È una priorità questa o è puzza di cane bagnato?

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Ho letto fiumi (sic!) di banalità circa l’ostinazione e la caparbietà del popolo sardo e la sua certa capacità di uscire da questa tragedia. Né più né meno di quanto si scrisse qualche tempo fa degli abruzzesi e del terremoto. O di Longarone e del Vajont. O di qualsiasi popolazione e di qualsiasi tragedia. E le solite cazzate indignate sul “Perché non si ripetano più certe tragedie occorre fare in modo che…“. E le solite contro-indignazioni, su chi poi cinicamente osserva che alla fine non si farà nulla.
In mezzo, chi cerca di alleggerire con battute che tirano dentro le veline sarde, chi cerca di mantenere distacco, chi ostenta solidarietà e impegno fattivo senza se e senza ma, pure se stasera c’ha calcetto.

Priorità.

Ma peggio ancora è chi propone fiaccolate, sospensioni di eventi, preghiere collettive, attimi di raccoglimento. Una ipocritissima pulizia di coscienza prêt-à-porter, tanto più inutile quanto più intramuscolare: il minuto di silenzio è l’apoteosi del nulla, lo sciacquafaccia a effetto rapido, la Coloreria per dare un tono nuovo a capi scoloriti e dismessi.

Fate una prova: cronometrate il minuto di silenzio, meglio se allo stadio. Se dura venti secondi è anche troppo. Perché la gente si rompe il cazzo, perché l’Atalanta deve fare il culo al Cagliari, e chi se ne fotte dell’alluvione. Anzi, magari hanno la testa altrove: meglio.

Priorità.

La gente muore, è sempre morta e sempre morirà. Di vecchiaia, di malattia, di catastrofi, naturali o procurate.
La gente muore, e ci frega davvero di questa gente solo se è vicina a noi. E se proviamo umana empatia per morti lontani è solo per proiezione, per un naturalissimo trasportarci con la mente a quelle condizioni, un pensare cosa proveremmo se fossimo noi al posto di chi ha perso tutto, che è annegato sotto un cavalcavia, che ha visto il figlio trascinato via da un torrente.
La gente muore, e inscenare rappresentazioni cariche di misericordia e partecipazione emotiva a lutti altrui non serve ai morti, non serve a chi ha perso i propri cari, ma serve – egoisticamente – a noi attori di queste pièce teatrali barocche e appiccicose, noi portatori un sentimento che – intimamente – viviamo anche come vero e tutt’affatto ipocrita, ma che non riusciamo a inquadrare per quel che è: proiezione.

Ce lo insegnava Aristotele: la catarsi, la purificazione avvengono nel momento in cui nasce il timore che le stesse disgrazie si verifichino anche su di noi. E questo, insieme alla compassione nella tragedia, porta innalzamento, liberazione. Ma ciò avviene attraverso proprio il timore, la consapevolezza che potrebbe toccare a noi la prossima volta.
Gli dei dell’Olimpo erano distaccati e raramente interferivano con le disgrazie umane (e quando lo facevano c’erano motivi – amore, vendetta. E conseguenze). Perché non provavano timore che quelle accadessero anche a loro.

La molla della compassione è la proiezione. Mettersi al posto di quello là – Dio non voglia!

La sofferenza altrui è un’ombra, che si proietta tanto più potente quanto più vicina è a noi l’anima colpita.

Per questo un lutto immane come quello delle Filippine ha lasciato negli italiani una traccia, certo, che però si è affievolita istantaneamente quando è accaduto quel che è accaduto in terra sarda.
Ed è per questo che quando c’è una disgrazia da qualche parte, la prima cosa che facciamo è contattare chi conosciamo in quei luoghi.
È normale che sia così? Certo, lo è. Perché tanto più vicina è la persona colpita dal male, tanto più forte è la nostra proiezione, identificazione. Fino al male sommo, che si ha quando quella persona è realmente parte di noi, della nostra famiglia. Là la proiezione si incarna: diventa apparizione di Seth, dell’Uomo Nero che esce dall’armadio, della macchia sulla radiografia.

Il Male bussa, si presenta. Chiede di te.

