“Giovannona Coscialunga” tutta la vita

 

Su Sky danno qualche blockbuster, alcuni buoni film, talune misconosciute pellicole di registi emergenti ma soprattutto una caterva di film di terza fascia, quelli riempitivi, presi al chilo per creare volume nel palinsesto e poter annunciare “un’offerta sempre più ricca”.
Mio malgrado ero davanti alla tv l’altro giorno, mentre passavano uno di questi. Sono rimasto ipnotizzato. Ricordate l’effetto “Non è la Rai”? Con tutte quelle ragazzine pre-mestruate saltellanti che odiavi profondamente ma non potevi non guardarle? Bene, siete malati e potete capirmi.
Comunque, la trama era questa: 4 giovani invitano una ballerina di lap dance. Per un caso fortuito questa muore. I giovani si spaventano, decidono di non chiamare la polizia e la gettano in una discarica (a Napoli l’avrebbero lasciata per strada e la vicenda avrebbe assunto ben altri connotati). Uno di loro non è d’accordo e gli altri amici lo fanno secco, simulando il suo suicidio.
Semplice, potrebbe funzionare anche, no?
No.
La chiave di tutta la storia è la mamma del giovane morto ammazzato, che non si dà pace e indaga. E scopre l’aggancio con la ballerina da un cazzo di bigliettino da visita del locale nel quale la troia lavorava.
Senza quel bigliettino il film andrebbe in aceto. Senza appello. La trama si bloccherebbe facendolo assomigliare ad una pellicola qualunque di Pupi Avati.
Invece.
Invece un 17enne che di nascosto va in un locale di lap dance, che non vuole farsi vedere, che fa di tutto per tenere la cosa segreta che fa? Prende il biglietto da visita del locale (mica con il numero di telefono della femmina di turno. No! Quello generico, così, per dare una possibilità di prosecuzione alla trama) e se lo mette nel taschino della camicia.
Te lo do io, caro regista, un migliore aggancio narrativo: sei un coglione, meritavi la morte tu, non l’attore.
Hai ucciso la mia ora e mezza di svago, una dozzina di miei neuroni, la mia voglia di vivere e di confermare l’abbonamento Sky.
Verrò da te a cercarti, ti ammazzerò dopo averti prima torturato a furia di film dei Vanzina.
Poi, uscendo, prenderò da casa tua un tuo biglietto da visita e lo terrò nel taschino.

31 anni fa… quell’orologio…

Sono 31 anni che quell’orologio è fermo.

Fermo come allora.

L’uomo ha bisogno di simboli. Dalle caverne alla segnaletica stradale, dai monili a figure apotropaiche, dai tatuaggi ai brand.
Simboli anche cruenti, che sbattano in faccia la realtà: da 2000 anni si tiene al collo uno strumento di morte a forma di croce.

Quell’orologio per non dimenticare.

Come il Genbaku Dome, Il Memoriale per l’uccisione degli ebrei di Berlino, i Bambini di Lidice.

Simboli, molti più che segni.

Guardi quell’orologio, ora come allora, e non puoi che tornare a quel giorno di 31 anni fa.
Cosa stavi facendo in quel momento? Quanto era diversa la tua vita? Tanti neppure erano nati…
Io c’ero. Quell’orologio scandiva ogni giorno la mia giornata di bambino. Neppure capivo cosa fossero quei numeri. Ma mi affascinava.

Poi le cose cambiano, la vita ti porta lontano e quell’orologio scompare dal tuo quotidiano.
Ma sai che è lì. E lì resterà a futura memoria. Nessuno oserebbe toccarlo. Il bello dei simboli è questo.
E oggi, finalmente, trovarmi di nuovo faccia a faccia con lui. “Per vedere l’effetto che fa”, diceva qualcuno.
E lo fa, Cristo. Stringe il cuore.

Quel cazzo di orologio è ancora capace di lacerarmi l’anima.

Dopo 31 anni.

 

 

 

Pronto, casa La Terza?

