Giugno 2009

venerdì, giugno 19, 2009
Un grande acquisto. Lo giuro sui miei figli.

Ho acquistato un frullatore nuovo.
Nelle istruzioni c’è di tutto: pare di avere tra le mani un ordigno nucleare. Avvisi per ogni cosa, dalle lame all’elettricità.

Si fa riferimento all’utente come “utilizzatore finale”. Bene, ieri l’ho provato per la prima volta. Seguendo le istruzioni. Volevo farmi una centrifugata di verdura.

Ho preso delle grosse carote, ma grosse, e le inserite, come da manuale “con tutta l’accortezza del caso”, facendo attenzione a “spingere l’oggetto fino in fondo solo dopo aver accertato di aver osservato tutte le precauzioni previste nel presente manuale”.

Ed in effetti la macchina non era in movimento ancora.

Messa una carota, fino in fondo, messa l’altra, ho preso poi un cetriolo. Prima uno piccolino, poi uno più grande. Infine uno enorme. Ecco, quello più grosso non c’entrava e ho dovuto spingere un po’. Nel farlo ho però riletto le istruzioni: “l’utilizzatore finale non dovrà in alcun modo forzare gli oggetti introdotti: per creare spazio avviare la macchina ed iniziare la centrifuga”.

Così ho fatto: una prima triturata e si è creato lo spazio necessario. E’ incredibile notare come a volte in un certo spazio ci entrino cose davvero grosse, che non pensavi ci stessero.

A questo punto ho inserito due ravanelli, tondi, freschissimi.

Poi il gambo di un sedano, molto, molto lungo.

Per rendere il tutto più appetibile ci ho messo anche un po’ di formaggio… un pochino, niente di che. Avevo della Certosa in frigo, messa quella.

Centrifugato il tutto di nuovo.

L’apparecchio è eccezionale. Un po’ di vibrazioni ma ci stanno anche quelle.

“Al termine della centrifuga, l’utilizzatore finale abbia cura di staccare l’apparecchio dalla rete elettrica prima di procedere alla rimozione del bicchiere”. Fatto.

Quel che ne è venuto fuori è stata un’apoteosi di cremosità.

Nel kit viene anche fornito il bicchiere dove versare il tutto.

“L’utilizzatore finale potrà versare il contenuto della centrifuga nell’apposito contenitore millimetrato”: è sempre interessante misurare esattamente ciò che ti vai a mettere in corpo, anche per sicurezza tua, visto mai che sia troppo.

Sono molto soddisfatto dell’acquisto.

L’unica cosa che mi lascia perplesso è proprio il manuale: a parte il fatto che è diviso in 10 punti, più che un manuale pare un quiz: invece dei paragrafi di spiegazione ci sono dieci domande… ma mancano le risposte. Ti dice “L’utilizzatore finale che non procederà alla pulizia accorta delle lame sa cosa rischia?”. E poi ti lascia così, senza una risposta. Inquietante. Le dieci domande sono pure tradotte in inglese, mah.

Poi, pare tradotto con quei servizi automatici di Internet: “utilizzatore finale” non si può senti’. Credo l’apparecchio sia di produzione cinese, forse dipende da questo… roba comunista, poco curata… Per risparmiare traducono le cose così. Chi utilizzerebbe in Italia una terminologia del genere? Anche applicata ad un frullatore mi pare ridicola.

Anche.

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mercoledì, giugno 17, 2009
Lunedì sCorso

Applicare alla quotidianità le mie deviazioni mentali è sempre stato un vezzo di cui vado orgoglioso.
C’è un cantiere, sotto casa mia, gestito da una società italo-francese.

Stanno là da mesi, non finiscono mai.

Ieri ho chiesto a due operai che cazzo facessero, ma non parlavano italiano. Il titolare mi ha detto che erano di Ajaccio ma anche gli altri venivano dalla Corsica.

L’unica cosa che mi è venuta in mente a quel punto è stata:

“lavori in Corso”.

