè, un suo lume di “trascendenza immanente”. E questo soprattutto nelle sue manifestazioni più alte quali il pensiero, la teorizzazione, la ricostruzione cognitiva dei fenomeni, la rivalutazione della cinematografia di Bombolo ed Enzo Cannavale.
Dunque la trascendenza è un capitolo chiuso nella storia dell’uomo?

Noi speriamo di sì. Per i motivi su esposti. E anche perchè sarebbero 320 pagine in meno da fare nell’esame di Filosofia II e io c’ho una vita da vivere.
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*Da piccolo pensavo esistesse un supereroe malvagio, con base segreta in un convento di monaci, dal nome Mens Sana, che si divertiva a distruggere l’umanità tramite inglobazione dei corpi, operando però una selezione e scegliendo solo gli esseri umani privi di malattie. Da qui il detto “Mens Sana incorpora i sani”.
**Confondere Assoluto e Spirito con Absolut Vodka è una errore concettuale grave, a detta di Alfred Russel Wallace nel suo “I touched the spirit. And it was good, motherfucker!”.

mercoledì, luglio 09, 2008

Roberta era bellissima, fisico minuto, matematico ora.

Era spesso sola, de tacco e de punta, delicata, pareva emanare riflessi di cristallo. Specie dall’occhio di vetro.

Eterea, ogni suo gesto pareva racchiudere l’infinito, una grazia senza fine. Tipo graziaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa ma ancora più lungo.

A volte, con la sua maestosità, con tutta l’eleganza di questa terra, pareva volesse dire: “Eccomi, daje mo'”. Invece diceva altre cose.

Da quando aveva ripreso a frequentare la sua vecchia fiamma, Renato, ustioni su tutto il corpo. Era l’amore.

Renato con Roberta non aveva niente a che vedere. Grasso, sgraziato. Sbatteva materassi. Di mestiere. Attore softcore.

Insieme, Roberta e Renato, erano Roberta e Renato insieme.

Renato provava per Roberta un trasporto eccezionale: certo, guidare un tir poteva risultare faticoso a volte. Ma Renato lo faceva volentieri, per lei.

Roberta: un mix di avvenenza, eleganza, Brianza che faceva dire alla gente “che ha fatto l’Atalanta?”.

Quando decisero di convolare coninsieme a connozze fecero le cose in grande: al pranzo erano previste decine di portate: sei primi, quattro secondi, otto piazzati.

Sull’altare si sentì poco bene. Vertigini. Si sa, in queste occasioni puo’ capitare. Certo, mettersi in piedi sull’altare proprio durante la cerimonia non aiutava.

Nessuno conosceva la verità: Roberta aspettava. Il pancione la tradiva. Un donnaiolo notevole, quel Renato, nonostante la stazza, chi l’avrebbe detto?

Tra l’altro Roberta aspettava pure un bambino.

Il bambino non tardò ad arrivare: finalmente, quel piccolo pezzo di merda con le fedi…

Iniziata la cerimonia tutto pareva filare liscio, fino a quando…

– Io! – si levò una voce in chiesa.
– Io cosa?! – rispose il prete.

– Io mi oppongo!

– Non è mica un processo!

– Ah, non è il tribunale? Chiedo scusa.

La cerimonia riprese a fatica. Il caldo era opprimente. Roberta svenne una seconda volta.

Un po’ di sali per Roberta, di pepi per Renato e via.

Nel fatidico momento del “se c’è qualcuno a conoscenza di cause che possano impedire questo matrimonio, parli ora o taccia per sempre” di nuovo una voce:

– Io!
[oooooh…] stupore.
– Ancora qua lei? Le ho detto che non è un processo questo.
– Ah, chiedo scusa di nuovo, è che avevo sentito parlare di testimoni…

– Non ha tutti i torti – disse il giudice il prete.

La cerimonia si concluse felicemente. Roberta e Renato erano marito e moglie.

Per regalo di nozze scelsero le Maldive. 129 miliardi di euro per tutto l’arcipelago: un salasso per gli invitati ma si sa, un regalo di nozze costa.

