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"Il cattivo piu' temibile della blogosfera"

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Delitto di Cogne: Annamaria Franzoni torna a casa 12 anni dopo il delitto. Felice il marito, sorriso di circostanza per i due figli.


"Miglior battuta"

Roma, morto a 102 anni il partigiano Claudio Cianca. Una mattina, non si e' svegliato.


UomoMordeCane: IL LIBRO


Il miglior testo demenzial-satiric-comic-sans degli ultimi dodici minuti.
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Citazioni e dintorni


...giunsi a metà libro e mi accorsi che il tavolo aveva ricominciato a ballare...

Posseggo una elevatissima intelligenza emotiva: riesco a risolvere problemi matematici complessi, ma poi piango.

Mi annoio rapidamente: il mio film preferito è Mery per un po'.

Non capisco come mai tutti facciano molto affidamento sui rimedi della nonna per curare i malanni: la mia, per esempio, è morta.

Continuo a trovare gente che mi vuole pagare in visibilità. Credo che a questo punto dovrei essere avvistabile a occhio nudo da Urano.

La mia ex era talmente bella che i suoi assorbenti usati venivano scambiati per Kandinsky.

Se Dio sta là a segnarsi le scopate della gente, non vi pare francamente eccessiva la stima che si nutre nei suoi confronti? Voglio dire, la parrucchiera di mia moglie fa lo stesso.

Quando qualcuno afferma di occuparsi di qualcosa "a livello olistico", salute compresa, penso sempre che concretamente non ne sappia un cazzo e su più piani, ma sia ferratissimo sui segni zodiacali.

Le ricerche interiori sono sempre complicate, probabilmente a causa di tutto quel sangue.

- mi sembra squisito, ma mi scusi: me lo può servire in un normale piatto tondo invece che rettangolare?
- certo signore. Posso chiederle perché?
- per non darle la scusa per farmi pagare un botto queste quattro verdure in croce.

Vorrei dimostrare al mondo tutta la mia voglia di cambiamenti, di rinnovamento. Ma sono uomo e ho i capelli rasati.

Credo così tanto nella pet-therapy che alla fine mi sono pure sposato.

Sono talmente ateo che ho riconosciuto distintamente la sagoma di una macchia di vernice nei contorni della Madonna che mi è apparsa.

Sorridere coinvolge 12 muscoli del viso. Riposatevi, siate tristi.

Il mio professore di religione non l'ho mai visto: era uno che si immergeva totalmente nella parte tramite metodo Stanislavskij.

È un periodaccio. Ho aperto un biscotto della fortuna. Il biglietto diceva solo: “stai scherzando, vero?”.

Sono talmente pieno di me che vado spesso dall'andrologo solo per farmi fare i complimenti.

Perché vendono macchine che fanno oltre 200 all’ora se il limite è 130? Per lo stesso motivo per il quale i preservativi in vendita si srotolano oltre misura: quel che compri è anche un sogno.

Se fossi nato a Kingston ora sarei un velocista. O una chiavetta USB.

Potrei essere considerato un maniaco della precisione, se questo termine mi descrivesse nel minimo dettaglio.

Io e mia moglie avremmo intenzione di mettere in cantiere un figlio ma in Italia è ancora vietato il lavoro minorile pesante.

Ho chiuso col lucchetto la mia bici su un ponte e al mio ritorno non l'ho più trovata: completamente ricoperta di altri lucchetti.

Vantarsi di non mangiare bistecche per rispetto degli animali è come vantarsi di non leggere libri per rispetto della foresta amazzonica.

Quelli che fumano sigarette elettroniche sono gli stessi che bestemmiano con un "Porco Zio".

Sfido chiunque a convincere un eventuale viaggiatore proveniente dal passato – che so: medioevo – che portare a spasso un cane con un laccio al collo, lavargli le palle e fermarsi ogni tanto a raccogliere la sua merda e portarsela poi dietro in un sacchettino, siano atti di una civiltà superiore alla sua.

A volte vorrei credere in Dio. Per deresponsabilizzarmi anch'io un po'.