E già questo…

Ma quando ho visto due di questi operai discutere animatamente ho immediatamente pensato:

“livori in Corso”.

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lunedì, giugno 15, 2009
Vorrei sentirmi anche io orgoglione così.

  C’è un signore che si nutre di amplificatori, che dice cose sull’orgoglio di essere italiani e ripete ossessivamente “nazionalismo”.
Ho trovato il video particolarmente divertente, anche se si vede che l’attore non è un professionista.

Immagino il tipo quando è a casa e chiede alla moglie:

– CARA NON TROVO LA CRAVATTA!

– Uh! Oddio, stavo dormendo…

– NON E’ TEMPO DI DORMIRE! BISOGNA ESSERE VIGILI! IL NEMICO CI ASCOLTA!

– Certo caro, certo… La cravatta è nel secondo cassetto… Scusami ma ho un gran mal di testa…

– BENE! IL DOLORE TEMPRA E FORTIFICA LO SPIRITO!

– Potresti urlare un pochino meno caro… per piacere…


QUESTO NON E’ URLARE! E’ IL MIO TONO, FIERO, AUTARCHICO ED ORGOGLIOSO! E…

– [Dalla parete]: Ciai rotto il cazzo a Mussolì! Si nun te stai zitto te sfonno a te e all’aquila de li mortacci tua

– Ehm, dicevo, orgoglioso e fiero… il secondo cassetto dicevi?
 

Questa cosa mi diverte e come tutte le cose divertenti mi fa pensare.

Non capisco il concetto di patriottismo: non vedo la reale portata del vantaggio che potrebbe portarmi il pensare che l’Italia sia superiore a, che so, la Francia o il Burkina Faso (ammesso che uno stato con questo nome esista: “Francia”, che nome bizzarro!).

Voglio dire: innanzitutto per misurare il valore di qualcosa rispetto a qualcos’altro occorre che le due unità siano omogenee – così mi insegnavano alle elementari – e qui i parametri sono talmente tanti e diversi che mi sembra di voler capire quanti metri di gas si sviluppano in un litro di elefante.

Orgoglioso di essere italiano? La mia deriva utilitaristico-nichilista mi impedisce di provare emozioni a prescindere – a parte l’odio per chi non mi apprezza – ma in questo caso si aggiunge anche la logica: se io sono nato in Italia, qual’è il mio merito? Cosa posso rimproverare ad uno nato in Uganda (a parte la puzza?). Ecco, i luoghi comuni: il negro puzza, l’italiano è furbo, lo svizzero fa gli orologi nelle banche. Quando non fabbrica cioccolato a cucu’.

Ma anche se non si parlasse di “merito” ma di mero “vantaggio”, a me, essere italiano, che vantaggio porta?

Non è come un lasciapassare per entrare liberamente in un caveau ed aspertare i preziosi custoditi, nè per ottenere favori sessuali, almeno credo sia così ma dovrei curare quest’herpes prima di esserne certo.

Questo signore invece è tutto preso da questa cosa dell’Aquila Romana, che a suo dire rappresenta qualcosa di cui essere fieri (e vantarsi del proprio uccello a me non pare tutta ‘sta novità ma io non ne porto una immagine sulla giacca. E potrei), da Garibaldi e da Cavour che “hanno fatto grande l’Italia”, quando a me pare invece che abbiano solo fatto l’Italia e non “grande”, non avendo idea tra l’altro di come farsi gli italiani, problema affrontato in prima persona dal presdelcons.

Io non sono orgoglioso di essere italiano tanto quanto non sono orgoglioso di apprezzare la nutella: la mangio e basta, così come non sono orgoglioso di apprezzare le belle donne: ci faccio sesso e basta, e siccome sono pigro cerco sempre di ricoprirle da un velo di nutella prima, così evito i tempi morti.

Essere italiano non mi inorgoglisce. Nemmeno mi fa vergognare, certo.