Le bomboniere erano originalissime: dei piumini per spolverare con manico di ceramica. Molto chic. Un oggetto utilissimo, per carità, ma ogni volta faceva un po’ specie sentir dire “abbiamo preso qualcosa che è utile per la casa, non il solito oggettino che sta là a prendere polvere”.

[continua]

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venerdì, luglio 04, 2008
Grazie Graziella

Ecco, quello mi stava là davanti, e io lo sapevo. Si capiva tale e quale che si aspettava un grazie.

Ma perchè? voglio dire, io il “grazie” lo intendo come una parola da dire quando qualcuno fa qualcosa per me. E questo qualcosa non mi è dovuto. Lui si attiva, o non si attiva, comunque pone in essere un atteggiamento, compie un’azione, non la compie quando invece potrebbe, che a me porta un vantaggio.

Allora si deve ringraziare.

Ma se uno mi deve qualcosa, perchè dirgli “grazie”?

Se uno quella cosa la deve fare, per ruolo, per lavoro, per ripagare un debito, allora, perchè ringraziare?

Viene meno il concetto posto alla base del ringraziamento.

Si ringrazia per esplicitare la propria soddisfazione, che deve essere vista come un dono ricevuto, vieppiù inaspettato.

Anzi, se la cosa è dovuta, è chi compie l’azione, restituisce la cosa, pone in essere il comportamento, che dovrebbe ringraziare. Perchè sta assolvendo ad un suo compito, si sta liberando di un peso, sta ripagando un debito.

– Ecco i soldi che ti dovevo. Grazie.
– Prego, sono contento per te che tu ti sia sdebitato.

– Uh, hai ragione, non vedevo l’ora, non sai che peso avere in tasca soldi altrui. Grazie, grazie di accettare di riavere i tuoi soldi.

– Di niente, gli amici servono a questo.

– Vero. Magari un estraneo nemmeno li avrebbe rivoluti indietro. Grazie ancora.
Il “grazie” dunque è da limitare a poche, precise occasioni.

– Ecco Massimiliano, ti regalo quest’automobile.
– Oddio, grazie, e perchè?

– Perchè mi sei simpatico.

– Grazie, grazie! Non ce la facevo piu’ ad andare in bici tutti i giorni! Grazie!
Se dietro c’è un rendiconto le cose già cambiano:

– Ecco Massimiliano, ti regalo quest’automobile.
– Oddio, grazie! Non ce la facevo piu’ ad andare in bici tutti i giorni! Grazie! Ma perchè questo regalo?

– Perchè poi mi devi dare il culo.

– …è che ora mi sono affezionato alla bici…
Il concetto secondo il quale ringraziare è segno di educazione non mi trova d’accordo. L’educazione mi impone di dire “prego” tutt’al più.

– Ecco signore, il vino che ha ordinato.
– …

– Prego.

– Non ho detto “grazie”.

– Ah… pensavo… no… scusi…

– Prego.
E’ un esempio di come possano crearsi situazioni imbarazzanti. Perchè intorno al “grazie” si è oggi generato un insieme di aspettative a mio parere del tutto deviate.
Il ringraziare qualcuno è sintomo di scompenso: mi trovo in difetto. E il minimo che possa fare è sottolineare la mia situazione di inferiorità, ringraziando per il gesto fatto verso di me. Gesto, ripeto, non dovuto.

– Aiuto! Le sabbie mobili!
– Ecco, prenda la mia mano.

– Ma è sicuro?

– Sì, certo, si aggrappi!

– Non vorrei recare disturbo!

– Ma che dice?! Presto!

– E’ che ha una bella camicia pulita…

– Presto! Faccia presto!

– Poi però non dica che non gliel’ho detto.

– Uh, ce l’abbiamo fatta, grazie per avermi salvato. Ma non doveva, sa?
Il punto è che oggi si tende ad usare il grazie un po’ come la monetina data al mendicante: serve non per far sentire bene l’altro ma per sentirci noi piu’ civili. O per rafforzare legami. In ogni contesto.

