Giugno 2008

mercoledì, giugno 25, 2008
Una comunicazione fatta di desideri più che di parole; intenzioni, neppure sgrossate di quella crosta di incertezza. Come vengono, restano. Fotografie. Meno: impronte. Fossili. Calcate, semplici. Ma cariche di presenza. Poco definite, distratte, rapide. Passaggi di quotidianità. Eppure indelebili.
Un’emozione, prima ancora che un’idea. Non sai nemmeno se lo diverrà, idea. Figurarsi parole.

Tu sei là, occhi negli occhi.

Lei.

E tu daresti un braccio per i sottotitoli. Per essere certo. Sapere.

Ma niente.

Allora provi ad interpretare le fossette sulle guance (annuiva? Sorriso? Sì?), il fuggire degli occhi, in terra, ora a cercare protezione in un angolo non troppo distante.

Si arrotola una ciocca fin sulla guancia. Pare dipingere.

Mi trema una gamba.

Somatizzazioni, stomaco.
Cerchi le parole per esprimere. Neppure le migliori. Quel che siano. Ma le emozioni stesse sono confuse. Non sono ancora idee. Non sai nemmeno se lo diventeranno. Figurarsi parole.

Non sai se compartecipare, fare un passo indietro, negare tutto ciò che hai fino a quel momento affermato, alleggerire, rendere grave.

E ti interroghi.
Ed intanto frughi nelle tue esperienze, associ, metti insieme ricordi visivi e reazioni…

– Maria una volta ebbe proprio quell’espressione quando poi…

E sai che non conta, che lei non è Maria, che gli anni non sono quelli, che la panchina è diversa, che quelle sono altre scarpe. Che tu sei maledettamente diverso.
Il tuo prontuario è carta straccia.
Perchè lei ti stordisce.

Perchè Maria non era di quella luce.

Maria era splendida. Tutto qua. D’uno splendido troppo ordinario.

Lei invece è…

Lei invece è…

Ecco, di nuovo. Emozioni che non trovano la strada. Verbi alla fermata dell’autobus, in attesa d’aggettivi.

Non ancora idee. Non lo diventeranno mai. Figurarsi parole.
Che poi si fa presto a scivolare sulla letteratura, di lacci alla luna e “per sempre, amore”.
L’unica strada è nascondermi. L’unica strada è mostrarmi. L’unica strada. Non la conosco.
Mi annienta.
Lei non fa nulla per rendermi così impotente, incapace di gestire. E mi annienta.
Sento, provo un desiderio infinito di nutrirmi di lei, con lei, su lei.

E di nuovo a macerarmi: lei avrà altrettanta fame?

Vorrà condividere con me questo carico, dolcissimo, certo, ma mio, troppo mio?
Insomma amore, capì nun te capisco, parlà nun parli; stai a ride da quanno che semo entrati a’ ristorante; quanno ce portavo Maria se prenneva n’insalatina riccia, 3 euri e passava ‘a paura. Tu ‘nvece te sei magnata Ponzio e Pilato. Tre pprimi, ‘a fiorentina de’n chilo, patane, frutta, dorce, caffè, ammazzacaffè e li mortacci tua. Stavi a dda’ pure na mozzicata ar porpaccio der cammeriere. Si non famo a la romana mejo annà sotto ‘a’n ponte stanotte.

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