Settembre 2008

lunedì, settembre 29, 2008
Alternative (ma anche Pop, Rock, Funk, Etno…)

– Pensi che sia peggio la troppa convinzione nelle proprie idee o l’indecisione?

– Senza ombra di dubbio o l’una o l’altra.
– E tra lo sforzo di voler conoscere tutto e il piacere dell’apatia?

– Conosco perfettamente la risposta a questa domanda ma ora non me ne frega un cazzo.
– Ritieni che l’uomo sia fatto per il piacere o per provare sofferenza?

– Finisco questa scopata, torno nel polmone d’acciaio e ti rispondo.
– Credi che la tecnologia, queste nuove forme di comunicazione aiutino l’uomo o siano un male?

– Penso nn sn male, anzi ke cmq arrikkiskono il linguaggio ^_^
– Ritieni che le cose debbano comunque sempre essere portate a compimento a prescindere dallo sforzo che necessitano?

– Assolutamente s

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giovedì, settembre 25, 2008
Potenza: non pervenuta. Manco in kw.

Ieri ho visto le previsioni del tempo su RaiUno. Ad un certo punto il pannellone con le temperature minime e massime nelle principali città italiane
– …

– Milano 7/19

– Napoli 13/23

– Palermo 16/26

– Potenza Non Pervenuta
Non pervenuta.

Allora ho pensato: questi avranno una stazioncina meteo in ogni città, c’è uno che prende i dati, una telefonata e alla base raccolgono tutto e danno alla Rai.

Magari Cosimo Barfaglia, di Maratea, che ha vinto un concorso a suo tempo per stare in quel posto, era in ferie e non c’era un Cristo per sostituirlo, per andare a leggere quei dati. E dunque io non posso sapere a Potenza che cazzo di tempo ci fosse.
Non che mi cambi la vita ma per le questioni di principio io…

Allora ho pensato: ma invece di Non Pervenuta, alzare il telefono, prendere un numero a caso di Potenza e chiedere che tempo c’è? Magari non sarà precisissimo, magari sì. Prova. Anzi, cerca bene, trova qualcuno di precisino, di quelli pignoli alla Furio di Magda. Così la prossima volta sai già dove chiamare.

– Pronto, qui è la RAI, parlo con il signor Attilio Speranzeti?

– Signorsì sissignore.

– Cominciamo bene.

– Bene grazie.

– Siccome blablabla, la stazione meteo bla bla bla…

– Guardi il destino… Proprio ieri ho rinnovato la mia personalissima e modesta stazioncina meteo: barometro con visualizzazione ad icone scala di rilevamento da 920 hPa a 1080 hPa, misuratore temperatura esterna con scala di rilevamento da -140 °C a + 259.9 °C, rilevatore punto di rugiada, igrometro 4×4, memorizzazione serie storiche pluviometriche da Assurbanipal ad oggi, bussola galattica, cambio shimano, sei airbag, tacco da dodici.

– Uh, benissimo. Mi saprebbe dire allora che temperatura c’è oggi?

– Le va bene in Celsius?

– Celsius va benissimo grazie.

– No perchè anche in Farenheit… oppure in valori assoluti? Ecco magari su base ottale…

– Celsius.

– Anche se a mio modesto avviso…

– Porco Dio

– 21,12 gradi circa, con approssimazione di…

– [click]
Io Non Pervenuta nel 2008 non lo capisco.

Come se c’avessero i muli per trasportare questi polverosi fascicoloni con i dati da un punto all’altro dello Stivale.

Una telefonata ai carabinieri di Potenza, su:

– Pronto Carabinieri

– Salve, qui è la RAI

– Pronto Carabinieri

– Mi sente?

– [il telefono lo devi girare dell’altra parte, appuntato!] Che? Ah! Pronto Carabinieri

– Pronto, sì, qui è la RAI

– Buongiorno signora Rai, dica

– Volevo un’informazione

– BIP-BIP-BIP [Appuntato, non devi fare il numero, stai già parlando] Ah, sì, dica signora

– Non sono una signora ma comunque: mi potreste dire che temperatura c’è là?

– La temperatura?

– Sì, grazie

– [Maresciallo, qua mi pare che la signora Rai mi prende per il culo! Che faccio, verbale?]

– No no, siccome blablabla, la stazione meteo bla bla bla…

– [Maresciallo, la signora Rai parla una lingua sconosciuta]

– Infatti è italiano

– [Maresciallo, a domanda risponde: è italiano. Non è extracomunitario. Che faccio, l’arresto comunque?]

– Forse non mi sono spiegato: siccome avremmo bisogno di raccogliere dati…

– [Maresciallo, qua stanno facendo qualche cosa di poco chiaro… che faccio, indago?]

– Vabbè, ho capito, chiamerò la polizia…

– Grazie per aver chiamato. Buongiorno.
Polizia.

– Pronto Polizia

– Salve, qui è la RAI

– Pronto Polizia

– Forse ha il telefono girato

– Ah, già, come lo sapeva?

– Intuito. Forse lei aveva anche fatto il concorso dai Carabinieri…

– Esatto! Ma come lo sa?

– Immaginavo.

– Dica.

– Siccome blablabla, la stazione meteo bla bla bla…

– Dove si è consumato il reato?

– Quale reato, la mia è una richiesta di…

– Conosceva la vittima?

– Ma che vittima? Io…

– Le manderei una volante ma sono entrambe fuori.

– Ma che dice?

– In effetti ha ragione, sono qua, non abbiamo la benzina.

– ?

– I tagli alle spese…

– …

– Ma sa che quest’anno non ho potuto nemmeno comprare lo zainetto delle Brats alla mia bambina?

– …

– Uno lavora, lavora e poi si trova così. E l’anniversario?

– L’anniversario?

– L’anniversario di matrimonio: quest’anno nemmeno abbiamo festeggiato in ristorante, non ce lo potevamo permettere… le sembra giusto?

– Ma… io…

– Pure mia madre mi dice sempre che sono un fallito…

– Ehm…

– Mi dica lei come si può andare avanti così…

– Magari trovi un altro lavoro.

– Eh, magari, ma cosa?

– Per esempio, lei sa leggere?

– Ma certo.

– Sicuro?

– Ma cosa dice? Certamente.

– Anche i numeri?

– Anche i numeri, certo.

– Me lo dimostri: c’è un termometro lì da lei?

– Termometro?, beh… no…

– Ecco, vede? Mi sa che mi dice così perchè non sa leggere…

– MA IO SO LEGGERE! Aspetti, un termometro è in macchina… vado a vedere!

– Ok.

– …

– …

– Uff… ecco: sono 22 gradi e…

[click]

– Pronto… PRONTO! Ma come si gira ‘sto telefono… Pronto!
 

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lunedì, settembre 22, 2008
La domenica però cambia in ADAGIO

Paolo suona uno strumento a corde molto particolare. Nel suo campo può essere considerato un maestro, visto che davvero pochi sanno suonare uno strumento come quello. Innanzitutto le corde sono in numero variabile a seconda del tipo, ma generalmente non sono mai più di zero. E poi è piccolo, dalla forma particolare. Assomiglia molto, facciamo un esempio grossolano, giusto per capirci, ad uno di quei cosi che si tengono sul comodino.
Lo strumento produce un suono gradevole, solo che occorre programmare con anticipo l’ora in cui si attiverà. C’è anche un grosso display con dei numeri. E tasti “ON”, “OFF”, “BUZZER”, “ALARM” e “CLOCK” di cui si sono perse le indicazioni circa l’uso ma si pensa fossero utilizzati in passato e conservati oggi per motivi estetici. Se l’esecuzione è corretta alla fine si produrrà un “BIP BIP BIP” tipico degli strumenti a corda di quel tipo.
E’ uno strumento che rende meglio nelle ore del primo mattino ma pochi giurano di aver sentito un’esibizione superiore ai venti secondi e generalmente insieme al suono, il musicista intona sempre una serie di “Noooo… cazzo… noooo…”, intervallati da scansioni del tempo senza ausilio di metronomo del tipo E UNO DUE TRE QUATTRO ALTRI CINQUE MINUTI ED UNO DUE TRE QUATTRO UN ALTRO POCHINO DAI.
Si pensa che questa abitudine prenda le mosse dalla composizione in Fa Maggiore per clavicembalo ben temperato del maestro Klaus Borlowsky, la quale prevede l’intonazione di tali solfeggi ogni cristo di mattina.

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giovedì, settembre 18, 2008
L’avevo pubblicata ma poi ho corretto gli errori e insomma ecco a voi CHICAGO

La Chicago degli anni ’20 era qualcosa di davvero differente da tutte le altre città americane. Ad esempio era diversa da Boston. Per correttezza informativa va detto che anche Boston era diversa, che so, da New York o da Domodossola.

Si respirava un’aria pesante, criminalità, proibizionismo, gangsterismo, priapismo, ma la gente avvertiva comunque un senso di grandi opportunità alle porte.
Nelle scuole di Chicago si studiava l’economia, con la Grande Depressione* alle porte, la storia americana e l’indipendenza coloniale, ma si tralasciava la geografia, ma questo gravissimo problema non era diffuso solo a Chicago ma in tutta la Polonia.
Nella Chicago degli anni ’20 spadroneggiava la figura di Al Capone, vera e propria leggenda nel crimine organizzato. In quello disorganizzato mancava invece una figura di riferimento. Del resto era disorganizzato e perdevano un sacco di tempo per decidere qualsiasi cosa.
Si dice che Capone ammazzò decine di uomini ma una rivalutazione successiva, ad opera dello storico Andrew Caiazzo, rivelò come l’omicidio fosse a quei tempi più una pratica goliardica che altro (la Chicago degli anni ’20 era diversa da qualsiasi altra città, l’abbiamo detto), paragonabile al simpatico rito dell’acido da gettare in faccia alle matricole il primo giorno di scuola.
Quando fu introdotto il proibizionismo esplose il problema dell’approvvigionamento dell’alcol: i baristi dicevano sempre di no, no, e no, che era proibito ma poi te lo davano lo stesso sotto bancone. Anche le ragazze la davano meno, o quantomeno te la facevano pagare di più.
Quando le gang rivali decisero di far fuori Al Capone ingaggiarono un cecchino che avrebbe dovuto sparargli da un balcone, ma la cosa non andò in porto per problemi di doppi sensi:

– Allora, dovrai eliminare questa persona…

– Chi?

– Al Capone.

– Non mi devi insegnare tu dove sparare, voglio sapere solo chi eliminare.

– Al Capone ho detto.

– Me ne frego di quello che hai detto: se voglio gli sparo dritto al cuore, se voglio in testa, certo. Dimmi solo chi.

– Non mi capisci? Ho detto Al Capone!

– Fuck! Mi vuoi insegnare il mestiere?!

– Ma no, sparagli dove vuoi, l’importante è che muoia.

– Oh, così si ragiona. Dimmi solo chi.

– Al Capone.