– …e per quell’appalto… qua c’è un pensierino per l’assessore…
– …l’assessore saprà ringraziare adeguatamente…

– …ne sono sicuro. Intanto ringrazi da parte mia “‘U Turcu” per quel favorino che mi ha fatto…

– ‘U Turcu già me ne ha parlato… si è semplicemente sdebitato per la sua azione di… chiamiamola “pulizia”…

– “Pulizia”, sì, mi pare un termine corretto. Quel giornalista non darà più noia.

– Lo ritengo difficile a venti metri sott’acqua.

– Ahahah, spiritoso anche!

– Grazie! Gentilissimo.

– Ma per carità. Grazie a lei!
Se dico “grazie” sto implicitamente ammettendo una serie di concetti che partono dal constatare la mia situazione di passività nel ricevere qualcosa a me non dovuto alla conseguente posizione di sudditanza per l’aver accettato. Io sono “sotto” il donante. Lui ha il potere di farmi sentire in difetto. Io ora gli devo qualcosa. Il “grazie” non riesce comunque a compensare. Per estensione: potrei arrivare a sentirmi suo schiavo.

– Allora Massimiliano, eccoci qua.
– Eccoci qua.

– Tu avevi chiesto la giovinezza eterna…

– Sì.

– Mi sembra tu sia stato accontentato.

– Sì, ma…

– Ma cosa?

– Non è poi stata eterna se sono qua da te.

– Adesso stai a cavillare…

– Beh, altro che cavillare, io ti ho dato l’anima…

– Ma io ti ho dato una vita di giovinezza.

– Vero, ma non mi sento di dirti grazie. Dopotutto tu hai avuto quel che volevi.

– Se non mi dici grazie significa che non hai apprezzato. E mi dispiace. Pensi che il diavolo non abbia un cuore?

– No no, per carità, io ti ringrazio…

– Ecco… già stava uscendomi una lacrima… con questo zolfo sai come brucia…

– Grazie, grazie ancora… e ti ringrazierei ancora di piu’ se mi togliessi questi aghi dalle ginocchia.

– Non ci penso nemmeno.

– …beh, grazie per l’altra cosa comunque.
Al ristorante, come già visto, il “grazie” trova la sua espressione più malata:

– …e per secondo mi potrebbe portare una tagliata ai funghi? Grazie.
– No.

– …No cosa?

– Non mi va di portarle la tagliata ai funghi. Puzza la tagliata ai funghi. Mi dà fastidio.

– Ma… cosa dice?

– Lei mi ha fatto una domanda. Prima ancora che le dessi una risposta mi ha ringraziato. La trovo una cosa maleducata, come se del mio parere non gliene fregasse niente.

– Ma… che parere?! Io ho ordinato!

– Aaaah, il signore ordina adesso… Non solo… poi prende pure per il culo!

– Ma questo è pazzo! Lei è un cameriere! Io ho fatto un ordine!

– Dunque quella tagliata io gliela DEVO portare. Non ho scelta.

– Certo che non ha scelta!

– E allora perchè me la mette come se potessi scegliere? “Mi potrebbe portare…” E perchè poi mi ringrazia pure?

– Ma… ma… è questione di educazione!

– E le pare che una persona educata si metta ad ordinare a qualcuno di far cose per lui, senza lasciar possibilità di scelta? Mi chieda almeno se la tagliata ai funghi a me non porta problemi!

– Io… io…

– E’ che lei mi vede come uno schiavo, dica la verità. Siccome io sono un cameriere dovrei servirla e riverirla su tutto, vero?

– …

– La prossima volta mi metto un collare, così è più contento, va bene?

– …

– Il “signore” ordina… fai questo… fai quello… e poi butta l’osso, dice “grazie”… ed il cagnolino scodinzola…

– …

– Lei mi fa schifo! Come tutti qua dentro! Tutti a fare i padroni! E poi “grazie!”. Grazie ‘sta cippa.
Inutile dire che io sto col cameriere.