Alla coda alle Poste c'era uno che si lamentava del fatto che i farmaci salvavita fossero in mani alla lobby delle case farmaceutiche. Gli ho detto che comunque meglio così che in mano alla lobby dei tassisti. Mi ha guardato come si fa con un pazzo. Ho allora provato a recuperare con "Meglio la lobby dei discografici?". Niente. Qualcuno si è messo a ridere: l'ho trovato di cattivo gusto per chi soffre in coda alle Poste. Cosa ci insegna questa storiella? Che alle Poste c'è sempre la fila.

Ero su Facebook e parlavo con uno che ha una macelleria. Mi diceva che non fa altro che condividere cose strappalacrime perché sono tutte accompagnate da: "Condividi se hai un cuore".

Un tempo collezionavo farfalle, ma la casa mi si riempiva sempre di figa.
Regressività progresso







































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Agosto 2008

giovedì, agosto 28, 2008
Mutatis mutandis

Guardavo la tv: pubblicità della donna che viene scoperta ad annusare il bucato dalla vicina di casa e mi sono ricordato di una cosa accaduta qualche tempo fa.

Bazzicavo la palestra sita presso la biblioteca comunale, durante la pausa pranzo.

Sempre le stesse persone: casalinghe disperate, prepensionati arzilli, disoccupati tristi e qualche ricchione. Facevo pesi.

Faticavo, facevo la doccia e tornavo ai cazzi miei. Senza quasi mai scambiare una parola con nessuno.

Poi un giorno arriva lui.

Viso pulito, meno alto di me, sorriso che mi lasciava pensare che fosse mezzo frocio. Non riusciva a staccarmi gli occhi da dosso.

Io, moro, sexy e occhi d’ebano. Sì, lui era proprio frocio.

Il fatto è che quel giorno la sala pesi era in manutenzione: io odio lo spinning ma quel giorno era l’unica cosa che si poteva fare. Ero dunque vestito da sollevamento carichi, mica per andare a fare le scampagnate in bici! Ma per non perdere quella giornata e muovermi un po’ decisi di provare quel cazzo di spinning. Mai l’avessi fatto! Al posto dei pantaloncini tecnici che tutti utilizzavano io indossavo un pantalone di tuta in cotone estivo. Non avevo nemmeno il telo per asciugarmi e nemmeno una bottiglietta d’acqua.

Mi trovo già a disagio di mio: odio pedalare! E quello là si sistema sulla bike esattamente di fronte a quella mia. Ma che palle!

Prima di iniziare l’allenamento gli sorrido ma proprio per cortesia, visto che non fa che fissarmi. Ma mi sento in imbarazzo. Lui penso capisca tutt’altro e la mia preoccupazione cresce.

Durante l’allenamento ho dei forti crampi che mi provocano smorfie. Quello pensa che io gli stia sorridendo ancora e ricambia a 180 denti.

Pedalo a ginocchia aperte: irritazione inguinale. Sto curvo sulla schiena e non respiro con regolarità a causa dei crampi. Ogni tanto mi volto a controllare che quello non mi fissi il pacco ma niente: sta là come una vedetta lombarda. Il sudore mi scende sul collo, la maglietta si bagna e quel ricchione si eccita come una gatta in calore. Sono in forte disagio.

Dopo l’allenamento i crampi mi hanno disegnato una forma di paresi sul viso. Che lui continua a scambiare per sorriso.

Ma tu dimmi se uno deve tenere addosso una checca che gli fa gli occhi dolci.
Mi tocco continuamente l’inguine irritato: avrei dovuto usare il pantaloncino con le imbottiture tecniche.

No, restare a casa.

Spogliatoio.

Io sono uno di quelli che nello spogliatoio si sveste velocemente, ma ero completamente bloccato. Per cui quella volta feci davvero piano. Non mi piace parlare con nessuno, nè perdere tempo, ma quella volta quel ricchione mi stava addosso e volevo attaccar bottone con qualcuno per evitare che lui mi rivolgesse la parola. Ma niente, lui si avvicina e comincia a parlare con me. Cristo!

Mi innervosisco.

Mi spoglio cercando riparo dai suoi sguardi.

