Non aveva gli occhi

Cose vecchie, serie, non me ne vogliate: tornerò a breve con le mie cazzate

(mercoledì, ottobre 15, 2008)
Non aveva gli occhi.

No, non che avesse perso la vista: proprio non aveva gli occhi. Era nato così.

E – la cosa più assurda era proprio questa – nessuno gliel’aveva detto! Né i genitori, che si erano guardati bene dal metter ansia nel loro unico adorato figlio. Né le persone con le quali man mano veniva a contatto nella vita.

Neppure la sua ragazza, con la quale si “vedeva” ormai da tre anni.

Nessuno.

Coincidenze, circostanze paradossali, situazioni non comprese nella loro reale portata, avevano fatto sì che P. non sapesse di avere questo handicap.

Dunque non ne soffriva.

Riferimenti alla vista, a situazioni che avrebbero potuto lasciar intendere qualcosa venivano prontamente riprese, edulcorate.

Parole come “vedere”, “occhi”, “guardare” erano bandite in quella tenuta.
Lui non sapeva cosa fossero, gli occhi. Non ne avvertiva la mancanza come a un cane non mancano i tentacoli.

Era arrivato a trentotto anni così, senza occhi, senza sapere cosa fossero.

Non era mai andato a scuola – i genitori lo istruivano in casa – e mai si era allontanato dalla sua magnifica residenza, nella quale aveva davvero tutto: piscina, palestra, domestici, cani, un maneggio.

Non un campo da tennis però. Né televisione.

Il suo mondo si limitava a quello spazio. Ma lui non ne soffriva perché non aveva coscienza che il mondo fosse più ampio della sua villa. Per lui i confini erano quelli, come per un etrusco le Colonne d’Ercole, come per noi l’universo: non ti stai troppo a far domande su cosa ci sia di là, perché ti hanno insegnato che non c’è alcun di là.

Aveva iniziato a passeggiare fino al muro che delimitava quell’immensa proprietà, a toccarne le pietre. E qualche volta provava ad allungare un braccio, saltare, per vedere se ci fosse qualcosa, ma il muro era alto, troppo alto. Allora camminava per tutto il perimetro: ultimamente era diventata una abitudine. Partiva sempre dallo stesso punto, una piccola crepa all’altezza delle ginocchia, e da lì iniziava il suo percorso che terminava ore dopo. Per tornare esattamente dove era partito.

Ormai conosceva perfettamente quel mondo. Piccolo.
I suoi genitori, preoccupati, si misero in contatto con una ragazza che doveva fingere di essere una nuova domestica ed innamorarsi di lui, così, per distrarlo. Ma – le favole vanno così – lei si innamorò davvero. E lui di lei.

Un giorno di ottobre, mentre lei guardava fuori dalla finestra, si lasciò scappare:

– Belle le foglie che cadono…

– Cosa?

– Niente.

– No, cosa hai detto sulle foglie che cadono?

– Niente, dicevo che sono belle, mi piace quando cadono.

– Ma perché me lo dici ora che siamo in casa?

– Così, ricordavo.

– Ho capito, ma cosa c’è di tanto bello in una foglia che cade da tornarti in mente adesso?

– Non so… è…

– Cosa?

– Ma… non saprei…

– A me una volta è caduta una foglia su una spalla mentre ero seduto sotto la quercia vicino al maneggio ma non è che mi abbia colpito… voglio dire, è una foglia che cade…

– Hai ragione.

Vai a spiegare i colori d’autunno, le sfumature di cielo, i riflessi sulle gocciole di pioggia sui rami.

La cosa sarebbe finita là se non fosse che, qualche giorno dopo:

– Ricordi quella cosa che mi hai detto, sulle foglie che cadono?

– Uh, cosa?

– Che le foglie che cadono sono belle…

– Sì…

– Stavo pensando che una volta mi avevi detto anche che l’autunno era la tua stagione preferita…

– Sì, lo è…

– Mi spieghi perché? Voglio dire, non è meglio l’estate, il caldo…

– Beh, sì, certo, però l’autunno ha un suo fascino…

– Fascino? Ma le stagioni non si distinguono solo per la temperatura e per tutto quello che questo comporta? Neve, caldo, foglie che cadono, erba che cresce…?

– Certo, ma anche perché tutto questo porta una atmosfera diversa…

– Cioè?

– Non so come spiegarti, sarà l’aria, saranno i color…

– Cosa?

– Niente, l’aria…

– No, dopo l’aria dicevi? I color cosa?

– Niente, un lapsus!

– Ti trema la voce.

– No, ti sbagli.

– Cosa sono i color?

– Niente, niente… hai capito male.

– COSA SONO I COLOR?!

– … Colori…

– Colori?

Stettero tutta la notte a parlare dei colori, e poi delle luci, e dell’orizzonte.

Le nuvole poi, quante ore a descrivere le nuvole…

P. scoprì quel giorno di avere gli occhi.

Di lei.

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