Ero il.
Per tirare le somme potrei dire che un grazie non si nega a nessuno, ma così facendo si snatura l’essenza stessa del ringraziamento, tramutandolo in esercizio di “educazione forzata”.

– Stringe troppo?
– Uh, un pochino, ma non si preoccupi, grazie, va bene lo stesso.

– Ma no, per carità, allentiamo un po’… grazie di avermelo detto…

– Grazie a lei per la gentilezza…

– Ma di niente… OK, APRI LA BOTOLA! [SSSSTACK!]

– Fatto male?

– Nnno… mmma.. il.. il cccollo nn si è s-s-spezz…zato… s-s-soffoco…

– Abbia pazienza, è pur sempre una impiccagione.

– Ha rag… rag…ion…e…, gr…g…r..azzzzz….

– Grazie a lei, buona dipartita!

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mercoledì, luglio 02, 2008
Io, Kasparov

[fonte Wikipedia. Liberamente tratto da]
Garri Kasparov nasce nel 1963 a Baku, capitale dell’Azerbaijan, nota per i suoi pregiati allevamenti (i famosi baku da seta).

Figlio di padre ebreo e di madre nazista, ha un’infanzia difficile (vorrei vedere).

Il padre gli insegna il gioco degli scacchi, dei quali il giovane Garri si rivela un prodigio già all’età di 6 anni, cominciando a succhiare un alfiere in luogo del ciuccio. Il padre, già sotto scacco dalla madre per essere ebreo corregge immediatamente tale comportamento: “già sei ebreo e mezzo zingaro. Se tua madre ti scopre frocio qua sono cazzi. Se devi ciucciare, scegli la regina!”, pare gli abbia detto.

Alla morte del padre, Garri assume il cognome di Kasparov, noto supereroe dei fumetti azerbaigiani.
Il giovane Kasparov viene notato da Mikhail Botvinnik, noto pedofilo del quartiere ed ex campione del mondo di scacchi, che lo invita a entrare nella propria esclusiva scuola di scacchi per bambini particolarmente dotati (pari pari da Wikipedia).

Tra i vari istruttori e studenti di talento figura anche Anatolij Karpov, al quale Kasparov farà il culo anni più avanti.
All’età di 13 anni Kasparov è campione giovanile sovietico. La sua abilità di pensare, analizzare, calcolare e studiare le tattiche scacchistiche dei propri avversari viene esaltata in tutto il mondo. Meno la sua incapacità nell’evitare di scaccolarsi sopra i pezzi durante il gioco (la sua particolare forma di “arrocco”).
Nel 1982, dopo aver vinto il Torneo Internazionale di Mosca, del quale noi italiani non abbiamo notizia in quanto riguardo allo sport il 1982 è associato  immediatamente solo a “campioni del mnondo, campioni del mondo, campioni del mondo”, al Torneo dei Candidati sbaraglia tutti. Entrambi gli avversari, cioè (poche iscrizioni quell’anno).
Durante il Campionato del Mondo, iniziato nel settembre del 1984 a Mosca, inizialmente Karpov la fa da padrone, con le sue 5 vittorie contro nessuna di Kasparov. Poi si distrae dietro ad alcune mignotte russe pare pagate da Kasparov (ma non si sono mai trovate prova al riguardo).
Quando però a Karpov manca solo una partita per vincere, il suo avversario ritorna, cambia strategia, puntando tutto sulla patta: Kasparov mostra il suo “pezzo”, fin lì tenuto ben celato e annienta ogni resistenza.

