Rammendare i calzini e DNA: un rapporto insolubile?

Luogo: ente pubblico.
Oggetto: discussione circa lo stato delle Pari Opportunità all’interno della struttura.
Soggetti: 10 donne. Due uomini + osservatore esterno: io.

 

Avete mai assistito ad una discussione di questo genere? Io ve lo auguro: si tratta di una esperienza formativa irripetibile, che infatti ripeterò ogni giovedi per i prossimi tre mesi.
La moderatrice introduce il tema:

Care signore, l’ente presso il quale lavorate, come vi agevola nella vostra quotidianità? Rispetta le Pari Opportunità? Vi sentite valorizzate al pari degli uomini? Le vostre capacità organizzative e lavorative vengono sempre riconosciute? Come si accende il proiettore?

Che, a parte la cosa del proiettore, è come dire ad un bambino “vuoi altre caramelle o ti basta quella che ti ho dato prima?“.

Assolutamente no! Siamo discriminate, usate, vessate, altre caramelle! Gli uomini hanno tutti i privilegi, non c’è meritocrazia mentre il mio curriculum vale dieci dei loro, riesco a svolgere i miei compiti più velocemente del mio collega e davvero quel coso buffo si chiama “proiettore”?

Per carità, le donne sul posto di lavoro sono palesemente svantaggiate. E questo è un dato talmente evidente da non richiedere neppure troppe parole, non essendo, io, donna.

La discussione pian piano si è animata. I due uomini, che chiamerò per privacy CapoGrande1 e CapoGrande2 non hanno aperto bocca. Del resto occorre concentrazione per la riuscita di una buona partita a Battaglia Navale.
Quando DirigenteDonna1 ha esternato la propria insoddisfazione circa il suo essere costantemente ignorata, CapoGrande2 ha manifestato il suo disappunto nel vedersi affondata la corazzata.
A quel punto DirigenteDonna2 ha denunciato la facile progressione di carriera di quelle donne “aperte” più del necessario verso il sesso opposto e CapoGrande1 ha spostato la mano di SegretariaDiCapoGrande1, fattasi nei minuti sempre più audace (vi ho detto che il mio ruolo era di osservatore).

Prende la parola ResponsabileDonna1 e denuncia le ultime politiche di assunzioni nell’ente, basate su puri nepotismi. ResponsabileDonna2 inizia a parlare, per assonanza, del suo nipotino, tirando fuori da una minitrousse (a questo punto presumo magica) un doppio album fotografico A3.

La moderatrice cerca di riprendere la parola ma ormai è una Babele di “mio figlio invece è bravissimo in“.

Entra una donna delle pulizie a prendere un qualcosa che aveva dimenticato, giusto venti secondi ma la sento chiaramente dire tra sè e sè qualcosa tipo “le solite cazzate“.

Finalmente si riesce a riportare ordine nella sala: CapoGrande2 vince con un fortuito “A2” al quartultimo colpo;
CapoGrande1 pare averla presa bene, grazie anche al costante intervento consolatorio di SegretariaDiCapogrande1, ormai con evidente sindrome del tunnel carpale per la posizione sacrificata ma si sa, il lavoro di segretaria distrugge;
ResponsabileDonna2 ha terminato di mostrare il terzo filmino della comunione della figlia e ripone il tutto, lettore Blu-Ray compreso, nella solita trousse, ostinandosi a violare ogni legge fisica.

Il gran finale è di DirigenteDonna3, quando dà scacco ad ogni futura speranza circa una vera realizzazione delle Pari Opportunità con una frase che racchiude in sè un intero mondo, fatto di consapevolezza delle diversità, delle loro ineliminabili conseguenze, della struttura fallocentrica del nostro pianeta-mondo e dell’insostenibile leggerezza di essere mamma, prima ancora che donna, prima ancora che essere umano. Questo fa quando, alla domanda finale puramente informativo-statistica circa il suo avere o meno figli, accende un sorriso che manco Funari dei tempi vivi e dichiara, solare, orgogliosa come un Achille alla pugna:
Figli? Sì, quattro. E tutti maschi!

E fanculo alle Pari Opportunità.

4 risposte a “Rammendare i calzini e DNA: un rapporto insolubile?”

  1. Uno dei migliori di sempre, mi ha fatto davvero ridere. Non buttarla a terra la cartaccia però.

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