– Fuck you!
Al Capone alla fine venne incarcerato per motivi fiscali. Lo misero in una cella di un carcere di media sicurezza ma da lì continuava a dirigere i suoi traffici. Quando lo spostarono ad Alcatraz pensò che fosse finita ma si organizzò per una evasione insieme a Clint Eastwood. La cosa saltò all’ultimo momento perchè Clint si invaghì dell’infermiera del carcere e decise di rimanere. Tutti ricorderanno che da questa storia è stato tratto il famoso film “Figa da Alcatraz”**.
La Chicago degli anni ’20 era davvero diversa da tutte le altre città. Anche dalla stessa Chicago degli anni, che so, ’30.

*A proposito di Grande Depressione, nel ’29 questa stravolse davvero le abitudini degli americani, una su tutte: assumere pillole di Xanax molto più grosse.

**Un sequel fu girato molti anni più tardi e narrava la storia del compagno di cella di Eastwood, un italoamericano gay, che decise di fuggire per raggiungere il suo compagno che lo aspettava. Come titolo fu scelto “Le affinità erettive”.
martedì, settembre 16, 2008
Parlare è prima del cielo

Ho scritto una sceneggiatura per un film d’essai, di quelli impegnati, di sperimentazione, nonostante non sia cecoslovacco.

La storia è ambientata in un sobborgo di Berlino, a novembre, sotto un cielo plumbeo, con lo sguardo vitreo.

La protagonista Elga Smolarek, figlia di un mediocre calciatore polacco, tossicodipendente e sieropositiva, si aggira per le vie di questa Berlino grigia, sotto il cielo plumbeo, con lo sguardo vitreo (era lei con lo sguardo vitreo, qua andava quella cosa).

– Elga!

– Franz… ciao…

– Dove vai?

– A cercare un po’ di roba, Franz.

– Roba?

– Sì, ne ho bisogno.

– Si vede che stai male…

– Tanto…

– Che roba vorresti?

– Ma che ne so, qualsiasi cosa…

– Ho delle dichiarazioni dei redditi del 1997 e due porcellini d’india.

– Non proprio “qualsiasi”…

– Vieni con me.
I due si allontanano, mentre una parata di un circo afgano fa la sua comparsa. In testa il mimo, che richiama il pubblico a gran voce ma nessuno lo sente [la scelta di mettere un mimo a ricoprire quella posizione si rivelerà fatale per il circo, ma questo tema verrà sviluppato nel seguito].

Stacco. Una sigaretta gigante viene inquadrata per trentadue minuti.

– Eccoci Elga.

– Bella casa, dai però dammi la roba.

– Potrei darti quello che desideri ma credo sia giunto il momento di parlare.

– Cazzo vuoi parlare, non vedi che sto male?

– Parlare è prima del cielo. [Qui entrambi si voltano lentamente verso la camera].
Ed istantaneamente, effetto dissolvenza, i due si ritrovano su un ramo di una quercia nella campagna di Vladivostock di fine ‘800. Lui è vestito da Zorro e tiene in mano un Amiga 500. Lei ha la parte destra del viso completamente nera, come di vernice e quando parla ha la voce di Aldo Maccione.

– Cosa rappresenta secondo te questa visione?

– Non saprei Franz: forse il confronto, la presa di coscienza che si può vedere bene “the dark side” che ognuno ha dentro di sè solo se si riesce a sublimare il dolore dell’esistenza?

– Esatto.

– Ma allora non dovremmo incoraggiare le visioni proprio con questa presa di coscienza che esiste un anti-io che controlla le nostre esistenze?

– Esatto.

– Pensi allora che tutto questo possa aiutarmi a trovare la mia strada?

– Esatto.

– Non mi stai spiegando nulla però.

– E’ che in questa visione un ramo mi si sta infilando nel culo e non riesco a concentrarmi.
Cambio inquadratura: un consigliere comunale del Volkspartei di Belluno entra in un caseificio pugliese e prende possesso di due forme di caciocavallo rivendicandole come patrimonio della cultura del NordEst. Viene sodomizzato da tre pescatori di Vieste al canto “Uber Alles ciccos’?!”.
Elga e Franz si ritrovano davanti al camino, a sorseggiare un limoncello fatto con limoni di Sorrento. Questo riporta Elga al triste giorno in cui, in viaggio di nozze, trovò suo marito a letto con un’altra donna mentre la radio suonava “Corn’ a’ Surrient”.
D’un tratto appare Dio. Non è solo: ha accanto uno, vestito da poveraccio, che impreca sempre, “porco Giuda” di qua, “porco Giuda” di là. Dio lo chiama “figliolo” ma non si somigliano per niente (somigliare ad un occhio in un triangolo non è facile).

Su Dio si è detto tanto. PerDio non ne parliamo. Ma vederlo là, presente, suscita nei protagonisti, atei, un senso di smarrimento. Elga e Franz restano senza parole. Non lo facevano certo così, strabico. Con un occhio solo poi è ridicolo. Ma soprattutto è la parannanza attaccata al triangolo con su scritto “da Giggi la porchetta dei campioni” a lasciare più d’una perplessità.

Dio lascia ad Elga una bustina e scompare in un batter d’occhio. Il poveraccio invece blatera qualcosa a proposito di trenta denari ed esce sbattendo la porta.

– Cosa c’è nella busta, Elga?

– Vediamo… e’una chiave… c’è anche un biglietto…

– Che dice?

– “La vita è come una scatola di cioccolatini”

– “Non sai mai quello che ti capita”

– L’avevi già letto?

– Visto il film.

– Che dobbiamo fare secondo te, Franz?

– Non saprei Elga… non saprei proprio…
Dissolvenza: un cavallo bianchissimo galoppa su una spiaggia bianchissima: si vede solo la merda che lascia.
Fin.

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lunedì, settembre 15, 2008
Paradossi

Niente.
Non riesco a scrivere niente. Non una parola. Niente niente niente. Una pagina bianca, un cursore che lampeggia, lampeggia! Come a richiedere una mia azione. “Eccomi, sono qua, mi vedi? Yuhuuu! Sto lampeggiando così mi noti meglio”… Ma sì, certo che ti vedo, come potrei non vederti… Lo so, lo so che sei là, che mi osservi, che mi giudichi! Ma che vuoi da me? Che vuoi?! Se potessi certo che scriverei qualcosa, qualsiasi cosa, pur di toglierti da là, pur di riempire con un po’ di nero questo bianco accecante. E’ che non posso! Non posso, lo capisci? Ma che vuoi capire tu, sei solo un cursore che continua a lampeggiarmi in faccia, a prendermi per il culo.
Non ho un’idea degna di questo nome, non riesco a buttar giù una sola parola… Niente.
No, meglio smettere di pensare, vado a dormire, magari domani riesco a scrivere un post. Il titolo ce l’avrei già: “Paradossi”, ma solo questo.

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venerdì, settembre 12, 2008
A Mara terra mia

“La prostituzione in luoghi chiusi non è legale e non è reato…”

11/08/2008 Mara Carfagna

Chi glielo spiega All’aMara che se una cosa non è reato significa che è legale?

Aspe’, ci provo io.

Mara, ascolta, ti faccio un esempio preso così, a caso: se fai un calendario nuda nuda la cosa è legale. Perchè non è reato. Non è punita dalla legge. Non rientra nelle fattispecie codificate tra i reati.

Magari resta un po’ nella sfera di ciò che può essere considerato immorale da qualcuno (bigotti!), amorale da qualcun altro (tanto quanto), del tutto morale da altri ancora (maiali!). Ma non rientrando tra i reati è una cosa legale, che chiunque può fare.

Chiunque. Anche un blogger. Anche un ministro. Addirittura sarebbe legale se fosse una che fa il Ministro delle Pari Opportunità. Magari qualcuno potrebbe dire che non è “opportuno”, Ministro delle pari Opportunità”. Ma non è reato. Dunque è legale.

No, magari così è più chiaro.

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mercoledì, settembre 10, 2008
Ma non era corretto

Ho ordinato un cappuccino al bar.

Ho poteri ecclesiastici anche fuori dalle sedi canoniche.

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martedì, settembre 09, 2008
A volte ti attacchi a tutto pur di litigare

Ok, d’accordo, ti ho rotto lo specchietto. Ma l’ho fatto apposta? Che ne sapevo che lo tenevi dentro la borsa? Vabbè, quando mi chiedi la borsa te la devo porgere e non tirare, ma l’ho fatto delicatamente… e poi volevo ripetere il tiro da tre punti di Kareem… dai che c’era classe… Ma tu sei donna, non puoi capire. E su che era uno scherzoooo… Però quante storie… Oh, è uno specchietto, rilassati! Siediti, respira: è uno S-P-E-C-C-H-I-E-T-T-O! Quanto costa, due euro? E quante storie pure per le scarpe! Ma insomma, ho lavorato come una bestia, sono crollato sul divano e tu TICTICTIC con quei cazzo di tacchi da dodici proprio sotto le orecchie mie? Ovvio che poi uno non ci vede più e sbrocca! E te li stacco sì i tacchi! E te li ricompro, dai… E non mi stare a tirar fuori anche la storia del cane! Non farlo, ti prego, perchè poi penso che davvero tu voglia litigare… alla fine era lui che gironzolava troppo. Io l’avevo anche avvertito, un calcetto quando si faceva più insistente. Ma lui niente. Insomma, mi dispiace, certo, era pur sempre il tuo cane, ma io che avrei dovuto fare? E poi perchè lasci il martello sul tavolino? Voglio dire, pure tu… lo sai che ogni tanto mi prendono i cinque minuti, evita, no? Sì, s’è sporcata un po’ la parete, ma il sangue si lava via, dai… Che pure i tuoi, ma che cazzo pretendevano? Tu pensa, secondo loro avrei dovuto lasciarlo fare, sporcarmi i pantaloni nuovi… Tuo padre ha esagerato, ora te lo dico. E non venirmi a dire che non gli dovevo fare niente perchè, concorderai con me, mica uno si può permettere di insegnarmi come si vive?! E poi, ma che gli ho fatto? Che ci doveva fare col braccio sinistro di così vitale? No, se stiamo a cavillare allora va bene tutto. E un po’ d’ospedale gli farà bene, dai. E non venirmi a dire che uno in coma sta male: quello sente tutto, te lo dico io. Certo, tua mamma invece sentire non può più sentire. Ma secondo me le ho fatto un favore: stare a sopportare quell’uomo era un martirio. Le ho tolto un peso. Ma poi, che ti parlo a fare se non ti muovi da due giorni? Mi vuoi proprio far sentire in colpa, vero? Quattro coltellate non hanno mai ammazzato nessuno, smettila! La solita stronza.

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giovedì, settembre 04, 2008
Che adesso io debba essere spaventato da un buco nero mi pare proprio un paradosso

Tutti stanno scrivendo roba sul fatto che il 10 settembre finirà il mondo a causa del buco nero che il nuovo acceleratore di particelle in Svizzera potrebbe creare*.