Mi viene dietro e si vede che è completamente partito.

Lascio la mia mutanda sulla panca e vado sotto l’acqua.

Lo vedo con la coda dell’occhio armeggiare con il suo borsone, ma poi allunga le mano e …

Mi ruba la mutanda!

Pensa di non essere stato visto.

Per evitare danni ulteriori mi trattengo il doppio, il triplo del tempo sotto la doccia. Aspetto che quella checca sparisca.

Non oso immaginare cosa abbia fatto con le mie mutande.

Sicuramente l’avrà annusata in modo lento, morboso.

Ci si sarà ammazzato di pippe.
L’anno prossimo col cazzo che rinnovo l’abbonamento là.

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mercoledì, agosto 27, 2008
Titoli

– E chi sarebbero?

– Sempre quelle, le solite.

– Le solite?

– Sì, le solite.

– E che è successo.

– Sono cadute e si sono fatte male.

– Sempre loro?

– Sempre loro.
TITOLO: Le dolenti note.
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– Ha telefonato Bianca.

– Che dice?

– Che finalmente ci verrà a trovare.

– Ah, che bello. E quando?

– Dice che probabilmente arriverà questa settimana stessa.

– Davvero? Sarà divertente.
TITOLO: In settimana Bianca.
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– Stanno ancora insieme?

– Ti riferisci a Silvano e Laura?

– No no, sapevo che Laura stava con quell’altro, come si chiama…

– Antonio

– Antonio, Antonio Suona, sì.

– No, non più. Si sono lasciati.

– Ah.

– Oddio, lasciati… veramente, ma resti tra noi, si vedono ancora… di nascosto.

– Davvero?

– Già. Non stanno insieme ma… si danno da fare.

– Capisco, capisco.
Titolo: Suona la tromba ancora.
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– E che lavoro fai adesso?

– Diciamo che sono nel giardinaggio.

– Ah, bello.

– Sì, molto. Mi occupo di mantenere vivi e vitali dei magnifici fiori in una grande serra al centro di Roma.

– Meraviglioso.

– Già. Sono fiori particolari: senza cure continue morirebbero. Per me sono come dei figli.
Titolo: Roma, Campo dei Fiori.

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lunedì, agosto 25, 2008
Glandi classici

Sto leggendo un libro consigliatomi dal mio consulente dell’immagine che si intitola: “E tu avresti un consulente dell’immagine?”.

E’ il secondo di una trilogia. Il precedente si intitolava: “Sto leggendo un libro consigliatomi dal mio consulente dell’immagine” e narra la storia di uno che scrive su un blog, raccontando di cose sue, tipo delle sue letture, del fatto di avere un consulente dell’immagine e di come si diverta a creare loop mentali e paradossi per immagini nei post. Il terzo ed ultimo libro di questa trilogia non è ancora uscito ma se ne conosce già il titolo: “Il terzo ed ultimo libro di questa trilogia non è ancora uscito ma se ne conosce già il titolo” e chiuderà la trattazione dell’argomento iniziata nel primo testo.

L’autore del libro si chiama “Adenajos Subaru” e se non vi dice niente è perchè ce l’ha con voi.

Subaru è un’artista a tutto tondo ma sta cercando di perdere peso. Prima faceva il tenore, bravissimo con le scale: Subaru le saliva 4×4.

Ho preso spunto da queste meravigliose letture per iniziare a buttar giù anch’io due righe: la prima l’ho già digerita. Per la seconda ritengo di potercela fare entro ed esco.

Il titolo del mio lavoro? “Può contenere tracce di aracnidi”. Così mi metto al riparo da eventuali problemi di allergie da punture di ragno. Che ci vuole niente e ti ritrovi un supereroe che ti fa causa*.

Ora sto scrivendo il primo capitolo. Lavoro al mio vecchio computer ma non so per quanto funzionerà ancora: è videoterminale.
*Sapevate che un cinese per fare un esperimento si è fatto togliere le papille gustative? Ma… oh, ma ci pensate? Togliere le papille… Ma che gusto c’è?