I due arrivano ad un totale di 30 partite, in tre mesi, senza che Karpov riesca a vincere quell’unica che gli servirebbe per riconfermarsi campione. La tensione psicologica consente a Kasparov di vincere la 32ª partita e, dopo una estenuante serie di 14 patte, anche la 47ª e la 48ª, giungendo così ad un risultato di 5 a 3 per Karpov.
Ma il 25 febbraio 1985, dopo cinque mesi di gioco, Florencio Campomanes, trans brasiliano presidente della Federazione, annulla l’incontro per l’eccessiva durata: “mi ero fatto due palle così – afferma”. La decisione scontenta sia Karpov che non ha la possibilità di vincere quell’ultima partita, sia Kasparov che vede sfumare la propria rimonta. Neppure l’offerta di mostrare la patta pure a Campomanes modifica quella decisione. “Eppure è una bella patta – pare disse Kasparov”. “Non mi tentare, sai che adoro vedere muovere certi pezzi, ma la decisione è presa” – la risposta storica di Campomanes.
Fra il settembre ed il novembre dello stesso anno i due sfidanti si affrontano di nuovo a Mosca, ma stavolta ci sono limiti ben precisi: niente trans e patta ben chiusa.

Il primo che raggiunge i 22,5 centim… punti è il vincitore.
In un susseguirsi estenuante di vittorie e pareggi, i due si ritrovano il 9 novembre 1985 davanti alla 24ª ed ultima partita. Alla 43ª mossa Karpov si arrende urlando “Voidzne Traboniszki!”, che in russo significa “chiudete quella cazzo di porta che entra corrente”, proclamando Kasparov campione del mondo per 13 a 11 e mezza cervicale.
Nella rivincita dell’anno successivo Kasparov batte di nuovo Karpov per un solo punto. Nel 1987 c’è un altro incontro fra i due, molto più sofferto: Kasparov si presenta claudicante per le mazzate ricevute da un pappone albanese; Karpov c’ha ancora la cervicale dell’altra volta. Finisce pari ma questo permette a Kasparov di mantere il suo titolo. Un quinto incontro tra i due ha luogo nel 1990 quando Karpov riesce nuovamente a imporsi come sfidante. Kasparov vince con il punteggio di 12,5-11,5. Il mezzo punto dipende dal fatto che una delle partite fu interrotta per pioggia (pochi fondi quell’anno). Titolo che ha difeso nel 1993 contro Nigel Short (non vi sto a spiegare il motivo del cognome) e nel 1995 contro l’indiano Viswanathan Anand: quest’ultimo incontro si è svolto all’ultimo piano dell’ex World Trade Center, a New York, location poco fortunata, diranno i posteri.
Nel 1996 accetta la sfida contro il computer Deep Blue dell’IBM. Attraverso quest’evento il campione dimostra la superiorità della mente rispetto alla logica del computer. Il mondo intero assiste col fiato sospeso ad ogni mossa del giocatore russo, nell’insolito scontro fra uomo e macchina. Kasparov vince per 4 vittorie a 2. L’anno successivo però perde contro una versione migliorata del Deep Blue, per 3,5 a 2,5. L’anno successivo ancora Kasparov si invaghisce di una calcolatrice Seiko 2347 e intreccia con essa una breve relazione.
Nel 1997 Kasparov apre l’Accademia Internazionale di Scacchi a Tel Aviv, in Israele, con l’intento di avvicinare i giovani al mondo scacchistico, far confrontare le loro esperienze ed individuare eventuali nuovi campioni. Dei kamikaze però non sono d’accordo e decidono di far saltare le scacchiere legando delle miccette alle torri. Sembra che Bin Laden passasse di là e sia stato molto colpito da questa scena.
L’ultimo incontro per il titolo mondiale Kasparov lo disputa, perdendolo, nel 2000 contro Vladimir Kramnik, celeberrimo nemico dell’Uomo Ragno.
Dal 1999 al 2001, per tre anni consecutivi, Kasparov vince il torneo Corus di Wijk aan Zee, un torneo che si svolge nei Paesi Bassi, anche se pare coreano. Memorabile nel torneo del 1999 la sua vittoria con il Bianco contro Topalov, prima mignotta russa del casino imperiale di Mosca.
Il 13 aprile 2007, in seguito a dei tumulti scoppiati a Mosca in piazza Puškin, Kasparov è prima fermato e poi arrestato dalla polizia russa, perché manifestava, insieme ad altri militanti del partito “L’altra Russia”, contro Putin. Kasparov è stato rilasciato dieci ore dopo e in seguito al pagamento di mille rubli di multa (circa 29 euro). E anche questa pare una cazzata ma è vera.
Il 24 novembre 2007 Kasparov viene arrestato a Mosca per aver partecipato ad una manifestazione non autorizzata, organizzata in vista delle elezioni parlamentari russe. La condanna questa volta è a 5 giorni di carcere oppure 12 caramelle Sanagola.
Kasparov insomma a Mosca non stava proprio proprio benissimo.
Oggi si diletta a giocare a scacchi al circolo pensionati di Nova Gorica, riuscendo a tirar su qualche grappino di tanto in tanto.
A Tressette resta una cippa.