La mia preoccupazione principale è di completare la lista del “to do” entro quella data. Ho ancora tante cose da fare e il tempo scarseggia.
My “to do” list:

1) Essere responsabile del casting di un film porno

2) Vincere la lotteria per sistemarmi per il resto della vita [a questo punto, mancando soli otto giorni, andrebbe bene pure un gratta e vinci con premio da 10 euro]

3) Entrare in una cucina di un ristorante cinese e vedere se quello che penso è tutto vero

4) Conoscere le statistiche di vendita di quell’incredibile prosciuttone ricoperto di pepe che si trova negli autogrill

5) Diffondere uno spam mondiale del tipo “enlarge your penis” con la mia foto. Nella casella “after the treatment”, certo

6) Dire a quello con la barbetta che vende la panca ad inversione che la gravità adesso non mi farà più cacare sotto [mi ha tolto il sonno per mesi]

7) Travestirmi da Ratzinger, affacciarmi al balcone in Piazza San Pietro ed annunciare ai fedeli in un’omelia straordinaria che sì, Dio esiste, ma è un altro, si chiama Trabapurna e manda in paradiso solo i pezzi di merda, stupratori e pedofili. Loro, al Vaticano, lo sanno da sempre. Per quello si comportano così

8) Andare dalla figa del liceo a dirle che avevo ragione io quando dicevo che tenerla per sè era una cazzata

9) Andare in giro vestito come Actarus [sono anni in effetti che mi dicono di mettere qualcosa di meno vistoso]

10) Vedere se sotto il burka ci siano davvero donne o se quello che c’è è proprio e solo un fantasmino blu di pacman

*La verità è che il 10 settembre semplicemente si proverà un po’ l’acceleratore, rodaggio, capite… dunque niente buchi neri. Se questi saranno se ne parlerà alle prime collisioni vere, intorno alla fine di ottobre. Ma questo Repubblica non lo sa.

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mercoledì, settembre 03, 2008
Siamo in un vicolo cieco, signora mia…

Dopo aver abbattuto senza alcuna titubanza, i sedili dell’auto decisi che forse sarebbe stato meglio muovermi in treno. Ma arrivato in stazione ebbi l’amara sorpresa di verificare che anche questo era stato, inopinatamente, soppresso.

Non riesco ad immaginare un punto morto superiore.

Agosto 2008

giovedì, agosto 28, 2008
Mutatis mutandis

Guardavo la tv: pubblicità della donna che viene scoperta ad annusare il bucato dalla vicina di casa e mi sono ricordato di una cosa accaduta qualche tempo fa.

Bazzicavo la palestra sita presso la biblioteca comunale, durante la pausa pranzo.

Sempre le stesse persone: casalinghe disperate, prepensionati arzilli, disoccupati tristi e qualche ricchione. Facevo pesi.

Faticavo, facevo la doccia e tornavo ai cazzi miei. Senza quasi mai scambiare una parola con nessuno.

Poi un giorno arriva lui.

Viso pulito, meno alto di me, sorriso che mi lasciava pensare che fosse mezzo frocio. Non riusciva a staccarmi gli occhi da dosso.

Io, moro, sexy e occhi d’ebano. Sì, lui era proprio frocio.

Il fatto è che quel giorno la sala pesi era in manutenzione: io odio lo spinning ma quel giorno era l’unica cosa che si poteva fare. Ero dunque vestito da sollevamento carichi, mica per andare a fare le scampagnate in bici! Ma per non perdere quella giornata e muovermi un po’ decisi di provare quel cazzo di spinning. Mai l’avessi fatto! Al posto dei pantaloncini tecnici che tutti utilizzavano io indossavo un pantalone di tuta in cotone estivo. Non avevo nemmeno il telo per asciugarmi e nemmeno una bottiglietta d’acqua.

Mi trovo già a disagio di mio: odio pedalare! E quello là si sistema sulla bike esattamente di fronte a quella mia. Ma che palle!

Prima di iniziare l’allenamento gli sorrido ma proprio per cortesia, visto che non fa che fissarmi. Ma mi sento in imbarazzo. Lui penso capisca tutt’altro e la mia preoccupazione cresce.

Durante l’allenamento ho dei forti crampi che mi provocano smorfie. Quello pensa che io gli stia sorridendo ancora e ricambia a 180 denti.

Pedalo a ginocchia aperte: irritazione inguinale. Sto curvo sulla schiena e non respiro con regolarità a causa dei crampi. Ogni tanto mi volto a controllare che quello non mi fissi il pacco ma niente: sta là come una vedetta lombarda. Il sudore mi scende sul collo, la maglietta si bagna e quel ricchione si eccita come una gatta in calore. Sono in forte disagio.

Dopo l’allenamento i crampi mi hanno disegnato una forma di paresi sul viso. Che lui continua a scambiare per sorriso.

Ma tu dimmi se uno deve tenere addosso una checca che gli fa gli occhi dolci.
Mi tocco continuamente l’inguine irritato: avrei dovuto usare il pantaloncino con le imbottiture tecniche.

No, restare a casa.

Spogliatoio.

Io sono uno di quelli che nello spogliatoio si sveste velocemente, ma ero completamente bloccato. Per cui quella volta feci davvero piano. Non mi piace parlare con nessuno, nè perdere tempo, ma quella volta quel ricchione mi stava addosso e volevo attaccar bottone con qualcuno per evitare che lui mi rivolgesse la parola. Ma niente, lui si avvicina e comincia a parlare con me. Cristo!

Mi innervosisco.

Mi spoglio cercando riparo dai suoi sguardi.

Mi viene dietro e si vede che è completamente partito.

Lascio la mia mutanda sulla panca e vado sotto l’acqua.

Lo vedo con la coda dell’occhio armeggiare con il suo borsone, ma poi allunga le mano e …

Mi ruba la mutanda!

Pensa di non essere stato visto.

Per evitare danni ulteriori mi trattengo il doppio, il triplo del tempo sotto la doccia. Aspetto che quella checca sparisca.

Non oso immaginare cosa abbia fatto con le mie mutande.

Sicuramente l’avrà annusata in modo lento, morboso.

Ci si sarà ammazzato di pippe.
L’anno prossimo col cazzo che rinnovo l’abbonamento là.

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mercoledì, agosto 27, 2008
Titoli

– E chi sarebbero?

– Sempre quelle, le solite.

– Le solite?

– Sì, le solite.

– E che è successo.

– Sono cadute e si sono fatte male.

– Sempre loro?

– Sempre loro.
TITOLO: Le dolenti note.
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– Ha telefonato Bianca.

– Che dice?

– Che finalmente ci verrà a trovare.

– Ah, che bello. E quando?

– Dice che probabilmente arriverà questa settimana stessa.

– Davvero? Sarà divertente.
TITOLO: In settimana Bianca.
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– Stanno ancora insieme?

– Ti riferisci a Silvano e Laura?

– No no, sapevo che Laura stava con quell’altro, come si chiama…

– Antonio

– Antonio, Antonio Suona, sì.

– No, non più. Si sono lasciati.

– Ah.

– Oddio, lasciati… veramente, ma resti tra noi, si vedono ancora… di nascosto.

– Davvero?

– Già. Non stanno insieme ma… si danno da fare.

– Capisco, capisco.
Titolo: Suona la tromba ancora.
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– E che lavoro fai adesso?

– Diciamo che sono nel giardinaggio.

– Ah, bello.

– Sì, molto. Mi occupo di mantenere vivi e vitali dei magnifici fiori in una grande serra al centro di Roma.

– Meraviglioso.

– Già. Sono fiori particolari: senza cure continue morirebbero. Per me sono come dei figli.
Titolo: Roma, Campo dei Fiori.

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lunedì, agosto 25, 2008
Glandi classici

Sto leggendo un libro consigliatomi dal mio consulente dell’immagine che si intitola: “E tu avresti un consulente dell’immagine?”.

E’ il secondo di una trilogia. Il precedente si intitolava: “Sto leggendo un libro consigliatomi dal mio consulente dell’immagine” e narra la storia di uno che scrive su un blog, raccontando di cose sue, tipo delle sue letture, del fatto di avere un consulente dell’immagine e di come si diverta a creare loop mentali e paradossi per immagini nei post. Il terzo ed ultimo libro di questa trilogia non è ancora uscito ma se ne conosce già il titolo: “Il terzo ed ultimo libro di questa trilogia non è ancora uscito ma se ne conosce già il titolo” e chiuderà la trattazione dell’argomento iniziata nel primo testo.

L’autore del libro si chiama “Adenajos Subaru” e se non vi dice niente è perchè ce l’ha con voi.

Subaru è un’artista a tutto tondo ma sta cercando di perdere peso. Prima faceva il tenore, bravissimo con le scale: Subaru le saliva 4×4.

Ho preso spunto da queste meravigliose letture per iniziare a buttar giù anch’io due righe: la prima l’ho già digerita. Per la seconda ritengo di potercela fare entro ed esco.

Il titolo del mio lavoro? “Può contenere tracce di aracnidi”. Così mi metto al riparo da eventuali problemi di allergie da punture di ragno. Che ci vuole niente e ti ritrovi un supereroe che ti fa causa*.

Ora sto scrivendo il primo capitolo. Lavoro al mio vecchio computer ma non so per quanto funzionerà ancora: è videoterminale.
*Sapevate che un cinese per fare un esperimento si è fatto togliere le papille gustative? Ma… oh, ma ci pensate? Togliere le papille… Ma che gusto c’è?

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venerdì, agosto 22, 2008
Dai, non perdere tempo, APPROFITTA di questa fantastica offerta

Sono le 18. Sto per tornare a casa. Ho voglia di una pizza.

Sotto casa mia da un anno è aperta una grossa pizzeria, parte di una catena. Io non c’ero mai entrato, senza poi nessuna ragione.

Comunque. Parcheggio. Ai tavolini fuori un uomo che legge il giornale (nessuna pizza in mano).

Faccio per entrare ma la porta è chiusa. E’ un giorno feriale. Sono le 18, ripeto.

– E’ chiusa

– Come mai?

– No, perchè il titolare è andato via

– In che senso?

– Siccome a quest’ora c’è poco passaggio ne approfitta e chiude un paio d’ore
Sono stato a lungo a riflettere su questa cosa. Ma non è tanto perchè le 18 di un giorno feriale penso siano il momento migliore per una pizzeria.

No.

La cosa che mi ha colpito è il “ne approfitta”.

“Ne approfitta”.

In che senso?

Penso alle dinamiche mentali di quell’uomo al tavolino (innanzitutto: chi era? Un cliente abituale? un amico? Il titolare in incognito? Un concorrente?) che non solo conosce i fatti ma addirittura avalla la scelta imprenditoriale di chiudere un pizzeria, in un giorno feriale, dalle 17 alle 19. Come abitudine, non una tantum.

Ma soprattutto tira fuori un fantastico “ne approfitta”.

“Ne approfitta”.

Come se lavorare fosse comunque una iattura, un’attività dalla quale affrancarsi il più possibile, riducendone i tempi al minimo indispensabile, approfittando di ogni buco si presenti davanti. Per chiudere. “Approfittando” per fare poi chissà cosa in quelle due ore. Magari andando a fare shopping, ma con meno soldi visto che “approfittarne” pare una consuetudine e così facendo si tira su minga il quattrino.

E soprattutto, chiudi, con la speranza di non incappare in un collega con la stessa abitudine: magari vai dal parrucchiere ma lui “ne ha approfittato” per venire da te a prendersi una pizza. E tutt’e due l’avete preso nel culo.
“Ne approfitta”: ci vedo il massimo spirito dell’italiano fancazzista. Questo prima lavorava alle poste, sicuro. E tra una timbrata e l’altra si cercava ogni minimo ritaglio di tempo per “approfittarne” e fare una pausa.