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venerdì, agosto 22, 2008
Dai, non perdere tempo, APPROFITTA di questa fantastica offerta

Sono le 18. Sto per tornare a casa. Ho voglia di una pizza.

Sotto casa mia da un anno è aperta una grossa pizzeria, parte di una catena. Io non c’ero mai entrato, senza poi nessuna ragione.

Comunque. Parcheggio. Ai tavolini fuori un uomo che legge il giornale (nessuna pizza in mano).

Faccio per entrare ma la porta è chiusa. E’ un giorno feriale. Sono le 18, ripeto.

– E’ chiusa

– Come mai?

– No, perchè il titolare è andato via

– In che senso?

– Siccome a quest’ora c’è poco passaggio ne approfitta e chiude un paio d’ore
Sono stato a lungo a riflettere su questa cosa. Ma non è tanto perchè le 18 di un giorno feriale penso siano il momento migliore per una pizzeria.

No.

La cosa che mi ha colpito è il “ne approfitta”.

“Ne approfitta”.

In che senso?

Penso alle dinamiche mentali di quell’uomo al tavolino (innanzitutto: chi era? Un cliente abituale? un amico? Il titolare in incognito? Un concorrente?) che non solo conosce i fatti ma addirittura avalla la scelta imprenditoriale di chiudere un pizzeria, in un giorno feriale, dalle 17 alle 19. Come abitudine, non una tantum.

Ma soprattutto tira fuori un fantastico “ne approfitta”.

“Ne approfitta”.

Come se lavorare fosse comunque una iattura, un’attività dalla quale affrancarsi il più possibile, riducendone i tempi al minimo indispensabile, approfittando di ogni buco si presenti davanti. Per chiudere. “Approfittando” per fare poi chissà cosa in quelle due ore. Magari andando a fare shopping, ma con meno soldi visto che “approfittarne” pare una consuetudine e così facendo si tira su minga il quattrino.

E soprattutto, chiudi, con la speranza di non incappare in un collega con la stessa abitudine: magari vai dal parrucchiere ma lui “ne ha approfittato” per venire da te a prendersi una pizza. E tutt’e due l’avete preso nel culo.
“Ne approfitta”: ci vedo il massimo spirito dell’italiano fancazzista. Questo prima lavorava alle poste, sicuro. E tra una timbrata e l’altra si cercava ogni minimo ritaglio di tempo per “approfittarne” e fare una pausa.

– Timbrato?

– Sì

– Pure io. Il capo arriva tra dieci minuti. Caffè?

– Vai

– Sono le 10. Pausa?

– Vai
– Esco un attimo a ritirare un plico
– Vado in bagno
– Mangio la mortadella
– Oggi non mi sento bene
– Ho le cose mie
– Mia nonna…
– L’abat-jour…

“Ne approfitta”.
Domani ci torno. Nell’orario giusto. Prendo una pizza e aspetto che lui si distragga un attimo, vada di là. E scappo via.

“Ne approfitto”.

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mercoledì, agosto 20, 2008

3

Cancellò tutto dalla lavagna: le formule erano sbagliate.

– Non hai studiato, vedo. A posto.

– Ma io da grande non voglio fare il clown!

– Perchè Phil? Perchè non vuoi fare il clown? Non vedi che bel mestiere?

– No!

– Ma tutti ti adorano, fai nascere il sorriso, i bambini ti adorano…
Si aggrappò alla roccia con mani che sembravano uncini, un fascio di nervi ed unghie, cercando un Cristo qualsiasi in grado di sostenere il peso o qualcosa che frenasse la caduta senza delegare alla sola corda tutta la responsabilità. Ma niente.

– Veramente ho studiato, mi faccia un’altra domanda.

– Meglio se torni la settimana prossima.

– Ridono! I bambini ridono! Tutti ridono!

– Sì, ridono, è una cosa bellissima, no?

– No!

– Perchè dici così?

– Non devono ridere!

– Come?!
I freni tennero, e tennero bene. Fu solo sbattuto un po’ contro la parete ma dopo qualche secondo all’adrenalina da panico si sostituirono le endorfine da
sollievo. Riuscì a sistemarsi in modo da stabilizzare la posizione e riprese a salire. Le braccia tremavano adesso.

