Le grandi biografie: Gandhi (terza parte)

Gandhi durante una manifestazione pacifista

Quando nel 1905 il Congresso Indiano sfida per la prima volta l’Impero britannico con un boicottaggio di tutte le merci britanniche, Gandhi vi aderisce con una campagna poderosissima: smette di bere the verde inglese.

L’anno successivo crea il Corpo Sanitario Indiano per portare assistenza nella guerra contro gli zulu: cura personalmente migliaia di gonnellini di paglia feriti.
Al suo ritorno dalla guerra il governo del Transvaal vota una nuova legge, di chiaro stampo razzista, che obbliga gli indiani residenti nel Transvaal ad essere schedati. L’ingiustizia della legge non era meno evidente per l’essere, quegli indiani, schedati perchè proprio stupratori e assassini. Ma si sa, Gandhi è fatto così e la vede come una cosa razziale, che volete che vi dica.

Durante una protesta all’Empire Theatre of Varieties di Johannesburg, l’11 settembre 1906, Gandhi adotta per la prima volta la sua metodologia della satyagraha, chiamando i suoi compagni a sfidare la nuova legge e a subire le punizioni previste, senza ricorrere alla violenza: vengono scagliate bombe d’acqua (poca acqua), usati mitra giocattolo (ma era consentito fare PUMPUM forte con la bocca) e soprattutto, portata avanti una durissima forma di lotta consistente nel lustrare malissimo le scarpe dei poliziotti.

Il piano porta ad una lotta che dura sette anni. Sette, come i nani. La coincidenza viene notata solo un centinaio di anni più tardi, dallo scrivente, che la riporta nella sua biografia sul blog, citando se stesso autoreferenzialmente e citando questa citazione auto-autoreferenzialmente, creando un curioso effetto demenziale che fa dimenticare l’idiota aggancio alla cosa dei nani.
Migliaia di indiani, tra cui Gandhi, e molti cinesi, per preconcetta e giustificatissima antipatia verso quei cazzo di musi gialli, vengono imprigionati e frustati per aver scioperato, per aver bruciato la propria carta di registrazione o per il solo stracazzo di fatto di essere cinesi (parlo dei cinesi). Alcuni di essi saranno persino uccisi ma si sa, i cinesi non possono morire.

Nel 1908, durante la sua prima prigionia, Gandhi legge il libro Disobbedienza civile di Henry David Thoreau, non lo capisce, se lo fa spiegare, non lo capisce ancora, ripiega su Fabio Volo, non lo capisce, guarda il film e finalmente qualcosa arriva. L’anno successivo inizia una corrispondenza con Lev Tolstoj che dura fino alla morte di quest’ultimo (1910), il quale si toglie la vita pur di non leggere più quelle pallosissime lettere.

La disobbedienza culmina nel 1913 con lo sciopero e la marcia delle donne indiane. Erano tutte in perfetta fila.
Malgrado il successo della repressione dei manifestanti indiani da parte del governo sudafricano, l’opinione pubblica reagisce con vigore ai metodi estremamente duri applicati contro i pacifici manifestanti: si gira dall’altro lato. Finalmente il generale Jan Christiaan Smuts viene obbligato a negoziare un compromesso con Gandhi. I matrimoni misti ridiventano legali (ci si può dunque di nuovo sposare tra uomini e donne e le vacche sacre un po’ ci restano male) e la tassa di tre livre (equivalente a sei mesi di salario) imposta agli indiani che vogliono diventare lavoratori liberi, viene abolita: ora cominciano a potersi chiamare “disoccupati” come nelle altre nazioni civili.

Dopo aver lasciato definitivamente il Sudafrica nel 1914, giunge in Inghilterra al momento dello scoppio della guerra contro la Germania: offre il suo aiuto nel servizio di ambulanza, ma una pleurite mal curata lo costringe a ritornare in India. Quando si dice “basta il pensiero”.
Vi giunge il 9 gennaio 1915: sbarca nel porto di Mumbai dove viene festeggiato come un eroe nazionale. L’avevano scambiato per un giocatore di cricket. Il leader del Congresso indiano Gokhale gli suggerisce un anno di “silenzio politico”, nel corso del quale è invitato a viaggiare in treno per conoscere la vera India. Un modo come un altro per mandarlo affanculo, che Gandhi accetta perchè non capisce dove stesse la fregatura e decide di percorrere il paese in lungo e in largo, di villaggio in villaggio, per incontrare l’anima indiana e conoscerne i bisogni. Così per tutto il 1915, Gandhi viaggia per conoscere la condizione dei villaggi indiani il cui numero si eleva a 700.000. Non era granchè manco a farsi due rapidi conti e la pianificazione dei percorsi senza il TomTom era davvero un’impresa.

Nel maggio 1915 fonda un âshram nella periferia di Ahmedabad vicino al fiume Sabarmati, e già per questo uso di nomi indiani si capisce che sto prendendo tutto da Wikipedia, confenendo alla narrazione un tono più elevato ma di fatto annullandolo con questa precisazione. Qui alloggiano 25 uomini e donne che hanno fatto il voto di verità, di celibato, di povertà, di castità, di servire il popolo indiano e d’ahimsa. Per chi si stesse chiedendo cosa fosse questo voto, è quello che ti chiede di non scopare. Eh? No, quello di castità dicevo. Quello d’ahimsa non lo so, a me fa specie quell’altro.

[continua]

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L’intera saga di Gandhi, rielaborata e rimbecillita qui:
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6 risposte a “Le grandi biografie: Gandhi (terza parte)”

  1. Finalmente mi spiego perche` Volo se la tira cosi` tanto e fino ad oggi pensavo ingiustificatamente. Grazie ma non e` sufficiente per convincermi a finire di leggere il suo ultimo libro
    (Dio mio…stanotte avro` paura ad addormentarmi col pensiero del PUMPUM urlato nell’orecchio: sei un mostro!)

  2. “La disobbedienza culmina nel 1913 con lo sciopero e la marcia delle donne indiane. Erano tutte in perfetta fila.”

    Ecco, qua son MORTA. ahahahahha!! Bel post Max!

  3. Questa prosa conferisce nuovi e più alti significati alla storia di un personaggio così illustre e, diciamoci la verità, tanto noioso che persino il suo film è un pippone. Sei forte, UMC. Te la meriti proprio, Rula Jebreal. Ho iniziato in tuo onore un apposito mantra perché ella si materializzi davanti alla porta di casa tua. E spero che tu te la goda.

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