Jurassic Park, in fondo a sinistra

“I videogiochi sono droga, atrofizzano il cervello. Al momento niente smartphone. Prima che con la tecnologia devono avere a che fare con la cultura” [C. Calenda].

Ho aspettato un paio di giorni per dire la mia sull’uscita di Calenda (E ALLORA IL PIDDIII??? Eccolo) circa i danni dei videogames. Io credo che Calenda soffra la sindrome che colpisce oggi chiunque stia troppo sui social: parlare di cose che non conosce. E in questo caso io mi sento competente, dunque ho da dire la mia, perché i videogiochi li conosco da bambino, da quando erano un privilegio di pochi e non erano visti come il demonio, né erano così invasivi o fagocitanti, conosco le dipendenze, conosco la tecnologia.
Ho maggiori titoli e preparazione di Calenda per parlare di questo argomento.

Ecco, le dipendenze: forse è ciò che pensa Calenda circa ogni videogiocatore, che sia sempre un rincoglionito dipendente incapace di intendere e di volere. E già questo conferma la tesi per la quale parlare di ciò che non si conosce porta e esposri a pubblica gogna, in questo caso ritengo meritata.

“Sarà forte ma io considero i giochi elettronici una delle cause dell’incapacità di leggere, giocare e sviluppare il ragionamento. In casa mia non entrano” [C. Calenda].

Nei vari studi prodotti in questi anni* ci sono evidenze circa la capacità dei videogiochi di tenere desto il cervello, aiutare il collegamento rapido delle sinapsi, tenere la mente giovane e fresca.
Credo che Calenda avrebbe dovuto giocare di più, ai suoi tempi: avrebbe evitato queste uscite.

Io coi videogiochi ho imparato l’inglese, ho capito cosa volesse dire pianificare strategicamente risorse (Civilization, Populous, Caesar, Soccer Manager), ho affinato tecniche di primordiale lavoro di team per raggiungere risultati (Lemmings, Settlers), ho semplicemente cazzeggiato salvando principesse e risolvendo enigmi (Donkey Kong, Monkey Island e tutte le avventure Lucas. Per inciso SIERRAMMERDA).
E i videogiochi rappresentavano comunque l’eccezione settimanale e piovosa alla regola che vedeva la mia generazione perennemente col pallone tra i piedi e la maglietta sudata.

Calenda usa i social, anche troppo. Non riesce a non rispondere a chi lo chiama in causa. Trascorre molte ore su Twitter. Spesso risponde in modo nervoso.
Io ci vedo una forma di dipendenza.
Allora condanniamo chi usa i social? Evidenziamo un problema di democrazia?

Ma non è l’esaltazione dei videogame che qui mi interessa, perché Calenda può anche avere ragione se punta il dito contro gli eccessi e le dipendenze, come detto (ma dai suoi tweet non c’è questa estremizzazione: a me pare essere contro i videogiochi sempre e comunque).
No. A me interessa sottolineare ancora una volta lo scollamento con la realtà di questa sinistra, la sua distanza dalle persone comuni.
La crociata di Calenda contro i videogiochi è l’emblema della sconfitta della sinistra, della sua siderale distanza da ciò che è la quotidianità di chi fa la spesa.

“Fondamentale prendersi cura di ogni ragazzo: avvio alla lettura, lingue, sport, gioco. Salvarli dai giochi elettronici e dalla solitudine culturale e esistenziale. Così si rifondano le democrazie” [C. Calenda].

C’è un senso di ammuffito e stantìo nelle parole di Calenda, una naftalinizzazione della politica che mi catapulta alle giacche di fustagno degli anni di piombo. Richiamare i valori della democrazia demonizzando i videogiochi, in un momento storico politico in cui ci sono ben altri cazzi. Ma qui non c’è da fare il giochino dell'”E ALLORA LA POVERA PAMELA?”, perché i videogiochi sono un non-problema, non un problema minore. Il problema semmai sono le dipendenze, alla pari con quelle da gratta e vinci e gioco d’azzardo.

Calenda è la speranza per la nuova sinistra. E si rivela essere un dinosauro. Ancora dinosauri nel panorama dell’elite di sinistra. Ancora. Non si esce da questa dalemizzazione perenne: è questa la vera maledizione (maledizione-dalemizione COINCIDENZE? NON CREDO PROPRIO).

Niente, non se ne esce.

Aspettiamo ancora Godot.

* Sulla rivista Journal of Play (2014) è stato pubblicato un articolo in cui i ricercatori Adam Eichenbaum, Daphne Bavelier e C. Shawn Grenn  dimostrano effetti positivi e duraturi dei vidoegames sui processi mentali di base quali percezione, attenzione, memoria e processo decisionale.

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