Ed è qui l’esercizio che vi invito a compiere, se avete voglia di guardarvi dentro: ciascuno di noi dimenticherebbe all’istante le decine di vittime sarde se avesse un figlio colpito oggi da una leucemia. E non esiterebbe a scambiare la sua guarigione con qualsiasi altro male al mondo, ivi compresi terremoti devastanti, genocidi, uragani che annientano intere città. Meglio se lontane, certo.

Se aveste la possibilità di evitare un male tra due, uno solo, uno, tra certezza di un terrificante terremoto in Zambia con migliaia di vittime, no: decine di migliaia, e una leucemia a vostro figlio, voi, cosa scegliereste?
Si tratta di un rapporto di 1 a 10.000. O 50.000. Assolutamente perdente da un punto di vista eminentemente utilitaristico.
Eppure.

Priorità.

E cosa sceglierebbe una madre di Kaoma, Zambia, di fronte a questa opzione? Mi pare scontato, potete salutare il vostro bambino.
Andiamo oltre? Neghereste che voi odiereste a morte quella donna, che ha scelto la propria terra, i propri affetti, condannando chi per lei è solo uno sconosciuto lontano?

Ha tutto senso, certo.

Ma se lo ha, perché ancora partecipate a questi riti collettivi tribali e privi di reale valore, privi di vero, intimo afflato? Una partecipazione che trovo invece superficiale e distratta. Scarica.

Il minuto di silenzio? Interrompere un concerto “in segno di rispetto per le vittime?”. Ma che cazzate sono?
La gente muore. Smettiamo di far qualunque cosa allora, teniamo le saracinesche perennemente abbassate, indossiamo una fascia al braccio.
Piangiamo. Ogni istante. Se vogliamo davvero essere coerenti.

No, non dovete più pensare di avere questi alibi facili, questi “Smacchiatutto” per le vostre piccole coscienze.
E no, col cazzo che i due euro via sms “sono comunque qualcosa”. I Telethon hanno prosciugato le risorse mentali di noi tutti. Mentali, sì: non economiche. Stare a bussare a quattrini, col testimonial di prestigio (se Alessia Marcuzzi o Flavia Vento possono essere considerate di prestigio) che ti chiede soldi ogni tre per due, perché lui comunque ha bisogno di scaricare quelle donazioni e comunque fa immagine, ha realmente rotto il cazzo. Perché un Telethon nato per un’emergenza una tantum può anche avere senso. Quando diventa istituzionalizzato e suppletivo rispetto ad una Protezione Civile o ad una Ricerca che dovrebbe trovare finanziamenti dallo Stato per sua stessa funzione e utilità, beh: significa che hai svuotato una liberalità e creato un’accisa.

Come suggerisce una cara amica, volete fare qualcosa per il popolo sardo? Andate in vacanza là, comprate prodotti loro.
E pensate sempre che comunque si muore. Date meno valore alla vita: vi hanno preso per il culo da piccoli, con questa sopravvalutazione di questi 70-80 anni a pascolare qua sopra.
Vi hanno insegnato ad iper-impegnarvi, anche al di sopra delle vostre capacità. Che già sono quelle che sono. Ad affannarvi. Rilassatevi, magari c’è un cavalcavia gonfio di melma che vi aspetta.

La nostra solidarietà è fatta di strati. È una cipolla fetente, è spesso opportunismo, calcolo. Smettetela di condannarvi se proprio non ce la fate a provare reale e sentito dispiacere per dei morti in Nigeria. Siamo programmati così, per andare avanti. Non per ostentare bontà, dolore, partecipazione.

Siete esseri umani. Siate esseri umani.

Priorità.

3 risposte a “È una priorità questa o è puzza di cane bagnato?”

  1. No vabbè, essere definita “cara amica” dopo tutto quello che c’è stato e c’è tra noi. Non si può leggere.

  2. la cosa che da sarda mi ha sconvolto di più è stato proprio il lanciarsi da parte di tutti in opere di beneficienza e in volontariato, gente che abita nello stesso paese e non si saluta, non è presente nella vita degli altri, non tende una mano nemmeno in caso di necessità e invece in questa occasione, complice il grande risalto mediatico che ha avuto l’alluvione, si è fiondata nella raccolta del vestiario, del cibo, etc…per cosa?io mi chiedo come si possa ignorare totalmente la vita degli altri sempre e esplodere di generosità in queste occasioni, ha senso?questa umanità esiste solo in tv, sui giornali e forse in qualche pagina di facebook, ma non nella vita reale.

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