…certo…

…oddio…

Comunque: io guido una moto giapponese, frequento amici americani, vesto scarpe inglesi ed abito in una casa costruita da operai slavi e non ho nessun problema, tanto quanto chi guida auto tedesche, frequenta minorenni campane, fa le scarpe agli italiani e nella casa ospita veline multietniche.

Dov’è l’orgoglio di essere italiani?

Ma soprattutto: perchè?

In termini pratici, a me, cosa viene in tasca dall’essere italiano?

Ah, non deve venirne niente in tasca, è una cosa che viene dal cuore… cioè, si è orgogliosi e basta, senza pensare ad un rendiconto, ad un vantaggio.

Senza pensare.

Questo signore lo fa. Dice quelle cose. Senza pensare.

Le sente dentro, ci crede.

Senza pensare.

Cose che vengono dal cuore.

Ci penserò. Forse sono io arido, non riesco a comprendere questa cosa dell’orgoglio nazionalista.

Magari mi piacerebbe anche, credere così fermamente in qualcosa.

Sì, devo riflettere su questa cosa.

Voglio.

Domani mi metto là e ci penso. Seriamente. E’ una promessa che faccio a me stesso.

Perchè quando si parla di cuore, beh, forse è vero che noi italiani sappiamo distinguerci.

Domani, sì.

Oggi no. C’ho due mignotte.

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mercoledì, giugno 10, 2009
Chi va con lo zoppo… ci mette più tempo.

– Dunque secondo te io avrei problemi di dislessia…
– Evidenti.

– Come puoi dire questo?

– Ventitrè.

– Ventitrè cosa?

– Mi hai chiesto quanti anni ho?

– No, assolutamente, ti ho chiesto come puoi dire che io abbia problemi di dislessia.

– Era il 2004, ricordo bene…

– Che cazzo stai dicendo?

– Quando sono andato in America, no? Ma se non ti interessa che me lo chiedi a fare?

– Io non ti ho chiesto niente dell’America! Voglio sapere della mia presunta dislessia!

– Anche io sono felice di vederti, ma perchè sei così agitato?

– Cristo!

– Lo prendo anch’io. Andiamo al bar qui dietro?

– Ah, ecco Paolo, ora chiedo a lui… Ciao Paolo, senti, volevo chiederti…

– Dimmi…

– Franco mi sta dicendo che io ho problemi di dislessia…

– Dislessia? Non mi pare…

– E infatti! Ma è da mezz’ora che non capisce cosa sto dicendo…

– Davvero? Franco, fammi capire, che problemi di dislessia avrebbe Giorgio?

– No, alle politiche non ho votato.

– Ecco spiegato l’arcano: E’ Franco ad avere quel problema!

– Ahhh, certo, sono sollevato… Povero Franco… ma secondo te perchè è convinto che sia io ad avere questo problema?

– Forse delle banane.

– I pirati?

– Trecentosessanta gradi!

– Eh, lallero, c’era l’autostrada, no?

– …

– Scusate…

– Sì?

– Sì?

– Sì?

Voi tre, cosa state facendo?

– Niente.

– Niente.

– Niente.

Allora tornate a letto, qua c’è gente che deve riposare, avete preso le medicine?

– No.

– No.

– No.

Ecco, prendetele e andate a dormire.

– Va bene.

– Va bene.

– Va bene.

– …

– Ma chi era quello?

– Tuo figlio.

– Vestito da Capitano Kirk?

– Guarda che quello era l’abito col quale ti sei sposato tu.

– E perchè lo indossava lui?

– Perchè adesso gli sta bene.

– Però…

– Cosa?

– Mancava il trasponder.

– L’ha perso su una luna di Giove.

– Cazzo, non me lo ricordavo. Forse ci servono davvero le medicine.

– Però adesso non soffriamo più di dislessia, no?

– Vero! Siamo guariti, e senza medicine. Come pensi sia stato possibile?

– Sempre ventitrè.