– Timbrato?

– Sì

– Pure io. Il capo arriva tra dieci minuti. Caffè?

– Vai

– Sono le 10. Pausa?

– Vai
– Esco un attimo a ritirare un plico
– Vado in bagno
– Mangio la mortadella
– Oggi non mi sento bene
– Ho le cose mie
– Mia nonna…
– L’abat-jour…

“Ne approfitta”.
Domani ci torno. Nell’orario giusto. Prendo una pizza e aspetto che lui si distragga un attimo, vada di là. E scappo via.

“Ne approfitto”.

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mercoledì, agosto 20, 2008

3

Cancellò tutto dalla lavagna: le formule erano sbagliate.

– Non hai studiato, vedo. A posto.

– Ma io da grande non voglio fare il clown!

– Perchè Phil? Perchè non vuoi fare il clown? Non vedi che bel mestiere?

– No!

– Ma tutti ti adorano, fai nascere il sorriso, i bambini ti adorano…
Si aggrappò alla roccia con mani che sembravano uncini, un fascio di nervi ed unghie, cercando un Cristo qualsiasi in grado di sostenere il peso o qualcosa che frenasse la caduta senza delegare alla sola corda tutta la responsabilità. Ma niente.

– Veramente ho studiato, mi faccia un’altra domanda.

– Meglio se torni la settimana prossima.

– Ridono! I bambini ridono! Tutti ridono!

– Sì, ridono, è una cosa bellissima, no?

– No!

– Perchè dici così?

– Non devono ridere!

– Come?!
I freni tennero, e tennero bene. Fu solo sbattuto un po’ contro la parete ma dopo qualche secondo all’adrenalina da panico si sostituirono le endorfine da
sollievo. Riuscì a sistemarsi in modo da stabilizzare la posizione e riprese a salire. Le braccia tremavano adesso.

Cordies più sopra neppure s’era reso conto di cosa fosse accaduto: in quel punto la roccia forma una sorta di spuntone che rendeva cieco il passaggio.

L’Annapurna (gli sherpa lo chiamano Morshiadi) su questo passaggio s’era preso undici anime nei quattro tentativi precedenti. Cadute e valanghe. Da queste parti le valanghe sono frequenti. Anche la dodicesima sembrava già sua.

– Ma io sono preparata, davvero!

– Va bene, mi vuoi far vedere qualche dimostrazione?

– Sì.

– Poincarè?

– … eh… Poincarè… sì…

– Ok, comincia pure…

– …

– Quando tu fai lo spettacolo quelli ridono perchè ti prendi i calci!

– Ma sono calci per finta! Sono fatti apposta per far ridere!

– Ma tu non li devi prendere i calci! Sembri debole! Perchè non li tiri tu i calci a ChuChu?

– Vedi, nello spettacolo si recita, ci sono dei ruoli. Il mio ruolo è quello di prendere i calci e ChuChu me li deve tirare… faccio finta di piangere, così, per fare ridere le persone…

– Tutto bene là sotto?

– S…sì, Cristo, sì!

– Fisso dei blocchetti, aspetta…

– Non sono meglio i chiodi?

– Qui no, c’è una fessura perfetta…

– Non te la ricordi…

– Veramente… Poincarè non è…

– Dai, la settimana prossima.

– No! Non mi piace! Le persone ti prendono in giro. Io non voglio!

– Phil, nessuno mi prende in giro… è…

– Io da grande voglio fare come Marcel, che sta fermo, col cappello, e nessuno lo prende in giro. E non piange, nemmeno per finta!

– Ma Marcel è il direttore del circo, lui non sta nello spettacolo e…
All’ultimo campo si parlò a lungo di quella caduta, degli dei degli ottomila, spesso infastiditi da quei goffi, inopportuni insolenti che feriscono le loro
montagne lasciando cicatrici dappertutto. Ed ogni tanto ne puniscono uno, così.

S’era sopra i 7700. Qui l’aria non è più: il sangue qui si fa denso, i movimenti lenti, allucinazioni. Robert l’anno prima s’era denudato completamente in mezzo ai ghiacci. Neppure l’avrebbe ricordato se non fosse stato per l’essersi ritrovato poi senza un alluce.
Si avviò verso il suo banco come una Crista sul Golgota, tra gli sguardi di soddisfazione delle compagne che si stupivano, e gongolavano, nel riconoscere la
fallibilità di Annette in quello che era il suo campo di battaglia.

Stette con gli occhi fissi sul banco per cinque interminabili minuti. Immobile.

Poi si voltò a guardare l’orizzonte, seguendo la linea tracciata dai cavi della corrente che ferivano il lilla delle colline di lavanda e vi andavano a morire dentro.

– Marcel non ride mai, non piange mai. E non fa ridere nessuno. Io non voglio piangere e non voglio ridere più perchè chi piange e ride è debole. Come te!

– Phil, ma che dici?!

– Non voglio ridere! Non voglio piangere! Mai più! Non ti voglio più!

– Ci siamo, dai che ci siamo!

– Non so… il vento sta aumentando… credo stia arrivando una bufera…

– Le previsioni dicono di no.

– Io ti dico quello che vedo.

– Stai tranquillo: quattro ore di sonno e si parte.

Quelle quattro ore divennero sei, e poi otto, e dodici.

La piccola tenda arancione venne più volte ricoperta di neve e tormentata da un vento gelido che rendeva il tessuto una algida lastra rigida.

Si alzò, lenta, mentre l’insegnante spiegava qualcosa circa gli interi negativi.

Un istante.

Nessuno fece in tempo a realizzare.

Nella sua borsa venne ritrovato un biglietto del treno per Manosque, sola andata.

Si voltò con la rapidità che solo un bambino di sette anni può possedere e sparì tra le baracche.

Il padre restò immobile, con gli occhi truccati, sbarrati. Spenti.

– Cos’è questo rumore?

– Una… una valanga!

– Dio, fa’ che non sia…

Lì era andato a vivere il suo ragazzo, la settimana prima.

Diciassette anni sono pochi per un ragazzo che è costretto a seguire i suoi genitori, ragion di stato.

Diciassette anni sono pochi per una ragazza che vede i propri sogni far le valigie.
Quella sera lo spettacolo dei clown fu magnifico: ogni lacrima sembrava vera, troppo vera.

La prima spedizione di soccorso neppure aveva immaginato che fossero stati spazzati ottocento metri più in basso dall’ultima rilevazione satellitare.

Da queste parti le valanghe sono frequenti.
Diciassette anni sono niente.

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lunedì, agosto 18, 2008
Elizabeth

– Mi dispiace! – si affrettò a scusarsi, realmente addolorato.

– Non fa nulla – rispose lui – sono cose che capitano. E poi è solo una goccia sulla manica, neppure si nota…

– Mi scusi, la smacchiamo subito… Elisabeth!

Elizabeth si congedò dai suoi ospiti con un gesto del capo e scivolò elegante verso il centro della sala. Il caffè versato a terra pareva assumere una vaga forma antropomorfa. Un rivolo curvava minaccioso verso il tappeto. Si affrettò a sollevarne il lembo in pericolo. Sparì dietro la porta a vetro della cucina per riuscirne subito dopo armata di straccio. In un istante ogni traccia era sparita.

– Non dovresti bere caffè, lo sai.

– Dai Elizabeth, lascia perdere, sarebbe caduto anche se fosse stato tè.

– Non dico per quello.

– Non è la solita storia che il caffè mi crea uno stato di agitazione?

– Non ti ho detto questo.

– L’hai pensato.

– E poi il tè puoi berlo.

– Deteninato.

– Beh, certo, deteinato.

– Abbiamo fatto questo discorso decine di volte, possibile che si debba riprendere ancora? Tanto sappiamo entrambi come andrà a finire… il medico è stato
chiaro e…

– Smettila! Fai come cazzo ti pare!
Si voltò stizzita. Non riusciva più a sentire quei discorsi da conto alla rovescia. Il movimento nervoso e rapido le fece sollevare la gonna sopra il ginocchio e sparse il suo profumo dolce tutt’attorno. Ray Phillips fu il primo a voltarsi. A seguire l’ingegnere e quello che sembrava il sosia di Elvis, della contabilità – per i nomi sono sempre stato un disastro.

Che ci fosse tensione in casa lo sapevano un po’ tutti. E forse era proprio per quello che avevano accettato l’invito. Quella curiosità morbosa da incidente stradale, quel fare tutto umano di voler essere al centro delle disgrazie. Altrui.

– Bella casa eh?

– Bella, sì, bella…

– Si vede che c’è il tocco di una donna come Elizabeth…

– Beh, certamente… è brava con queste cose…

– Forse ha anche tempo, non lavorando…

– Ah, ha smesso?

– Non lo sapeva, oddio, forse ho fatto una gaffe…

– No no, dica…

– E’ che da quando Stu si è ammalato lei ha deciso di stargli accanto. Ha prima lasciato il lavoro ma non tutto il resto…

– …tutto il resto?

– Sì… oddio, non vorrei aver fatto la seconda gaffe della serata…

– No, ho capito, certo.
Della storia di Elisabeth con il socio di Stu sapevano davvero tutti, al punto che neppure lei ne faceva più tanto mistero. Una volta – si diceva – li videro tutti e tre fare colazione all’IHOP di Jonesboro. Dicerie, sicuramente. E poi lei odiava il pancake.

Vomitava addosso al destino tutta la frustrazione di non essere stata capace di lasciarlo quando stava ancora bene. Adesso non avrebbe potuto, non senza alimentare quelle voci che la dipingevano come senza cuore.

Eppure l’amore di Elizabeth per Hammond era reale, profondissimo, quasi una venerazione per l’uomo che era riuscito a farle tornare la voglia di assaporare la vita.

A volte i sogni si infrangono proprio sul limine della loro realizzazione. E così stava accadendo per la storia tra Hammond ed Elizabeth, anch’essa in crisi. Perchè ad entrambi sembrava di stare dalla parte sbagliata. Ad entrambi pareva di mordere carni morenti.
Capita così: credendo di dover rispettare un’etica, poi tutta preconfezionata ad uso e consumo del vicino, ci si priva di una felicità costruita minutamente, pazientemente, con dedizione e passione. Ed il castello vien giù da sè. Senza un motivo.
Ed è questo, in fondo, il peccato originale di cui rendere conto a Dio.

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lunedì, agosto 18, 2008
Però ci farei la mole.
Valeria è grassa.

