La vera risposta al perché ci sia sempre crisi

Era il 1997. Entrai per la prima volta da “praticante” in un’aula di tribunale. Un mondo ostile e togato (allora non si parlava ancora di “toghe rosse”, anche se c’era già stata l’ondata dipietrina e poolista e diverse monetine erano cadute dolorosamente sul vecchio regime). Ovviamente ero curiosissimo e anche pieno di aspettative: quello sarebbe stato – credevo allora – il mio mondo fino all’età della pensione.
Voi cosa avreste avuto in testa in quel momento? Dopo anni di studi tutti teorici, di codici e manuali di procedura, di storia del diritto e filosofie giuridiche. Dopo Lombroso e i suoi crani, dopo Giustiniano e i suoi codici, dopo Cossiga e le sue camicie con le maniche legate dietro, cosa vi avrebbe incuriosito in un’aula di tribunale, per la prima volta?
Beh, non conosco la vostra risposta, ma ricordo la mia: i termosifoni.
La mia attenzione fu fagocitata dai termosifoni accesi. A piena potenza che manco una caldaia di un treno dell’ottocento.
Era aprile.
Le finestre erano spalancate, c’era un sole che trascinava già al mare i primi disperati dell’abbronzatura e qualcuno azzardava il pantaloncino da tedesco.
I termosifoni accesi.
Non ricordo di cosa trattasse la causa, non riuscii a prestare attenzione ad alcunché se non a quel calore bestiale che si irradiava in quella stanza molle e sudata, maleodorante di toghe indossate per un “Rimandiamo, signor giudice” e subito dismesse da forforati parrucconi e da praticanti mignotte che mi approcciavano pensando fossi già avvocato, sperando così di ricevere una scrivania sulla quale studiare per l’esame. Sotto la quale.
I termosifoni accesi.
Credo che quei termosifoni minarono irrimediabilmente la mia passione per quella professione. Non ne fui immediatamente consapevole ma a distanza di tempo immagino siano stata la causa prima del mio fuggire dalle avvocature e cambiare decisamente vita e professione.
Rimasi oltre un’ora in quell’aula. Ogni tanto cercavo con lo sguardo le persone che si avvicinavano (e subito si facevano da parte) a quei termosifoni.
Mi chiesi il perché. Semplicemente: “perché sono accesi i termosifoni?”. E subito dopo: “perché nessuno li spegne?”.
A casa mi avevano insegnato che se esci da una stanza devi spegnere la luce, che se apri il frigorifero poi devi chiuderlo subito, che se fa freddo accendi il termosifone. E se fa caldo lo spegni.
Perché quelli erano accesi? Anzi, così tanto accesi? Chi era responsabile della loro accensione? Chi del mancato spegnimento? Perché nessuno faceva nulla?!
Iniziai a capire le basi della crisi energetica. E i motivi dei tagli alla spesa pubblica, alle pensioni, allo stato sociale. Ebbi ben chiaro, in quel preciso momento, il perché le auto della polizia non potevano circolare per mancanza di benzina, o che fine facessero i soldi dell’IVA che pagavo quando compravo un cd.
In quei termosifoni.
Tutto il buco di bilancio italiano era di fronte a me.
C’era malcostume e mezzo gaudio (mi pare fosse così il detto), menefreghismo, indolenza, malaffare, fottersene della collettività, fascismo, nazismo, genocidio, Lega Nord!
C’erano anni di racconti di vecchi pensionati che si lamentavano per la pensione troppo bassa, di allettati in ospedali con le pezze al culo (gli ospedali, non gli allettati).
C’era il mio installatore di autoradio che mi faceva la fattura dimezzata, pur installando una intera autoradio (credo fraintendesse il concetto di taglio delle frequenze).
C’era il mio meccanico e il suo farmi un prezzo, ed un secondo in nero. Lui, con le mani nere, la faccia nera, tutto nero. Era del Senegal, a dirla tutta.
Era tutto là, di fronte a me.
In quei termosifoni.
Più passava il tempo e più mi saliva l’ansia. Quella irresponsabilità mi ipnotizzava. Non riuscivo a far nulla. Non riuscivo a pensare. Sudavo, ma più per il mio continuare a girare mentalmente su quei termosifoni che per il caldo in sé.
Nessuno pareva curarsi del problema, dell’enorme, evidentissimo problema! Nessuno!
Mi sentivo come in una candid camera. Di più: in una puntata de “Ai confini della realtà”, nella quale c’è il protagonista che è l’unica persona normale e tutti gli altri fanno qualcosa di pazzesco, come girare nudi, mangiare copertoni oppure votare Casini.
Grondavo di sudore.
I termosifoni accesi.
I termosifoni accesi.
I termosifoni accesi.
E poi…
I termosifoni accesi.
I termosifoni accesi.
I termosifoni accesi.
Mi salì un’ansia ancor maggiore e stavolta incontrollata. Mi sentivo come ne “Il cuore rivelatore” di Poe: io solo sapevo, io solo vedevo, mi terrorizzava l’idea che qualcuno scoprisse il motivo del mio malessere ma al contempo non ce la facevo a restare solo con quel mostro mentale che mi divorava.
I termosifoni accesi.
I termosifoni accesi.
I termosifoni accesi.
Dovevo fare qualcosa o rischiavo di impazzire. Un gesto anche eclatante, non importa, ma ne andava della mia salute mentale.
Così, di punto in bianco, senza assolutamente pensare alle conseguenze presi la mia decisione e lo feci. Sì, senza esitare.
Mi tolsi la giacca.
In effetti andò già molto meglio.

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