Cordies più sopra neppure s’era reso conto di cosa fosse accaduto: in quel punto la roccia forma una sorta di spuntone che rendeva cieco il passaggio.

L’Annapurna (gli sherpa lo chiamano Morshiadi) su questo passaggio s’era preso undici anime nei quattro tentativi precedenti. Cadute e valanghe. Da queste parti le valanghe sono frequenti. Anche la dodicesima sembrava già sua.

– Ma io sono preparata, davvero!

– Va bene, mi vuoi far vedere qualche dimostrazione?

– Sì.

– Poincarè?

– … eh… Poincarè… sì…

– Ok, comincia pure…

– …

– Quando tu fai lo spettacolo quelli ridono perchè ti prendi i calci!

– Ma sono calci per finta! Sono fatti apposta per far ridere!

– Ma tu non li devi prendere i calci! Sembri debole! Perchè non li tiri tu i calci a ChuChu?

– Vedi, nello spettacolo si recita, ci sono dei ruoli. Il mio ruolo è quello di prendere i calci e ChuChu me li deve tirare… faccio finta di piangere, così, per fare ridere le persone…

– Tutto bene là sotto?

– S…sì, Cristo, sì!

– Fisso dei blocchetti, aspetta…

– Non sono meglio i chiodi?

– Qui no, c’è una fessura perfetta…

– Non te la ricordi…

– Veramente… Poincarè non è…

– Dai, la settimana prossima.

– No! Non mi piace! Le persone ti prendono in giro. Io non voglio!

– Phil, nessuno mi prende in giro… è…

– Io da grande voglio fare come Marcel, che sta fermo, col cappello, e nessuno lo prende in giro. E non piange, nemmeno per finta!

– Ma Marcel è il direttore del circo, lui non sta nello spettacolo e…
All’ultimo campo si parlò a lungo di quella caduta, degli dei degli ottomila, spesso infastiditi da quei goffi, inopportuni insolenti che feriscono le loro
montagne lasciando cicatrici dappertutto. Ed ogni tanto ne puniscono uno, così.

S’era sopra i 7700. Qui l’aria non è più: il sangue qui si fa denso, i movimenti lenti, allucinazioni. Robert l’anno prima s’era denudato completamente in mezzo ai ghiacci. Neppure l’avrebbe ricordato se non fosse stato per l’essersi ritrovato poi senza un alluce.
Si avviò verso il suo banco come una Crista sul Golgota, tra gli sguardi di soddisfazione delle compagne che si stupivano, e gongolavano, nel riconoscere la
fallibilità di Annette in quello che era il suo campo di battaglia.

Stette con gli occhi fissi sul banco per cinque interminabili minuti. Immobile.

Poi si voltò a guardare l’orizzonte, seguendo la linea tracciata dai cavi della corrente che ferivano il lilla delle colline di lavanda e vi andavano a morire dentro.

– Marcel non ride mai, non piange mai. E non fa ridere nessuno. Io non voglio piangere e non voglio ridere più perchè chi piange e ride è debole. Come te!

– Phil, ma che dici?!

– Non voglio ridere! Non voglio piangere! Mai più! Non ti voglio più!

– Ci siamo, dai che ci siamo!

– Non so… il vento sta aumentando… credo stia arrivando una bufera…

– Le previsioni dicono di no.

– Io ti dico quello che vedo.

– Stai tranquillo: quattro ore di sonno e si parte.

Quelle quattro ore divennero sei, e poi otto, e dodici.

La piccola tenda arancione venne più volte ricoperta di neve e tormentata da un vento gelido che rendeva il tessuto una algida lastra rigida.

Si alzò, lenta, mentre l’insegnante spiegava qualcosa circa gli interi negativi.

Un istante.

Nessuno fece in tempo a realizzare.

Nella sua borsa venne ritrovato un biglietto del treno per Manosque, sola andata.

Si voltò con la rapidità che solo un bambino di sette anni può possedere e sparì tra le baracche.

Il padre restò immobile, con gli occhi truccati, sbarrati. Spenti.

– Cos’è questo rumore?

