Elegia del rancore

Provo rancore come pochi. E lo coltivo, anche se già sono naturalmente portato per vederlo fiorire in me.

Il rancore è estremamente sottovalutato. Permette di sublimare odio e violenza in qualcosa di discreto ed elegante. Ma consente a chi lo prova di tenere alta la guardia, mantenere le persone che te lo hanno causato a distanza e soprattutto permette che queste lo “avvertano”.

Perché il rancore si percepisce, passa attraverso pareti e attraversa il tempo.

Tutti coloro che gli hanno in me soffiato vita, sanno del mio rancore, e questo crea in loro un ventaglio emozionale che passa dall’imbarazzo al disagio, fino a diventare esso stesso rancore nei miei confronti. Ma quest’ultimo è depotenziato: il rancore di ritorno non ha la stessa portata del rancore che lo ha generato.
È solo utile come arma di autodifesa, per non sentirsi troppo sbagliati.

No.

Il mio rancore è devastante, permanente, ineliminabile.
Non faccio nulla per sfoggiarlo, arriva comunque.
Veste le forme del sorriso di circostanza o della parola in meno.
Del mancato ringraziamento o della minore partecipazione emotiva.
Della prossemica ad excludendum o del silenzio ad libitum.

Della differenza col “prima”.

E no, non è “meglio l’indifferenza”.
Il mio rancore è indistinguibile da essa, non concede nulla più dell’indifferenza, non ostenta più. Resta al mio interno quanto a espressività, ma arriva meglio.
Chi ne è investito non ne ha immediata coscienza. Arriva dopo, anche molto dopo, perché è mescolato ad azioni sempre uguali. All’inizio.
Ma allarga progressivamente la sua azione, si espande. Fino all’acme, al momento in cui ti appare evidente.

Finalmente.

È quello il momento.

Ti esclude dalla mia considerazione, che considero l’unico, vero privilegio di cui posso fare dono. E a quel punto avverti quel senso di spaesamento, quel sentirti privato di qualcosa, spostato di ruolo, rivisto in rango, riposizionato tuo malgrado.
Ed è là che inizia il tuo percorso di analisi e resa dei conti coi motivi, che già conoscevi ma di cui ancora non avevi chiara portata.
Ed è là che il mio rancore ha fatto breccia.

Ha vinto.

Amo il mio rancore.

È la bestia ferita che nasce dalla delusione, mantiene dignità e orgoglio.

E non si volta mai più. 

6 risposte a “Elegia del rancore”

  1. Perfettamente descritto, al punto da rivelarmi alcune sfumature che non avevo ancora “discoverte a me medesima” , che mi confermano ulteriormente che è un sentire ( ed agire ) sacrosantamente utile, a se’ e agli altri.

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