E allora tanto Vale…

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venerdì, agosto 01, 2008
Uno che si mangia le parole, è più facile che poi si rimangi la parola?
L’usare l’arma dialettica, seppure fosse corretto chiamarla così (e faccio presente che la pioggia iniziava a farsi insistente), non aveva niente a che vedere con una situazione di quelle nelle quali ciascuno crede di esserci dentro. E lui cosa ci va a vedere? Dico io, pare una cosa possibile? Puoi girarla come ti pare – dissi – ma non è quello il punto.
Potevo anche chiudere là, lasciarlo decifrare, vederlo provarci almeno, immerso in una forma di gnosi come la spiegherebbe Pétrement, o, meglio, come quando entra quella lama di luce dalle tapparelle e tu giochi a guardare che fine facciano quei grani di polvere senza peso. Li avrei potuti chiamare “difetti di linea”. Che magari ti danno lo stesso effetto dei raggi di una ruota.
Una situazione, detta così, apparentemente chiarissima, per entrambi, tanto che quella dell’inverno precedente pareva essere una storia su un piano completamente diverso. E la pioggia, la pioggia, sempre più fitta. Non so come dire… ecco, faccio un paragone: hai presente quello stridìo di gomme in curva, che un po’ dà anche gusto? Ecco, simile. La sensazione, intendo. Oddio, simile fino ad un certo punto, perchè là si stava parlando di cose serie, non che tutti gli altri non avvertissero la stessa importanza. Anzi, ad un osservatore esterno magari poteva sembrarlo ancor meno.
Parlarne nemmeno a pensarci. Esplicitamente, voglio dire. Insomma, come il cane che si morde la coda: una continua tensione tra causa ed effetto. Avrei potuto chiudermi, alzare un muro, farmi rimbalzare, scegliere la strada. Oppure assecondare. D’una passività cinica che nemmeno Senaris.
Le ultime vacanze le avevo trascorse esattamente allo stesso modo, e sembrava ci fossero, se non tutte, almeno per una grossa parte. Che poi, ragione alla mano, hai sempre la possibilità di lasciar perdere. Ma la forza? La forza? Se non è tutto proprio in quelle parole, cosa allora? Ecco, faccio un esempio per capire meglio, banale forse: stai di fronte ad un pizza, ok? Magari è proprio in quel momento che accade. Quelli colti lo chiamerebbero “creep primario” ma non vogliuo stare a complicare cose tanto semplici e cristalline, so che mi capite. Insomma, tu non c’eri. Ma anche se fosse accaduto ad un altro, cosa ne sarebbe venuto? No, dico, non te l’aspetti. E nemmeno puoi far finta di niente. Voglio dire, e se non sei solo? Se ti frughi nelle tasche e scopri che tutto quello che potrebbe aiutarti in realtà è rimasto a casa? Oppure, ancora peggio, ecco, questo dovrebbe chiarire: senti da lontano abbaiare. No, dico, sarà capitato a tutti, no? Quell’abbaiare cupo. Proprio quando sta per finire poi. Cosa avverti? Prova a pensarci, in quel momento. Ma di più, si realizza? Prova ad essere onesto con te stesso: credi davvero che accada?
E ti ritrovi a scrivere di queste cose, cercare di trasmettere al lettore le stesse tue emozioni. Ma soprattutto, guidarlo attraverso le strade di ciascuno degli elementi di cui sopra. Ed aveva anche smesso di piovere.
E credo, se non altro, di possedere la capacità di essere sempre, assolutamente chiaro.

Luglio 2008

mercoledì, luglio 30, 2008

Se è specificato “vivi”…

…dove cazzo sta lo scaffale degli yogurt con i fermenti lattici morti?

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martedì, luglio 29, 2008
Spam Spam Spam

Mi dicono che le mie email finiscono sempre dritte nello spam e non ne capisco la ragione.
UPDATE: mi suggeriscono di modificare la firma ma io non credo possa essere quella la ragione. E poi sono molto affezionato al mio: “VVIIAAGGRRAA… Queste Pillole vi rendera felici. Ordinare on-line e ricevere la medicina contro malattie sex molto rapidamente”. Mi sembra originale.

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lunedì, luglio 28, 2008
lo praticamente non capiva che c’erano pr

lora chiamo col cellulare e lui risponde ma lo fa troppo rapidamente e si sa che quando rispondi così rapidamente dall’altra parte può capitare che non arrivi niente e infatti io sento a malapena un “to” e capisco che forse poteva essere un “pronto” ma potrei essermi sbagliato e potrebbe essere stato un “gelato” oppure un “Pluto” o un “rinoceronto” con refuso insomma non dico niente e aspetto che quello mi scandisca di nuovo un “pronto” e così accade ma il secondo “****to” è più forte del primo quasi un tono alterato e non che il primo l’avessi sentito completamente (ne ho appena parlato) ma posso ragionevolmente ritenere che la parte iniziale di quel primo “to” qualora fosse stata “pron” e non “gela” nè “rinoceron” avesse un tono meno carico insomma il secondo “to” era con un tono un po’ più forte quasi offeso ma questo capita praticamente sempre anzi anche a me che quando rispondo “pronto” (perchè io rispondo sempre “pronto”, raramente rispondo “gelato” e meno ancora “pluto” praticamente mai “rinoceronto”) e se nessuno dall’altra parte risponde mi viene subito da alzare un po’ la voce come se urlando il telefonino trasmettesse meglio ed allora penso che la nostra società sia un po’ animista se pensiamo che un oggetto tecnologico funzioni meglio quando la nostra stessa volontà di farlo funzionare meglio sarà in grado di farlo funzionare meglio (qui ho usato diverse ripetizioni ma mi sembrava utile per capire bene anche se le ripetizioni ammazzano la scorrevolezza e cerco di non abusarne praticamente mai mai mai mai mai) e allora quello dall’altra parte urla ancora più forte ****TO! ma una scarica mi impedisce di sentire nuovamente le prime lettere di quella parola e continuo a tacere, non sapendo con certezza cosa l’interlocutore mi abbia detto e non statemi a dire che sicuramente era un “pronto” perchè è su queste cose che poi giocano gli avvocati quando ti devono mandare in galera e ancora una volta quello dice un ****TO! ancora con una scarichetta all’inizio ma a questo punto frega niente della scarichetta perchè mi ritengo offeso dato che è come se quello là pensasse di avere a che fare con un deficiente ed io al posto suo avrei detto un qualcosa tipo “PRONTOPRONTOPRONTO” perchè così è sicuro che pure con la scarichetta un pronto ti arriva ma lui a queste sottigliezze non solo non ci arriva ma mi fa sordo o deficiente o both e dico io ma che ti pare il caso di urlare così? manco stessi al mercato ma poi penso che io che cazzo ne so quello dove sta e magari proprio al mercato si trova tipo al banchetto dei formaggi e dietro c’ha uno che gli urla ROBBABBUONAROBBABUONA ma pure se fosse non lo legittima a urlarmi così in faccia nè a pensare che io sia sordo o deficiente e allora continuo a stare zitto perchè è diventata una questione di principio e non gli voglio dare soddisfazione nè attaccare e lui al quinto “***TO!” sempre più incazzato chiude la conversazione con un “CRISTO!” ed allora capisco cosa fossero tutti quei “****TO!” che era uno che imprecava fin dall’inizio e allora ho fatto bene a non rispondergli che poi dici l’educaz

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martedì, luglio 22, 2008
I miei primi novant’anni

– Ero un ghepardo! Il più bello di tutti!
– Sì, un ghepardo, dai, riposa, stai giù…

– E ballavo pure la mazurka. Meglio di Messner!

– Va bene…

Pensa tu, è stato tutto il giorno davanti l’acquario.

Beh, magari ama la natura…

Sicuramente. Il punto è che quando gli ho detto “ma perchè passi tanto tempo a fissare l’acquario?” sai cosa mi ha risposto?

Cosa?

“Ah, è un acquario! Per quello non succedeva mai un cazzo.”

Non sta bene per niente.

No. E il giorno prima è stato il turno della lavatrice. Diceva che era coinvolgente.

Anche quella l’ha scambiata per una tv?

Già. E’ da dire che la manopola “PROGRAMMI” non aiutava certo…

Beh, con la sua confusione in effetti… Comunque dovresti portarlo un po’ fuori.

Tu che pensi, un po’ di mare gli farebbe bene?

Perchè no. riviera… ci sono tante badanti rumene che portano vecchi incartapecoriti… tu non devi nemmeno spingerlo… quello viene volentieri con te.

– Ehi, voi due, che fate stasera?
– Eccolo qua… dai, non ti affaticare…

– Ma che affaticare! Io, io, io…

– E sempre io io io… dai, stai giù.

Ma ti ricordi com’era?

E sì che me lo ricordo… spaccava il mondo.

Veramente più le palle.

Più le palle, sì.

Però era vivo, insomma, come dire… ti accorgevi che c’era.

Quello sicuro.

E adesso…

Per fortuna non si rende conto…

Per fortuna. Anzi, secondo me se avesse un attimo di lucidità la farebbe finita.

E’ quello che ha sempre detto in effetti.

Secondo te come sceglierebbe di morire?

Mi pare di averlo sentito una volta parlare di come morire con lo scarico del gas dell’auto fosse la morte migliore.

Davvero?

Sì. Ma poi aggiunse che non l’avrebbe mai fatto.

La vita trionfa sempre.

No, mica per quello. E’ che poi gli avrebbero puzzato i vestiti.

Sempre lo stesso.

Già.

Ed ora…

– Dov’è la mia corona? Chi cazzo ha preso la mia corona?!
– E’ di là, dai, dopo la prendiamo… la corona… pure la corona…

La cosa che più mette tristezza è che diceva sempre che pensava di morire giovane.. “tra le gambe di una bella donna”.

Questa me la ricordo pure io. Gliela predisse un vecchio quando lui era sulla trentina… pieno di donne, diceva…

Già.

Previsione sballata.

Già. Sballata.

– E voi due signorine, che ci fate in Thailandia?
– Ecco, la Thailandia.

– Quanto siete belle. Lo sapete che io mi trombo quelle come voi a tre a tre? Oppure quelle sono le pasticche per andare al cesso… non mi ricordo…

– Dai, stai giù, riposa…

– Ma io non sono stanco. Tutto il Tour de France mi farei. Anzi, me lo sono fatto. Ieri. Tutto. Ho vinto.

Il solito megalomane, lo vedi come fa? Sempre tutto lui.

Però è divertente, dai. A novant’anni è davvero arzillo…

Beh, fisicamente non si discute. Ci metterei la firma io a vedere mio marito arrivare in queste condizioni a quell’età.

Sai che l’altra sera l’ho anche visto… là sotto?

Dai, non scherzare!

Giuro. Quando l’ho messo a letto.. ed era… oddio…

Cosa?

Mi vergogno un po’.

Dì.

Beh, era… ben fornito.

Ma dai!

Ti assicuro che là sotto sta ancora molto bene.

Sei la solita assatanata.

Se non ci credi controlla tu!

Ma smettila!

E dai! Tanto chi se ne accorge…

Oddio, mi stai mettendo una curiosità…

E guarda!

Oh cazzo!

Hai visto? Te l’avevo detto.

Ma è sorprendente!

Pure io ci sono rimasta.

Ma l’hai toccato?

Uh, beh…

L’HAI TOCCATO!

S-sì, ma poco…

E com’era com’era?

Diciamo che… funzionava. Bene.

– Io sono stato campione del mondo di scacchi! E pure di morra cinese!
– Sì, va bene, stai calmo dai, dormi.

Insomma, il vecchietto funziona ancora bene, accidenti.

Pensi che reggerebbe a…

Ma che stai dicendo?!

Niente, per dire…

Oddio, però…

Però…

Che dici…

Naaaa… ma che siamo pazze?

Dai, hai ragione… che pazzia…

Già…

Già…

Io ci provo.

Dai!