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venerdì, giugno 05, 2009
In viaggio con BaBau

Le valigie erano pronte. Mancava solo da sistemare il cane. Ecco, il cane era un problema ma alla fine riuscii a farlo stare nel beauty-case. Oddio, nemmeno ci sarebbe entrato se non avessi avuto un beauty case davvero grosso. E non avessi comunque messo le zampe nella tasca esterna della valigia. E’ che amo gli animali e non riuscirei a separarmi da loro.
La meta erano le Seychelles. Ero molto eccitato all’idea, molto, molto eccitato, tanto che mi accoppiai più volte con la cartina di Mahè. Fui costretto poi a prenderene una nuova per ovvi motivi.

Quando tutto era pronto, quando davvero ero convinto che tutto fosse a posto, deciso, organizzato, arrivò una telefonata:

– Pronto!

– Sì, pronto, casa De Angelis?

– No.

– Mi scusi.

– Niente.

L’indomani ero pronto alla partenza. La valigia presentava delle vistose macchie rosso sangue in prossimità delle tasche esterne ma non ci feci troppo caso. Più che altro mi preoccupava il silenzio del cane che in genere era sempre molto vivace ma pensai stesse dormendo.

Arrivato in aeroporto – per me la prima volta – chiesi ad una hostess quale fosse il mio volo e quanto prendesse per una notte, extra a parte. Scoprii tramite ecchimosi che c’è hostess e hostess. Insomma, non sempre è ho stess.

Non vorrei pensaste che la telefonata della sera prima fosse importante per cui ci torno su: avevano sbagliato numero.

Fatto il check-in mi imbarcai, pur salendo su un aereo e non una nave e mi ritrovai accanto un ciccione che aveva iniziato a vomitare dal momento in cui si chiuse il portellone fino alla sua riapertura. Ininterrottamente. Che poi mi desse la colpa… gli feci solo vedere una delle zampine del cane che mi ero tenuto nel bagaglio a mano. E allora? Certa gente non ama gli animali, bestie!

Arrivati a destinazione lo spettacolo naturale delle Seychelles mi si parò davanti in tutta la sua potenza: un mare di merda, poveracci dappertutto, e pioveva.

No, davvero, cercavano un De Angelis, capita a tutti di sbagliare un numero, non ci pensate più, dai.

Pensai che fosse il solito acquazzone tropicale, di breve durata. Sedici giorni dopo infatti cessò del tutto, permettendomi di uscire per la prima volta dalla stanza dell’albergo.

Passai l’intera giornata a prendere il sole, sdraiato, senza far niente. Mi resi pero’ conto di essere troppo solo e decisi di scendere dal tetto e andare in spiaggia.

Qui era pieno di belle ragazze che facevano foto: seminude, sorridenti, voluttuose. Ero capitato nel paradiso terrestre. Tanto che un serpente mi morse, senza nemmeno offrirmi una mela.

Gli ospedali, alle Seychelles, devo dire possono anche essere considerati efficienti, se riusciamo ad accettare che una garza sterile sia sostituibile da carta igienica. E se tolleriamo che la carta igienica sia usata. Ma essere visitati da uno stregone, beh. Oddio, bravo era bravo, ma infilare spilloni dentro bamboline non mi alleviava troppo il dolore. Forse ne creava alla bambolina, ma la tecnica del “mors tua vita mea” non pareva funzionare.

Quando la febbre arrivò a superare la temperatura dell’aria (si parla dunque di una cinquantina di gradi), decisero di intervenire con cure più drastiche. E mi fecero una danza tribale.

Stetti male lo stesso ma il ritmo mi acchiappava.

Due settimane dopo la febbre cessò e fui in grado di riprendere il volo di ritorno.

Che dire, le Seychelles sono belle, è che mi mancava un po’ la compagnia. Perchè il cane proprio non l’ho visto più.

Magari la prossima vol…[DRIN!]

– Pronto.

– Pronto casa De Angelis?

– No, ha sbagliato.

– Scusi.

– Niente.

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giovedì, giugno 04, 2009
Sex & the Piccì

REPUBBLICA: “Basta mouse e tastiere. Da oggi i computer si toccano”.
Per questo il mio monitor è sempre più sfocato.

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