Giugno 2008

mercoledì, giugno 25, 2008
Una comunicazione fatta di desideri più che di parole; intenzioni, neppure sgrossate di quella crosta di incertezza. Come vengono, restano. Fotografie. Meno: impronte. Fossili. Calcate, semplici. Ma cariche di presenza. Poco definite, distratte, rapide. Passaggi di quotidianità. Eppure indelebili.
Un’emozione, prima ancora che un’idea. Non sai nemmeno se lo diverrà, idea. Figurarsi parole.

Tu sei là, occhi negli occhi.

Lei.

E tu daresti un braccio per i sottotitoli. Per essere certo. Sapere.

Ma niente.

Allora provi ad interpretare le fossette sulle guance (annuiva? Sorriso? Sì?), il fuggire degli occhi, in terra, ora a cercare protezione in un angolo non troppo distante.

Si arrotola una ciocca fin sulla guancia. Pare dipingere.

Mi trema una gamba.

Somatizzazioni, stomaco.
Cerchi le parole per esprimere. Neppure le migliori. Quel che siano. Ma le emozioni stesse sono confuse. Non sono ancora idee. Non sai nemmeno se lo diventeranno. Figurarsi parole.

Non sai se compartecipare, fare un passo indietro, negare tutto ciò che hai fino a quel momento affermato, alleggerire, rendere grave.

E ti interroghi.
Ed intanto frughi nelle tue esperienze, associ, metti insieme ricordi visivi e reazioni…

– Maria una volta ebbe proprio quell’espressione quando poi…

E sai che non conta, che lei non è Maria, che gli anni non sono quelli, che la panchina è diversa, che quelle sono altre scarpe. Che tu sei maledettamente diverso.
Il tuo prontuario è carta straccia.
Perchè lei ti stordisce.

Perchè Maria non era di quella luce.

Maria era splendida. Tutto qua. D’uno splendido troppo ordinario.

Lei invece è…

Lei invece è…

Ecco, di nuovo. Emozioni che non trovano la strada. Verbi alla fermata dell’autobus, in attesa d’aggettivi.

Non ancora idee. Non lo diventeranno mai. Figurarsi parole.
Che poi si fa presto a scivolare sulla letteratura, di lacci alla luna e “per sempre, amore”.
L’unica strada è nascondermi. L’unica strada è mostrarmi. L’unica strada. Non la conosco.
Mi annienta.
Lei non fa nulla per rendermi così impotente, incapace di gestire. E mi annienta.
Sento, provo un desiderio infinito di nutrirmi di lei, con lei, su lei.

E di nuovo a macerarmi: lei avrà altrettanta fame?

Vorrà condividere con me questo carico, dolcissimo, certo, ma mio, troppo mio?
Insomma amore, capì nun te capisco, parlà nun parli; stai a ride da quanno che semo entrati a’ ristorante; quanno ce portavo Maria se prenneva n’insalatina riccia, 3 euri e passava ‘a paura. Tu ‘nvece te sei magnata Ponzio e Pilato. Tre pprimi, ‘a fiorentina de’n chilo, patane, frutta, dorce, caffè, ammazzacaffè e li mortacci tua. Stavi a dda’ pure na mozzicata ar porpaccio der cammeriere. Si non famo a la romana mejo annà sotto ‘a’n ponte stanotte.