– Oh, mi sembra di ricordare qualcosa ma adesso non so cosa…
– Dormi, è solo un sogno…

– Un sogno, sì… però… roba di femmine nude…

– Femmine nude sì, sogna le femmine nude…

– Io ho avuto più di centocinquanta donne… Anzi, centocinquantamila. Anzi…

– Eh… ad-adesso… fanno… cent-cent-centocinquantuno…

– E centocinquantadue!

– Aaaaaah!

– Aaaaaah!

Oddio che roba!

L’abbiamo fatto, non ci posso credere! Con un vecchio!

Dio che vergogna!

Non lo deve sapere nessuno.

Nessuno.

– Ehi giovanotto, mi raccomando: è stato tutto un sogno, capito?

– Ehi, parlo con te, hai sentito?

Forse dorme.

Oddio, non respira!

Non respira?!

No!

Madonna santa! E’ morto?

Sì!

No! E’ morto! Cazzo cazzo cazzo!

Cazzo! E adesso!

Cazzo cazzo cazzo!

Smettila di dire cazzo!

Scusa ma…

Lo sapevo, lo sapevo!

Cosa sapevi!

Che certe cose non si fanno, che c’è sempre una ragione per ogni cosa!

Che dici?

Questo doveva morire così. E così è morto.

Vuoi dire che…

“Tra le gambe di una bella donna”.

Cazzo, è vero.

L’ultimo dispetto.

L’ultimo sfregio.

L’ultima cosa da figlio di puttana.

Cos’è quel foglio?

Dove?

Nel taschino.

Boh…

“Queste le mie ultime volontà. Se le stai leggendo sei una donna. Dunque quella che mi ha ucciso. Dunque quella che mi ha scopato. Non posso lasciarti nulla in quanto i miei averi me li sono giocati con quelle prima di te. E poi sicuramente non mi torni un cazzo. Porto questo foglio con me da sempre ma lo stai leggendo tu ora perchè se non ho fatto in tempo a nasconderlo significa che sei stata la mia ultima trombata. Non posso ringraziarti perchè tutto sommato mi hai ucciso, anche se nel modo che ho sempre desiderato. E poi ti sarai divertita sicuramente più di me…”.

Ecco, il solito.

Dai, leggi, continua…

“…per questo voglio accomiatarmi da questa vita così come ho vissuto, in orizzontale, con una o più donne intorno e col loro odore addosso. Ringrazio il

mio pubblico…”
Pubblico?

Già sparlava.

“…che mi è sempre stato vicino anche nei momenti più difficili. Una unica disposizione. Sulla lapide mi piacerebbe fosse scritto: qui giace un uomo che

non si è fatto da solo, solo perchè gli piacevano le donne, sennò…”
Un pazzo.

Gran cazzo, sì.

Pazzo, pazzo ho detto!

Ah, scusa.

Che si fa ora?

Chiamiamo un’ambulanza.

Sì, un’ambulanza.

Subito?

Mmmhhh…

Tra un’oretta?

Un paio, dai.

Rigor mortis…

E quando ci ricapita!

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martedì, luglio 15, 2008
La dolcezza della poesia

Ogni tanto scrivo poesie perchè penso che se uno ha qualcosa da dire fa bene a dirle altrimenti gli implodono dentro e poi è un peccato ma quella di scrivere e rendere pubbliche le proprie composizioni credo debba essere una scelta libera e mai mi sognerei di inviare una cosa mia a uno che non me l’ha esplicitamente chiesta e per questo mi girano le palle quando nell’email leggo di gente che mi propone la propria roba e oggi mi scrive uno e mi chiede se mi vada di leggere la sua poesia ma io non lo conosco questo e di leggere roba proprio non mi tiene ma lui è così gentile e non gli rispondo di no così apro l’email e vedo che ha allegato un file .gdf che forse è della guardia di finanza ed un altro .rtf e penso “ma che cazzo, in rtf mandi merda? che sei un cavernicolo?” e insomma questo ha aperto Word anzi Wordpad sono sicuro questo ha aperto Wordpad e si è messo a scrivere la poesia magari mettendo pure i grassetti e vuoi vedere che adesso apro e ci sono i grassetti? e infatti il titolo è in grassetto e questa aspettativa non delusa mi crea un attimo di compiacimento che immediatamente muta in ansia di fondo perchè mi sento violentato nella mia libertà a causa della gentilezza di questo sconosciuto che vuole che io legga la sua cazzo di poesia che so già farà cacarissimo ma lui è così gentile ed io odio la gentilezza perchè la gente la usa come lasciapassare per entrarti nella vita e farti fare cose che tu non faresti mai se ti si chiedessero senza gentilezza e allora penso che la gentilezza è l’oppio dei popoli altro che la religione e se tutti fossero meno gentili ma facessero le cose senza cacare il cazzo ad altri sarebbe sì un mondo perfetto e invece no si insegna la gentilezza a scuola a ringraziare e dire buongiorno e buonasera e mica si insegna a non prendere le tangenti no la gentilezza è il valore e vaffanculo a tutto il resto io te lo posso mettere pure nel culo l’importante è dire “mi scusi” e tu devi pure rispondere “faccia pure” sennò fai la figura del maleducato e allora sono anni che vado predicando il disvalore della gentilezza ma quando lo faccio mi prendono per pazzo perchè certe cose non le puoi dire no la gentilezza è importante e fa stare tutti bene e col sorriso salvo poi renderti conto che è uno star bene solo di facciata una cosa ipocrita e falsissima che ti lascia la consapevolezza che la gentilezza non fa bene all’umanità ma siccome costa poco sacrificio serve a tenere pulita la coscienza e permette che i rapporti umani siano improntati all’ipocrisia ma con i guanti bianchi così tutti contenti perchè si è ricevuto un “grazie” e poco importa se chi te l’ha detto ti ha preso qualcosa che non gli era dovuto e insomma questo stronzo delle poesie mi dice che ha letto le mie di poesie e sono tanto belle e allora pensa di avermi comprato l’anima con due complimenti e penso che dovrei essere più spietato dovrei essere più cinico e menefreghista così quando mi capitano queste cose vado liscio con i vaffanculi ma poi penso che più spietato più cinico più menefreghista di così e andrei in giro con un Uzi a gambizzare le vecchie ed i loro gattini e allora meglio quel po’ di umanità appiccicaticcia che conservo e fanculo leggiamo ‘sta merda di poesia che sarà merda allo stato puro ma il mio potrebbe essere un pregiudizio e magari questo scrive da Dio ed io mi sbaglio e non dovrei essere sempre così sospettoso e invece un cazzo ho ragione perchè comincia così: “lievi montagne…” ed io a lievi montagne già avevo l’espressione di chi sta annusando la merda che dovrà buttar giù e stavo per chiudere ma poi ho tenuto botta e ho continuato: “lievi montagne si stagliano sul mio orizzonte ferito e ripenso alle calli che percorrevo con il mio amore e di gioia si riempie il” e ho chiuso cazzo se ho chiuso non ce l’avrei mai fatta a leggere la frase chiudersi con “cuore” no e allora ho cliccato su REPLY e ho iniziato a buttar giù vagonate di insulti ma tanti e circostanziati e articolati e cattivi come dovevano essere coinvolgendo la poesia e la persona e la famiglia e la mamma in particolare e tutto cio’ che sulla terra possa avere una qualche correlazione con uno che scrive le cose amore-cuore e che parla di calli come se andasse in giro a braccetto con Pascoli e dico io ti guardi intorno? vedi dove cazzo vivi? c’è l’I-Phone e i calli ti vengono sui polpastrelli per gli sms che mandi e le seghe che ti fai perchè non hai una donna brutto coglione ma ora mi sento un po’ vuoto e non perchè abbia esagerato ma perchè la tecnologia ha dei limiti oggi che non consentono tutto quello di cui l’uomo avrebbe bisogno e cioè un feedback visivo immediato nel momento in cui uno apre una email perchè non so cosa pagherei per godere della tragica espressione di quella faccia di cazzo nel momento in cui aprirà la mia risposta e se mi andasse di culo beccherei pure l’attimo del blocco coronarico e susseguente infarto e sarei davvero felice come solo la poesia puo’ rendere un uomo.

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venerdì, luglio 11, 2008
Trascendenza, immanenza

Riflettevo un po’ sul concetto di trascendenza ed immanenza (Il catalogo biancheria intima Yamamay in bagno era tutto appiccicato l’avevo imparato a memoria ormai) e sulla frase di Giordano Bruno, prima che si mettesse a fare il calciatore: secondo lui Dio è “Mens super omnia”* (Mente al di sopra di tutto), che puo’ voler dire che ha un gran cervello. O dice balle colossali.
Secondo Jaspers: “La trascendenza non è esistenza. La trascendenza è se stessa senza bisogno d’altro. L’esistenza sussiste solo in quanto c’è comunicazione”. Questo presupporrebbe l’impossibilità dell’esistenza dove comunicazione non c’è, come può accadere in una esperienza mistica in cui si cerca il proprio io. O nel mio scantinato (nemmeno una tacca sul cellulare) ma io anche laggiù sono abbastanza certo di esistere, dunque Jaspers è in errore. O ha un cellulare migliore del mio.
Una forma di immanentismo è invece nell’idealismo di Hegel, per il quale l’Assoluto, lo Spirito non è contrapposto ai fenomeni, ma è immanente a essi. Da qui la confusione che si crea, soprattutto nei giovani, circa il concetto di Assoluto e di Spirito. Specie il sabato sera**.
Non riesco invece a pensarla come Berkeley, secondo il quale la realtà è un prodotto del soggetto pensante, vuoi per vincoli teleologici che mi impediscono di aderire ad una teoria tanto radicale, vuoi perchè se così fosse avrei realizzato tutt’altro paio di tette per mia moglie.
Escatologicamente parlando poi, se è da ravvisare un fine ultimo alla nostra esistenza, non è possibile abbandonarsi all’idea di “non esistenza” o trascendenza. Non dopo i progressi del principio antropico. Se tutto ha una sua ragione d’essere già solo perchè l’uomo è qui, l’idea stessa di trascendenza perde potenza a favore di una immanenza tutta antropocentrica che rivendica all’uomo, in sè, per sè, un suo lume di “trascendenza immanente”. E questo soprattutto nelle sue manifestazioni più alte quali il pensiero, la teorizzazione, la ricostruzione cognitiva dei fenomeni, la rivalutazione della cinematografia di Bombolo ed Enzo Cannavale.
Dunque la trascendenza è un capitolo chiuso nella storia dell’uomo?

Noi speriamo di sì. Per i motivi su esposti. E anche perchè sarebbero 320 pagine in meno da fare nell’esame di Filosofia II e io c’ho una vita da vivere.
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*Da piccolo pensavo esistesse un supereroe malvagio, con base segreta in un convento di monaci, dal nome Mens Sana, che si divertiva a distruggere l’umanità tramite inglobazione dei corpi, operando però una selezione e scegliendo solo gli esseri umani privi di malattie. Da qui il detto “Mens Sana incorpora i sani”.
**Confondere Assoluto e Spirito con Absolut Vodka è una errore concettuale grave, a detta di Alfred Russel Wallace nel suo “I touched the spirit. And it was good, motherfucker!”.

mercoledì, luglio 09, 2008

Roberta era bellissima, fisico minuto, matematico ora.