Per qualche ora mi sono improvvisato telefonista. Ho chiamato centinaia di persone per proporre un certo corso di formazione.
Ho scoperto un mondo. Un mondo di pensionati rinchiusi in casa e del tutto andati con la testa. Un mondo di casalinghe malfidate, sospettose, pronte poi ad aprirsi una volta trovata la chiave comunicativa giusta. Un mondo di bimbi che rispondono al telefono e gestiscono in autonomia una casa.

– Pronto casa Menna?
– Sì, chi parla?
– Sono blablabla, cercavo Daniele.
– Daniele chi?
– Beh, Daniele… Menna?
– Ah sì, un attimo.
– ???

– Pronto casa De Patre? Cercavo Renato.
– Non c’è.
– Quando lo posso trovare?
– Non lo so. Arrivederci. [CLICK].
– ???

– Pronto casa Di Marco? C’è Flavio?
– Lei chi è?
– Sono blablabla, della blablabla.
– Cosa vuole da Flavio?
– Volevo proporgli un corso di formazione, completamente finanziato, che…
– Che finanziato?
– Eh?
– Si paga?
– No signora, come detto è completamente finanziato da blablabla e…
– Chi parla?
– ???
– Chi è lei?
– Quello di prima signora, mi sono presentato 12 secondi fa.
– Cosa vuole da Roberto?
– No, da Flavio. E non voglio niente. Parlavamo del corso…
– Che corso?
– Sempre quello di cui sopra. Non c’è in casa qualcun altro, signora?
– C’è Flavio.
– E io lui cercavo!
– Che vuole da Flavio?
– Niente, dargli la mia solidarietà.
– Si paga?
– …

– Pronto casa Lorena?
– Eeeeehhh! Ciao! [bambino treenne]
– Ciao. C’è la mamma?
– La mamma dorme!
– Chi altro c’è in casa?
– Non lo so.
– Mi puoi passare qualcuno?
– Sì.
– Grazie.
[rumore di telefono poggiato. Passi di bambino. Silenzio. 3 minuti. Si sente il bimbo cantare “Il coccodrillo come fa”. Chiudo].

– Pronto casa Luciani?
– Sì ma non compriamo niente.
– Nè io vendo niente.
– No perché pure ieri ci avete chiamato.
– “Avete” chi?
– Voi del telefono.
– Signora, penso si sbagli. Io sono della blablabla e volevo parlare con Rita per un corso di formazione. Gratuito.
– Non si paga niente niente?
– Niente niente.
– E voi che ci guadagnate?
– Sono corsi finanziati, signora.
– Allora alla fine si paga qualcosa.
– No signora, l’allievo non deve pagare niente.
– E chi paga?
– In questo caso paga l’Ente che ci ha commissionato il corso. E’ possibile parlare con Rita?
– Rita non c’è.
– Quando la posso trovare?
– Rita si è sposata, non abita qua. Può dire a me.
– Ma a lei ho già detto. Avevo bisogno di parlare con Rita.
– Per quanto riguarda cosa?
– Il corso di formazione!
– Ah no guardi, non voglio sapere niente. Di queste cose se ne occupa mio marito ma ora lavora.
– Va bene signora, scusi se le ho fatto perdere tempo.
– Ma prego! Che mi richiamate pure domani?
– Non penso, signora.
– No perché domani esco presto.
– Bene signora.
– Però a mezzogiorno ci sono eh.
– ???

– Pronto casa Spacone?
– Sì.
– Dovete morire malissimo [CLICK]

(Auto)indulgenza

Ricevere una garbatissima telefonata dal servizio clienti della casa costruttrice della propria nuovissima auto, essere impegnati in quel momento e rimandare ad un paio d’ore più tardi l’interlocutore ed il suo “rapido questionario di soddisfazione cliente”, trovarsi due ore dopo ad essere completamente liberi ma a non rispondere al telefono che puntualmente squilla come concordato, e senza altro motivo che non sia indolenza. E cercarsi (e trovarsi) una autogiustificazione a quel comportamento, rinvenendola – coup de genie – in un silenzio-assenso, del tutto idiota ma perfettamente calzante del proprio grado di soddisfazione dell’acquisto. Tornando così in pace con se stessi.