– Una… una valanga!

– Dio, fa’ che non sia…

Lì era andato a vivere il suo ragazzo, la settimana prima.

Diciassette anni sono pochi per un ragazzo che è costretto a seguire i suoi genitori, ragion di stato.

Diciassette anni sono pochi per una ragazza che vede i propri sogni far le valigie.
Quella sera lo spettacolo dei clown fu magnifico: ogni lacrima sembrava vera, troppo vera.

La prima spedizione di soccorso neppure aveva immaginato che fossero stati spazzati ottocento metri più in basso dall’ultima rilevazione satellitare.

Da queste parti le valanghe sono frequenti.
Diciassette anni sono niente.

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lunedì, agosto 18, 2008
Elizabeth

– Mi dispiace! – si affrettò a scusarsi, realmente addolorato.

– Non fa nulla – rispose lui – sono cose che capitano. E poi è solo una goccia sulla manica, neppure si nota…

– Mi scusi, la smacchiamo subito… Elisabeth!

Elizabeth si congedò dai suoi ospiti con un gesto del capo e scivolò elegante verso il centro della sala. Il caffè versato a terra pareva assumere una vaga forma antropomorfa. Un rivolo curvava minaccioso verso il tappeto. Si affrettò a sollevarne il lembo in pericolo. Sparì dietro la porta a vetro della cucina per riuscirne subito dopo armata di straccio. In un istante ogni traccia era sparita.

– Non dovresti bere caffè, lo sai.

– Dai Elizabeth, lascia perdere, sarebbe caduto anche se fosse stato tè.

– Non dico per quello.

– Non è la solita storia che il caffè mi crea uno stato di agitazione?

– Non ti ho detto questo.

– L’hai pensato.

– E poi il tè puoi berlo.

– Deteninato.

– Beh, certo, deteinato.

– Abbiamo fatto questo discorso decine di volte, possibile che si debba riprendere ancora? Tanto sappiamo entrambi come andrà a finire… il medico è stato
chiaro e…

– Smettila! Fai come cazzo ti pare!
Si voltò stizzita. Non riusciva più a sentire quei discorsi da conto alla rovescia. Il movimento nervoso e rapido le fece sollevare la gonna sopra il ginocchio e sparse il suo profumo dolce tutt’attorno. Ray Phillips fu il primo a voltarsi. A seguire l’ingegnere e quello che sembrava il sosia di Elvis, della contabilità – per i nomi sono sempre stato un disastro.

Che ci fosse tensione in casa lo sapevano un po’ tutti. E forse era proprio per quello che avevano accettato l’invito. Quella curiosità morbosa da incidente stradale, quel fare tutto umano di voler essere al centro delle disgrazie. Altrui.

– Bella casa eh?

– Bella, sì, bella…

– Si vede che c’è il tocco di una donna come Elizabeth…

– Beh, certamente… è brava con queste cose…

– Forse ha anche tempo, non lavorando…

– Ah, ha smesso?

– Non lo sapeva, oddio, forse ho fatto una gaffe…

– No no, dica…

– E’ che da quando Stu si è ammalato lei ha deciso di stargli accanto. Ha prima lasciato il lavoro ma non tutto il resto…

– …tutto il resto?

– Sì… oddio, non vorrei aver fatto la seconda gaffe della serata…

– No, ho capito, certo.
Della storia di Elisabeth con il socio di Stu sapevano davvero tutti, al punto che neppure lei ne faceva più tanto mistero. Una volta – si diceva – li videro tutti e tre fare colazione all’IHOP di Jonesboro. Dicerie, sicuramente. E poi lei odiava il pancake.

Vomitava addosso al destino tutta la frustrazione di non essere stata capace di lasciarlo quando stava ancora bene. Adesso non avrebbe potuto, non senza alimentare quelle voci che la dipingevano come senza cuore.

Eppure l’amore di Elizabeth per Hammond era reale, profondissimo, quasi una venerazione per l’uomo che era riuscito a farle tornare la voglia di assaporare la vita.