Era spesso sola, de tacco e de punta, delicata, pareva emanare riflessi di cristallo. Specie dall’occhio di vetro.

Eterea, ogni suo gesto pareva racchiudere l’infinito, una grazia senza fine. Tipo graziaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa ma ancora più lungo.

A volte, con la sua maestosità, con tutta l’eleganza di questa terra, pareva volesse dire: “Eccomi, daje mo'”. Invece diceva altre cose.

Da quando aveva ripreso a frequentare la sua vecchia fiamma, Renato, ustioni su tutto il corpo. Era l’amore.

Renato con Roberta non aveva niente a che vedere. Grasso, sgraziato. Sbatteva materassi. Di mestiere. Attore softcore.

Insieme, Roberta e Renato, erano Roberta e Renato insieme.

Renato provava per Roberta un trasporto eccezionale: certo, guidare un tir poteva risultare faticoso a volte. Ma Renato lo faceva volentieri, per lei.

Roberta: un mix di avvenenza, eleganza, Brianza che faceva dire alla gente “che ha fatto l’Atalanta?”.

Quando decisero di convolare coninsieme a connozze fecero le cose in grande: al pranzo erano previste decine di portate: sei primi, quattro secondi, otto piazzati.

Sull’altare si sentì poco bene. Vertigini. Si sa, in queste occasioni puo’ capitare. Certo, mettersi in piedi sull’altare proprio durante la cerimonia non aiutava.

Nessuno conosceva la verità: Roberta aspettava. Il pancione la tradiva. Un donnaiolo notevole, quel Renato, nonostante la stazza, chi l’avrebbe detto?

Tra l’altro Roberta aspettava pure un bambino.

Il bambino non tardò ad arrivare: finalmente, quel piccolo pezzo di merda con le fedi…

Iniziata la cerimonia tutto pareva filare liscio, fino a quando…

– Io! – si levò una voce in chiesa.
– Io cosa?! – rispose il prete.

– Io mi oppongo!

– Non è mica un processo!

– Ah, non è il tribunale? Chiedo scusa.

La cerimonia riprese a fatica. Il caldo era opprimente. Roberta svenne una seconda volta.

Un po’ di sali per Roberta, di pepi per Renato e via.

Nel fatidico momento del “se c’è qualcuno a conoscenza di cause che possano impedire questo matrimonio, parli ora o taccia per sempre” di nuovo una voce:

– Io!
[oooooh…] stupore.
– Ancora qua lei? Le ho detto che non è un processo questo.
– Ah, chiedo scusa di nuovo, è che avevo sentito parlare di testimoni…

– Non ha tutti i torti – disse il giudice il prete.

La cerimonia si concluse felicemente. Roberta e Renato erano marito e moglie.

Per regalo di nozze scelsero le Maldive. 129 miliardi di euro per tutto l’arcipelago: un salasso per gli invitati ma si sa, un regalo di nozze costa.

Le bomboniere erano originalissime: dei piumini per spolverare con manico di ceramica. Molto chic. Un oggetto utilissimo, per carità, ma ogni volta faceva un po’ specie sentir dire “abbiamo preso qualcosa che è utile per la casa, non il solito oggettino che sta là a prendere polvere”.

[continua]

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venerdì, luglio 04, 2008
Grazie Graziella

Ecco, quello mi stava là davanti, e io lo sapevo. Si capiva tale e quale che si aspettava un grazie.

Ma perchè? voglio dire, io il “grazie” lo intendo come una parola da dire quando qualcuno fa qualcosa per me. E questo qualcosa non mi è dovuto. Lui si attiva, o non si attiva, comunque pone in essere un atteggiamento, compie un’azione, non la compie quando invece potrebbe, che a me porta un vantaggio.

Allora si deve ringraziare.

Ma se uno mi deve qualcosa, perchè dirgli “grazie”?

Se uno quella cosa la deve fare, per ruolo, per lavoro, per ripagare un debito, allora, perchè ringraziare?

Viene meno il concetto posto alla base del ringraziamento.

Si ringrazia per esplicitare la propria soddisfazione, che deve essere vista come un dono ricevuto, vieppiù inaspettato.

Anzi, se la cosa è dovuta, è chi compie l’azione, restituisce la cosa, pone in essere il comportamento, che dovrebbe ringraziare. Perchè sta assolvendo ad un suo compito, si sta liberando di un peso, sta ripagando un debito.

– Ecco i soldi che ti dovevo. Grazie.
– Prego, sono contento per te che tu ti sia sdebitato.

– Uh, hai ragione, non vedevo l’ora, non sai che peso avere in tasca soldi altrui. Grazie, grazie di accettare di riavere i tuoi soldi.

– Di niente, gli amici servono a questo.

– Vero. Magari un estraneo nemmeno li avrebbe rivoluti indietro. Grazie ancora.
Il “grazie” dunque è da limitare a poche, precise occasioni.

– Ecco Massimiliano, ti regalo quest’automobile.
– Oddio, grazie, e perchè?

– Perchè mi sei simpatico.

– Grazie, grazie! Non ce la facevo piu’ ad andare in bici tutti i giorni! Grazie!
Se dietro c’è un rendiconto le cose già cambiano:

– Ecco Massimiliano, ti regalo quest’automobile.
– Oddio, grazie! Non ce la facevo piu’ ad andare in bici tutti i giorni! Grazie! Ma perchè questo regalo?

– Perchè poi mi devi dare il culo.

– …è che ora mi sono affezionato alla bici…
Il concetto secondo il quale ringraziare è segno di educazione non mi trova d’accordo. L’educazione mi impone di dire “prego” tutt’al più.

– Ecco signore, il vino che ha ordinato.
– …

– Prego.

– Non ho detto “grazie”.

– Ah… pensavo… no… scusi…

– Prego.
E’ un esempio di come possano crearsi situazioni imbarazzanti. Perchè intorno al “grazie” si è oggi generato un insieme di aspettative a mio parere del tutto deviate.
Il ringraziare qualcuno è sintomo di scompenso: mi trovo in difetto. E il minimo che possa fare è sottolineare la mia situazione di inferiorità, ringraziando per il gesto fatto verso di me. Gesto, ripeto, non dovuto.

– Aiuto! Le sabbie mobili!
– Ecco, prenda la mia mano.

– Ma è sicuro?

– Sì, certo, si aggrappi!

– Non vorrei recare disturbo!

– Ma che dice?! Presto!

– E’ che ha una bella camicia pulita…

– Presto! Faccia presto!

– Poi però non dica che non gliel’ho detto.

– Uh, ce l’abbiamo fatta, grazie per avermi salvato. Ma non doveva, sa?
Il punto è che oggi si tende ad usare il grazie un po’ come la monetina data al mendicante: serve non per far sentire bene l’altro ma per sentirci noi piu’ civili. O per rafforzare legami. In ogni contesto.

– …e per quell’appalto… qua c’è un pensierino per l’assessore…
– …l’assessore saprà ringraziare adeguatamente…

– …ne sono sicuro. Intanto ringrazi da parte mia “‘U Turcu” per quel favorino che mi ha fatto…

– ‘U Turcu già me ne ha parlato… si è semplicemente sdebitato per la sua azione di… chiamiamola “pulizia”…

– “Pulizia”, sì, mi pare un termine corretto. Quel giornalista non darà più noia.

– Lo ritengo difficile a venti metri sott’acqua.

– Ahahah, spiritoso anche!

– Grazie! Gentilissimo.

– Ma per carità. Grazie a lei!
Se dico “grazie” sto implicitamente ammettendo una serie di concetti che partono dal constatare la mia situazione di passività nel ricevere qualcosa a me non dovuto alla conseguente posizione di sudditanza per l’aver accettato. Io sono “sotto” il donante. Lui ha il potere di farmi sentire in difetto. Io ora gli devo qualcosa. Il “grazie” non riesce comunque a compensare. Per estensione: potrei arrivare a sentirmi suo schiavo.

– Allora Massimiliano, eccoci qua.
– Eccoci qua.

– Tu avevi chiesto la giovinezza eterna…

– Sì.

– Mi sembra tu sia stato accontentato.

– Sì, ma…

– Ma cosa?

– Non è poi stata eterna se sono qua da te.

– Adesso stai a cavillare…

– Beh, altro che cavillare, io ti ho dato l’anima…

– Ma io ti ho dato una vita di giovinezza.

– Vero, ma non mi sento di dirti grazie. Dopotutto tu hai avuto quel che volevi.

– Se non mi dici grazie significa che non hai apprezzato. E mi dispiace. Pensi che il diavolo non abbia un cuore?

– No no, per carità, io ti ringrazio…

– Ecco… già stava uscendomi una lacrima… con questo zolfo sai come brucia…

– Grazie, grazie ancora… e ti ringrazierei ancora di piu’ se mi togliessi questi aghi dalle ginocchia.

– Non ci penso nemmeno.

– …beh, grazie per l’altra cosa comunque.
Al ristorante, come già visto, il “grazie” trova la sua espressione più malata:

– …e per secondo mi potrebbe portare una tagliata ai funghi? Grazie.
– No.

– …No cosa?

– Non mi va di portarle la tagliata ai funghi. Puzza la tagliata ai funghi. Mi dà fastidio.

– Ma… cosa dice?

– Lei mi ha fatto una domanda. Prima ancora che le dessi una risposta mi ha ringraziato. La trovo una cosa maleducata, come se del mio parere non gliene fregasse niente.

– Ma… che parere?! Io ho ordinato!

– Aaaah, il signore ordina adesso… Non solo… poi prende pure per il culo!

– Ma questo è pazzo! Lei è un cameriere! Io ho fatto un ordine!

– Dunque quella tagliata io gliela DEVO portare. Non ho scelta.

– Certo che non ha scelta!

– E allora perchè me la mette come se potessi scegliere? “Mi potrebbe portare…” E perchè poi mi ringrazia pure?

– Ma… ma… è questione di educazione!

– E le pare che una persona educata si metta ad ordinare a qualcuno di far cose per lui, senza lasciar possibilità di scelta? Mi chieda almeno se la tagliata ai funghi a me non porta problemi!

– Io… io…

– E’ che lei mi vede come uno schiavo, dica la verità. Siccome io sono un cameriere dovrei servirla e riverirla su tutto, vero?

– …

– La prossima volta mi metto un collare, così è più contento, va bene?

– …

– Il “signore” ordina… fai questo… fai quello… e poi butta l’osso, dice “grazie”… ed il cagnolino scodinzola…

– …

– Lei mi fa schifo! Come tutti qua dentro! Tutti a fare i padroni! E poi “grazie!”. Grazie ‘sta cippa.
Inutile dire che io sto col cameriere.

Ero il.
Per tirare le somme potrei dire che un grazie non si nega a nessuno, ma così facendo si snatura l’essenza stessa del ringraziamento, tramutandolo in esercizio di “educazione forzata”.

– Stringe troppo?
– Uh, un pochino, ma non si preoccupi, grazie, va bene lo stesso.

– Ma no, per carità, allentiamo un po’… grazie di avermelo detto…

– Grazie a lei per la gentilezza…

– Ma di niente… OK, APRI LA BOTOLA! [SSSSTACK!]

– Fatto male?

– Nnno… mmma.. il.. il cccollo nn si è s-s-spezz…zato… s-s-soffoco…

– Abbia pazienza, è pur sempre una impiccagione.

– Ha rag… rag…ion…e…, gr…g…r..azzzzz….

– Grazie a lei, buona dipartita!

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mercoledì, luglio 02, 2008
Io, Kasparov

[fonte Wikipedia. Liberamente tratto da]
Garri Kasparov nasce nel 1963 a Baku, capitale dell’Azerbaijan, nota per i suoi pregiati allevamenti (i famosi baku da seta).

Figlio di padre ebreo e di madre nazista, ha un’infanzia difficile (vorrei vedere).

Il padre gli insegna il gioco degli scacchi, dei quali il giovane Garri si rivela un prodigio già all’età di 6 anni, cominciando a succhiare un alfiere in luogo del ciuccio. Il padre, già sotto scacco dalla madre per essere ebreo corregge immediatamente tale comportamento: “già sei ebreo e mezzo zingaro. Se tua madre ti scopre frocio qua sono cazzi. Se devi ciucciare, scegli la regina!”, pare gli abbia detto.

Alla morte del padre, Garri assume il cognome di Kasparov, noto supereroe dei fumetti azerbaigiani.
Il giovane Kasparov viene notato da Mikhail Botvinnik, noto pedofilo del quartiere ed ex campione del mondo di scacchi, che lo invita a entrare nella propria esclusiva scuola di scacchi per bambini particolarmente dotati (pari pari da Wikipedia).

Tra i vari istruttori e studenti di talento figura anche Anatolij Karpov, al quale Kasparov farà il culo anni più avanti.
All’età di 13 anni Kasparov è campione giovanile sovietico. La sua abilità di pensare, analizzare, calcolare e studiare le tattiche scacchistiche dei propri avversari viene esaltata in tutto il mondo. Meno la sua incapacità nell’evitare di scaccolarsi sopra i pezzi durante il gioco (la sua particolare forma di “arrocco”).
Nel 1982, dopo aver vinto il Torneo Internazionale di Mosca, del quale noi italiani non abbiamo notizia in quanto riguardo allo sport il 1982 è associato  immediatamente solo a “campioni del mnondo, campioni del mondo, campioni del mondo”, al Torneo dei Candidati sbaraglia tutti. Entrambi gli avversari, cioè (poche iscrizioni quell’anno).
Durante il Campionato del Mondo, iniziato nel settembre del 1984 a Mosca, inizialmente Karpov la fa da padrone, con le sue 5 vittorie contro nessuna di Kasparov. Poi si distrae dietro ad alcune mignotte russe pare pagate da Kasparov (ma non si sono mai trovate prova al riguardo).
Quando però a Karpov manca solo una partita per vincere, il suo avversario ritorna, cambia strategia, puntando tutto sulla patta: Kasparov mostra il suo “pezzo”, fin lì tenuto ben celato e annienta ogni resistenza.

I due arrivano ad un totale di 30 partite, in tre mesi, senza che Karpov riesca a vincere quell’unica che gli servirebbe per riconfermarsi campione. La tensione psicologica consente a Kasparov di vincere la 32ª partita e, dopo una estenuante serie di 14 patte, anche la 47ª e la 48ª, giungendo così ad un risultato di 5 a 3 per Karpov.
Ma il 25 febbraio 1985, dopo cinque mesi di gioco, Florencio Campomanes, trans brasiliano presidente della Federazione, annulla l’incontro per l’eccessiva durata: “mi ero fatto due palle così – afferma”. La decisione scontenta sia Karpov che non ha la possibilità di vincere quell’ultima partita, sia Kasparov che vede sfumare la propria rimonta. Neppure l’offerta di mostrare la patta pure a Campomanes modifica quella decisione. “Eppure è una bella patta – pare disse Kasparov”. “Non mi tentare, sai che adoro vedere muovere certi pezzi, ma la decisione è presa” – la risposta storica di Campomanes.
Fra il settembre ed il novembre dello stesso anno i due sfidanti si affrontano di nuovo a Mosca, ma stavolta ci sono limiti ben precisi: niente trans e patta ben chiusa.

Il primo che raggiunge i 22,5 centim… punti è il vincitore.
In un susseguirsi estenuante di vittorie e pareggi, i due si ritrovano il 9 novembre 1985 davanti alla 24ª ed ultima partita. Alla 43ª mossa Karpov si arrende urlando “Voidzne Traboniszki!”, che in russo significa “chiudete quella cazzo di porta che entra corrente”, proclamando Kasparov campione del mondo per 13 a 11 e mezza cervicale.
Nella rivincita dell’anno successivo Kasparov batte di nuovo Karpov per un solo punto. Nel 1987 c’è un altro incontro fra i due, molto più sofferto: Kasparov si presenta claudicante per le mazzate ricevute da un pappone albanese; Karpov c’ha ancora la cervicale dell’altra volta. Finisce pari ma questo permette a Kasparov di mantere il suo titolo. Un quinto incontro tra i due ha luogo nel 1990 quando Karpov riesce nuovamente a imporsi come sfidante. Kasparov vince con il punteggio di 12,5-11,5. Il mezzo punto dipende dal fatto che una delle partite fu interrotta per pioggia (pochi fondi quell’anno). Titolo che ha difeso nel 1993 contro Nigel Short (non vi sto a spiegare il motivo del cognome) e nel 1995 contro l’indiano Viswanathan Anand: quest’ultimo incontro si è svolto all’ultimo piano dell’ex World Trade Center, a New York, location poco fortunata, diranno i posteri.
Nel 1996 accetta la sfida contro il computer Deep Blue dell’IBM. Attraverso quest’evento il campione dimostra la superiorità della mente rispetto alla logica del computer. Il mondo intero assiste col fiato sospeso ad ogni mossa del giocatore russo, nell’insolito scontro fra uomo e macchina. Kasparov vince per 4 vittorie a 2. L’anno successivo però perde contro una versione migliorata del Deep Blue, per 3,5 a 2,5. L’anno successivo ancora Kasparov si invaghisce di una calcolatrice Seiko 2347 e intreccia con essa una breve relazione.
Nel 1997 Kasparov apre l’Accademia Internazionale di Scacchi a Tel Aviv, in Israele, con l’intento di avvicinare i giovani al mondo scacchistico, far confrontare le loro esperienze ed individuare eventuali nuovi campioni. Dei kamikaze però non sono d’accordo e decidono di far saltare le scacchiere legando delle miccette alle torri. Sembra che Bin Laden passasse di là e sia stato molto colpito da questa scena.
L’ultimo incontro per il titolo mondiale Kasparov lo disputa, perdendolo, nel 2000 contro Vladimir Kramnik, celeberrimo nemico dell’Uomo Ragno.
Dal 1999 al 2001, per tre anni consecutivi, Kasparov vince il torneo Corus di Wijk aan Zee, un torneo che si svolge nei Paesi Bassi, anche se pare coreano. Memorabile nel torneo del 1999 la sua vittoria con il Bianco contro Topalov, prima mignotta russa del casino imperiale di Mosca.
Il 13 aprile 2007, in seguito a dei tumulti scoppiati a Mosca in piazza Puškin, Kasparov è prima fermato e poi arrestato dalla polizia russa, perché manifestava, insieme ad altri militanti del partito “L’altra Russia”, contro Putin. Kasparov è stato rilasciato dieci ore dopo e in seguito al pagamento di mille rubli di multa (circa 29 euro). E anche questa pare una cazzata ma è vera.
Il 24 novembre 2007 Kasparov viene arrestato a Mosca per aver partecipato ad una manifestazione non autorizzata, organizzata in vista delle elezioni parlamentari russe. La condanna questa volta è a 5 giorni di carcere oppure 12 caramelle Sanagola.
Kasparov insomma a Mosca non stava proprio proprio benissimo.
Oggi si diletta a giocare a scacchi al circolo pensionati di Nova Gorica, riuscendo a tirar su qualche grappino di tanto in tanto.
A Tressette resta una cippa.

Giugno 2008

mercoledì, giugno 25, 2008
Una comunicazione fatta di desideri più che di parole; intenzioni, neppure sgrossate di quella crosta di incertezza. Come vengono, restano. Fotografie. Meno: impronte. Fossili. Calcate, semplici. Ma cariche di presenza. Poco definite, distratte, rapide. Passaggi di quotidianità. Eppure indelebili.
Un’emozione, prima ancora che un’idea. Non sai nemmeno se lo diverrà, idea. Figurarsi parole.

Tu sei là, occhi negli occhi.

Lei.

E tu daresti un braccio per i sottotitoli. Per essere certo. Sapere.

Ma niente.

Allora provi ad interpretare le fossette sulle guance (annuiva? Sorriso? Sì?), il fuggire degli occhi, in terra, ora a cercare protezione in un angolo non troppo distante.

Si arrotola una ciocca fin sulla guancia. Pare dipingere.

Mi trema una gamba.

Somatizzazioni, stomaco.
Cerchi le parole per esprimere. Neppure le migliori. Quel che siano. Ma le emozioni stesse sono confuse. Non sono ancora idee. Non sai nemmeno se lo diventeranno. Figurarsi parole.

Non sai se compartecipare, fare un passo indietro, negare tutto ciò che hai fino a quel momento affermato, alleggerire, rendere grave.

E ti interroghi.
Ed intanto frughi nelle tue esperienze, associ, metti insieme ricordi visivi e reazioni…

– Maria una volta ebbe proprio quell’espressione quando poi…

E sai che non conta, che lei non è Maria, che gli anni non sono quelli, che la panchina è diversa, che quelle sono altre scarpe. Che tu sei maledettamente diverso.
Il tuo prontuario è carta straccia.
Perchè lei ti stordisce.

Perchè Maria non era di quella luce.

Maria era splendida. Tutto qua. D’uno splendido troppo ordinario.

Lei invece è…

Lei invece è…

Ecco, di nuovo. Emozioni che non trovano la strada. Verbi alla fermata dell’autobus, in attesa d’aggettivi.

Non ancora idee. Non lo diventeranno mai. Figurarsi parole.
Che poi si fa presto a scivolare sulla letteratura, di lacci alla luna e “per sempre, amore”.
L’unica strada è nascondermi. L’unica strada è mostrarmi. L’unica strada. Non la conosco.
Mi annienta.
Lei non fa nulla per rendermi così impotente, incapace di gestire. E mi annienta.
Sento, provo un desiderio infinito di nutrirmi di lei, con lei, su lei.

E di nuovo a macerarmi: lei avrà altrettanta fame?

Vorrà condividere con me questo carico, dolcissimo, certo, ma mio, troppo mio?
Insomma amore, capì nun te capisco, parlà nun parli; stai a ride da quanno che semo entrati a’ ristorante; quanno ce portavo Maria se prenneva n’insalatina riccia, 3 euri e passava ‘a paura. Tu ‘nvece te sei magnata Ponzio e Pilato. Tre pprimi, ‘a fiorentina de’n chilo, patane, frutta, dorce, caffè, ammazzacaffè e li mortacci tua. Stavi a dda’ pure na mozzicata ar porpaccio der cammeriere. Si non famo a la romana mejo annà sotto ‘a’n ponte stanotte.