A volte i sogni si infrangono proprio sul limine della loro realizzazione. E così stava accadendo per la storia tra Hammond ed Elizabeth, anch’essa in crisi. Perchè ad entrambi sembrava di stare dalla parte sbagliata. Ad entrambi pareva di mordere carni morenti.
Capita così: credendo di dover rispettare un’etica, poi tutta preconfezionata ad uso e consumo del vicino, ci si priva di una felicità costruita minutamente, pazientemente, con dedizione e passione. Ed il castello vien giù da sè. Senza un motivo.
Ed è questo, in fondo, il peccato originale di cui rendere conto a Dio.

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lunedì, agosto 18, 2008
Però ci farei la mole.
Valeria è grassa.

E allora tanto Vale…

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venerdì, agosto 01, 2008
Uno che si mangia le parole, è più facile che poi si rimangi la parola?
L’usare l’arma dialettica, seppure fosse corretto chiamarla così (e faccio presente che la pioggia iniziava a farsi insistente), non aveva niente a che vedere con una situazione di quelle nelle quali ciascuno crede di esserci dentro. E lui cosa ci va a vedere? Dico io, pare una cosa possibile? Puoi girarla come ti pare – dissi – ma non è quello il punto.
Potevo anche chiudere là, lasciarlo decifrare, vederlo provarci almeno, immerso in una forma di gnosi come la spiegherebbe Pétrement, o, meglio, come quando entra quella lama di luce dalle tapparelle e tu giochi a guardare che fine facciano quei grani di polvere senza peso. Li avrei potuti chiamare “difetti di linea”. Che magari ti danno lo stesso effetto dei raggi di una ruota.
Una situazione, detta così, apparentemente chiarissima, per entrambi, tanto che quella dell’inverno precedente pareva essere una storia su un piano completamente diverso. E la pioggia, la pioggia, sempre più fitta. Non so come dire… ecco, faccio un paragone: hai presente quello stridìo di gomme in curva, che un po’ dà anche gusto? Ecco, simile. La sensazione, intendo. Oddio, simile fino ad un certo punto, perchè là si stava parlando di cose serie, non che tutti gli altri non avvertissero la stessa importanza. Anzi, ad un osservatore esterno magari poteva sembrarlo ancor meno.
Parlarne nemmeno a pensarci. Esplicitamente, voglio dire. Insomma, come il cane che si morde la coda: una continua tensione tra causa ed effetto. Avrei potuto chiudermi, alzare un muro, farmi rimbalzare, scegliere la strada. Oppure assecondare. D’una passività cinica che nemmeno Senaris.
Le ultime vacanze le avevo trascorse esattamente allo stesso modo, e sembrava ci fossero, se non tutte, almeno per una grossa parte. Che poi, ragione alla mano, hai sempre la possibilità di lasciar perdere. Ma la forza? La forza? Se non è tutto proprio in quelle parole, cosa allora? Ecco, faccio un esempio per capire meglio, banale forse: stai di fronte ad un pizza, ok? Magari è proprio in quel momento che accade. Quelli colti lo chiamerebbero “creep primario” ma non vogliuo stare a complicare cose tanto semplici e cristalline, so che mi capite. Insomma, tu non c’eri. Ma anche se fosse accaduto ad un altro, cosa ne sarebbe venuto? No, dico, non te l’aspetti. E nemmeno puoi far finta di niente. Voglio dire, e se non sei solo? Se ti frughi nelle tasche e scopri che tutto quello che potrebbe aiutarti in realtà è rimasto a casa? Oppure, ancora peggio, ecco, questo dovrebbe chiarire: senti da lontano abbaiare. No, dico, sarà capitato a tutti, no? Quell’abbaiare cupo. Proprio quando sta per finire poi. Cosa avverti? Prova a pensarci, in quel momento. Ma di più, si realizza? Prova ad essere onesto con te stesso: credi davvero che accada?
E ti ritrovi a scrivere di queste cose, cercare di trasmettere al lettore le stesse tue emozioni. Ma soprattutto, guidarlo attraverso le strade di ciascuno degli elementi di cui sopra. Ed aveva anche smesso di piovere.
E credo, se non altro, di possedere la capacità di essere sempre, assolutamente chiaro.

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